Il migliore contrappunto alla visione di Roma, quale abbiamo potuto contemplarla dopo una lunga assenza, risalente a prima dell'epidemia, viene offerto dall'ascolto della rubrica sul Vaticano di Giuseppe Di Leo...
Il migliore contrappunto alla visione di Roma, quale abbiamo potuto contemplarla dopo una lunga assenza, risalente a prima dell'epidemia, viene offerto dall'ascolto della rubrica sul Vaticano di Giuseppe Di Leo, trasmessa da "Radio Radicale", in cui si dimostra come un osservatore laico possa essudare l'atteggiamento anticlericale ereditato dalle sue radici ideologiche in base ad una constatatzione risultante dall'osservazione attenta del momento storico vissuto dall'Italia e dall'Occidente. Le vecchie "dicotomie" non possono più costringere nei loro canoni, ormai obsoleti, nè il dibattito politico, nè tanto meno quello religioso.
Da qualche tempo la trasmissione di Di Leo assomiglia al susseguirsi dei bollettini di guerra di un esercito in ritirata, anzi in rotta dinanzi al dilagare di forze nemiche preponderanti. Si moltiplicano infatti le notizie riguardanti la crescente aggressività dell'Islam, come pure degli altri soggetti non cristiani. Perfino ad Haiti, in America Latina, si registra un sequestro di persona in massa ai danni di un folto gruppo di preti, frati e suore, tanto stranieri quanto locali. In questa azione confluiscono probabilmente la criminalità comune e la contrapposizione tra il cristianesimo ed il culto "vudù", proprio degli afroamericani, a lungo contrastato dal potere tanto coloniale quanto ecclesiastico e desideroso di rivincita. Inoltre, nei conflitti civili e nelle guerre di popolo risulta impossibile tracciare un confine tra le azioni belliche e la delinquenza comune. Neanche l'America Latina, specialmente nei Paesi dove è più forte la radice non europea, risulta comunque immune dalla tendenza a considerare la religione cristiana "tout court" come una eredità del dominio straniero, che come tale deve essere sradicata.
A San Pietro, per la prima volta in vita nostra, non abbiamo visto la solita fila agli ingressi. Una volta entrati, siamo stati privati della vecchia e cara abitudine di appostarci all'uscita della sacrestia per attendere il primo sacerdote di passaggio, da cui prendere la Messa in qualche lingua esotica, accompagnando a volte un codazzo di suoi connazionali. Si trattava di una manifestazione della "Ecclesia ex gentibus", che - insieme con la presenza di una massa eterogenea di pellegrini e di turisti - testimoniava una religiosità ancora vissuta come fenomeno sociale. Per osservarla, occorre ormai scendere più a sud di Roma, arrivando in luoghi come la Basilica di Pompei o San Giovanni Rotondo, dove si riversano ancora in massa i fedeli del Meridione. In Basilica, le Messe vengono celebrate ormai tutte quante in italiano, e tutte in forma collettiva da sacerdoti costretti ad attendere lo scoccare di ogni ora. Sembra - il paragone non suoni irriguardoso - di assistere ai turni che si susseguono negli stabilimenti industriali. Sulla piazza, non vi è più traccia del vecchio cosmopolitismo, tanto popolare quanto pittoresco e vivace.
Essendo stati invitati nei giorni scorsi dalla comunità islamica alla grande festa del "fitr", abbiamo assistito alla mescolanza eterogenea e multicolore di turchi, arabi, africani e bengalesi. A noi cristiani è venuta meno, insieme con la dimensione sociale della fede, anche la mescolanza tra le diverse provenienze: quella cantata dal Manzoni quando, parlando del Vangelo dice che "l'arabo, il parto, il siro in suo sermon lo udì". Pur depurando le notizie raccolte e diffuse da Di Leo degli aspetti inerenti alla criminalità dei fanatici, si perviene inevitabilmente ad una conclusione: dall'attuale confronto - o meglio dallo scontro - in atto in tutto il mondo, risulterà vincente chi dimostrerà di avere una identità più forte e più radicata.
Il due giugno, prima di partire per Roma, abbiamo assistito dalle nostre parti ad un solenne incontro tra le religioni cosiddette "abramitiche". Lo spettacolo è stato - a dir poco - stupefacente. Il pastore evangelico si è esibito in un attacco furibondo ai cattolici. I quali meritano ben di peggio, ma non si era certamente nella sede più adeguata: l'imam ha goduto nel vedere come la discordia si fosse dislocata dal campo di Agramante in quello dei Crociati. Il parroco, giunto in rappresentanza del vescovo (diplomaticamente assente), ha rilevato con disappunto che gli induisti non erano stati invitati: in realtà, costoro non sono notoriamente monoteisti. Per ovviare alla negligenza degli organizzatori, il prevosto, qualificandosi come studioso delle filosofie orientali, ha detto quanto - a suo avviso - sarebbe stato espresso per l'appunto dagli induisti. I musulmani e gli israeliti hanno comunque fatto da pacieri tra gli "infedeli", quali noi siamo dal loro punto di vista. Noi abbiamo comunque accettato la prospettiva di vivere la fede in una dimensione personale e privata. Che risulta tuttavia esposta ad una nuova - e più catastrofica irruzione di masse barbariche nella storia - come quella descritta in un celebre brano di Igor Strawinsky, fuggito dalla Russia rivoluzionaria.
Pare che i vescovi della Polonia, in sintonia con Ratzinger, abbiano criticato - neanche tanto velatamente - Bergoglio per il suo ecumenismo. Il Papa, in realtà, esprime a sua volta una identità cristiana (benchè certamente contaminata dal sincretismo), cioè quella propria dell'America Latina. Risulta però sempre più difficile riconoscersi reciprocamente come seguaci della stessa religione. Ancor più dove essa mantiene una radice popolare. Paradossalmente, i polacchi ed i latinoamericani si sentono tanto più reciprocamente estranei quanto più sono entrambi cattolici.
L'Occidente, posto nel mezzo di questo confronto, è come il classico vaso di coccio tra i vasi di ferro, privo come è di masse che si possano mobilitare in base ad un credo collettivo e condiviso. I tradizionalisti si oppongono al Papa perchè - a loro avviso - rifiuta di imporlo. Questo, però, risulta non soltanto ingiusto, ma anche impossibile. Non rimane, dunque, che rassegnarsi alla decadenza. Di cui è simbolo il ristoratore di Borgo Pio, che attende inutilmente il ritorno degli avventori.