"E' caro agli dei chi muore giovane".
"E' caro agli dei chi muore giovane". Questo verso di Menandro ben si addice ad Eugenio Scalfari, il quale - raggiunto quasi il secolo di vita - dovrebbe rendersi ormai conto, come ce ne rendiamo conto noi, di essere ormai un sopravvissuto, o meglio un "fossile vivente". L'uomo, certamente, passerà alla storia come un grande organizzatore culturale, benchè soprattutto grazie al generoso aiuto dell'ingegner De Benedetti, ma la sua cultura politica dimostra ormai di essere obsoleta. Lo rivela l'ultimo editoriale politico uscito su "La Repubblica" (da tempo, il "fondatore" si dedica ben più proficuamente ad argomenti letterari, filosofici e perfino musicali), nel quale afferma di considerare come un dogma il duplice legato del Risorgimento, cioè lo Stato unitario e la sua contrapposizione alla Chiesa.
Scalfari non si rende conto del fatto che entrambi questi postulati, pur sopravvissuti fortunosamente a tutti i conflitti del secolo scorso, vengono ora messi in questione dalla tendenza ad affermare e ad esasperare le diverse identità. Quella italiana fu essenzialmente il prodotto di una elaborazione intellettuale, ma proprio per questo non riuscì mai ad essere sentita come propria dalle masse popolari, che Scalfari definisce ancora le "plebi", usando per l'appunto la terminologia dell'Ottocento, e rivelando "pour cause" di sentirsi parte di una "élite" la quale però - a differenza della pur grossolana borghesia imprenditoriale del nord - non vive di vita propria, essendo allevata "in vitro" da mecenati come per l'appunto De Benedetti, finchè l'ingegnere si è stancato di pagare.
Per quanto riguarda invece il rapporto con il cattolicesimo, non si è mai risolta la fondamentale contraddizione tra il fatto che questa religione costituisce un elemento fondante la nazione italiana, anzi il suo unico autentico fattore di coesione, ed un altro fatto, altrettanto evidente: lo Stato unitario può consolidarsi soltanto in due modi, o chiedendo aiuto alla Chiesa, o entrando in conflitto con essa. Nel primo caso, però, lo Stato si indebolisce, trovandosi in una condizione di dipendenza, mentre nel secondo caso esso viene deligittimato dalla mancanza di consenso. I "Patti Lateranensi" del 1929 non portarono - contrariamente a quanto afferma la loro denominazione - ad una autentica "conciliazione", quanto piuttosto ad una tregua, da cui sortì un precario equilibrio tra due postulazioni di principio inconciliabili. La parte cattolica, infatti, avrebbe voluto la piena restaurazione del carattere confessionale dello Stato. Questo, però, avrebbe comportato una regressione alla situazione esistente prima del venti settembre. La parte laica, a sua volta, non avrebbe mai potuto rinnegare la dottrina liberale della "libera Chiesa in libero Stato", che comporta la regolazione unilaterale, da parte prcisamente dello Stato, del diritto ecclesiastico. Nel 1929, Mussolini concesse un parziale ritorno al regime confessionale, mentre in cambio la Santa Sede concesse allo Stato unitario il proprio riconoscimento diplomatico. Vi fu però - e vi è tuttora - da entrambe le parti chi aspirava alla piena affermazione delle proprie postulazioni di principio. Limitando la libertà di espressione in ambito ecclesiastico, e dunque la stessa libertà di culto (neanche lo Stato liberale si era spinto fino a questo punto), l'onorevole Zan ha ottenuto il brillante risultato di far venire meno il punto di equilibrio, le condizioni della tregua stipulata nel 1929 e rinnovata nel 1984 con qualche ulteriore concessione da parte del Vaticano. Riprendono vigore, di conseguenza, i propositi estremi coltivati tanto nell'uno quanto nell'altro campo. C'è infatti chi si spinge a proporre la denunzia del Concordato, e c'è chi viceversa auspica una riapertura del conflitto aperto dal Risorgimento, e coltiva il disegno di vendicare la breccia di Porta Pia sovvertendo lo Stato.
La professoressa Pellicciari, che esprime il punto di vista della maggiore radio cattolica d'Italia in questa materia, lo dice apertamente fin da molto prima che l'onorevole Zan presentasse il suo discusso disegno di legge. Questo esito intanto può uscire dalle utopie coltivate dai nostalgici dello Stato pontificio in quanto l'affermazione dell'identità religiosa cattolica, nella sua versione tradizionalista, si connetta con quella delle identità regionali. La crisi dello Stato unitario si salda dunque con la crisi nei suoi rapporti con la Chiesa. Poichè - come abbiamo già notato - l'identità nazionale non è mai uscita dall'ambito della astrazione intellettuale per radicarsi nel "blut und boden" delle genti italiche, gli appelli di Scalfari all'unità suonano tanto retorici quanto patetici. Ciò non significa naturalmente che lo Stato italiano sia sul punto di cadere, ma la sua debolezza risulta palese in quanto gli rimane un unico elemento di coesione, costituito dalla persona di Draghi. Il Presidente del Consiglio riesce ancora a svolgere una duplice supplenza: da un lato, egli compensa il venir meno dei partiti offrendo alle istituzioni repubblicane il supporto