“L’Osservatore Romano” compie centosessanta anni, e rivaleggia per longevità con “La Civiltà Cattolica”, la quale – se non andiamo errati - è il periodico italiano che esce ininterrottamente da più tempo.
Tutti sanno che i Gesuiti non sono strutturati soltanto come una unità militare, o più precisamente – secondo quanto dispose lo stesso Sant’Ignazio di Loyola – sul modello di una compagnia di cavalleria, cioè di un’arma tipicamente rapida nei suoi spostamenti e nelle sue azioni belliche: i componenti la Società compongono anche una sorta di società iniziatica, e tra loro i “Padri Scrittori”, addetti esclusivamente a redigere la rivista ufficiale, costituiscono la “élite”, selezionata in base alla cultura.
Questo gruppo di religiosi convive a Villa Malta, sita in via di Porta Pinciana 1, il cui parco è adiacente a Villa Borghese.
In quell’angolo di Roma, si congiungono i due aspetti estremi della Chiesa, da una parte l’ambiente rarefatto degli studi e delle meditazioni, dall’altro, appoggiata alla parete delle Mura Aureliane proprio a lato della Porta, la Madonna detta “dei Poveracci”, di cui si allineano sulla parete gli “ex voto”, senza però che le sia stata mai eretta una Chiesa, e neanche una cappella.
Se la redazione de “La Civiltà Cattolica” costituisce un ambiente per definizione elitario, anche quella de “L’Osservatore Romano” rappresenta un mondo a sé stante, i cui appartenenti sono tenuti ad ore fisse all’osservanza della preghiera collettiva, ed in particolare del Rosario serale.
Da tale obbligo sono esentati gli altri dipendenti del Vaticano, per cui i giornalisti addetti al quotidiano della Santa Sede si configurano anch’essi come un corpo separato.
Se dunque l’appartenenza al loro novero si può con giusta ragione considerare alla stregua dell’ammissione in una società iniziatica, anche la lettura di quanto essi scrivono comporta la necessità di superare una selezione.
Per certi aspetti, la consultazione diaria di questa testata assomiglia a quella dei giornali di regime nei Paesi del “Socialismo Reale”: una necessità imposta ancora oggi ai corrispondenti da Pechino.
Anche noi, dovevamo cimentarci ogni giorno in questo arduo esercizio quando ci trovavamo nel Paese di adozione.
Il problema non consisteva tanto nell’individuare le falsità e le omissioni, quanto piuttosto nel capirne i motivi.
Da questo punto di vista, l’esercizio in cui sono specializzati i “vaticanisti” risulta completamente diverso.
“L’Osservatore Romano”, infatti, non mente e non occulta, ma tende ad esaudire soltanto l’ultima delle famose “w doppie” che definiscono secondo gli Anglosassoni il giornalismo: il giornale della Santa Sede spiega i perché, speso con qualche giorno di ritardo da quando si è saputo il “chi, come, dove e quando”.
La prima valutazione da effettuare riguarda dunque il tempo che trascorso tra la diffusione di una notizia e la comunicazione di ciò che se ne pensa oltre le Mura Leonine”.
Va da sé che il giornale del Vaticano non serve tanto per informarsi, quanto per approfondire.
Questa prassi presenta tuttavia un vantaggio, che i lettori frettolosi di sapere che cosa avviene tendono a non apprezzare: a volte, la notizia si è sgonfiata da sola prima che si pubblichi il relativo commento.
Se però esso risulta lungo, dettagliato, e soprattutto approfondito, ciò significa che la novità risulta effettivamente importante.
Il principe di questo modo di fare giornalismo fu il Direttore della testata negli anni del profondo fascismo, cioè il Conte Della Torre.
Il quale avversava il regime, ma esprimeva tale punto di vista in modo così aulico e paludato che bisognava studiare approfonditamente i suoi testi per capire quanto fossero critici.
Mentre Gonella, che redigeva gli “Acta Diurna”, pubblicava una sorta di rassegna della stampa estera, in cui figuravano le notizie oscurate dalla censura per i giornali italiani, il Conte Della Torre esprimeva un punto di vista ontologicamente avverso al fascismo.
Il regime, però, non poteva impedire la circolazione del giornale, garantita dai Patti Lateranensi.
Qualche volta, l’O.V.R.A. ritardava di proposito la diffusione de “L’Osservatore Romano” nelle edicole e tra gli abbonati, ma ciò avvertiva gli iniziati che la polemica aveva colto nel segno.
Perché il Vaticano aveva scelto – e non soltanto tollerato – questa linea editoriale?
Non tanto per polemica, quanto piuttosto per lungimiranza: la Santa Sede guardava all’Italia del futuro.
Tale atteggiamento costituisce l’esatto contrario della reazione, che tende viceversa all’oscurantismo, cioè ad ignorare i segni dei tempi.
Eppure, per molti anni dall’inizio delle sue pubblicazioni, “L’Osservatore Romano” aveva pubblicato sulla prima pagina una protesta per l’occupazione di Roma da parte dei Piemontesi, insieme con la rivendicazione di una restaurazione del Potere Temporale.
Anche “La Civiltà Cattolica” espresse molto a lungo questa stessa linea.
Il misoneismo apparente dell’uno e dell’altra aveva la stessa matrice, ed anche la stessa funzione: mentre lo Stato unitario si occupava dello “hic et nunc”, la Chiesa guardava con sempre maggiore attenzione a quanto avveniva ad di fuori di esso, in un un altrove tanto geografico quanto sociale.
I decenni successivi al Venti Settembre furono da un lato il tempo della grande espansione missionaria, e dall’altro quello dell’emergere della “questione sociale” nelle plebi italiane, rimaste tanto estranee al processo unitario quanto fedeli alla religiosità tradizionale.
L’uno e l’altro tema sarebbero esplosi nel nuovo secolo: quello in cui lo Stato italiano avrebbe palesato i propri limiti fallendo la prova delle due guerre mondiali.
Facciamo un salto fino ai nostri giorni.
Chi legge abitualmente “L’Osservatore Romano” non può fare a meno di notare come esso privilegi due tipi di informazione: quella sulle realtà extraeuropee, e quella sue altre religioni.
Se se riuniscono tra di loro i Musulmani, i Buddisti o gli Induisti – per non parlare delle Chiese diverse da quella cattolica – l’unica testata che ne da ampia notizia è quella della Santa Sede.
Si ripete, come dopo la Riforma e dopo il Risorgimento, la tendenza della Chiesa a guadagnare spazio negli ambiti in cui non deve scontare l’ostilità dei soggetti statuali ed ideologici dell’Occidente Europeo.
Dopo il distacco dei Protestanti, Roma acquistò un numero maggiore di fedeli nelle Americhe, e ne avrebbe anche guadagnati in Oriente se l’opera di Matteo Ricci non fosse stata fermata con l’accusa di sincretismo.
Oggi la Santa Sede dialoga tanto più cordialmente con la Cina quanto più le potenze occidentali si impegnano contro di essa in una nuova guerra fredda.
“L’Osservatore Romano” riferisce dal canto suo sulle culture non occidentali senza il pregiudizio eurocentrico proprio invece della grande stampa
Mentre la cultura laica è sempre più provinciale, quella religiosa diventa sempre più cosmopolita.
Su questo, influisce non soltanto l’ecumenismo religioso, ma soprattutto lo schieramento strategico della Chiesa con il Sud del mondo.
Naturalmente, il giornale della Santa Sede lamenta puntualmente la persecuzione ai danni dei Cristiani, ma lo fa con l’animo di chi intende rimanere, e non ritirarsi nei propri confini.
Questa scelta comporta inevitabilmente, a sua volta, il dialogo con chi è diverso.
Le bozze de “La Civiltà Cattolica” sono sottoposte al previo esame della Segreteria di Stato, mentre quelle de “L’Osservatore Romano non devono invece esserle sottoposte.
Questo diverso trattamento può sembrare paradossale: lo si spiega però con un “idem sentire”.
Uniamo dunque nei nostri migliori auguri tanto il Direttore ed i colleghi quanto Monsignor Parolin.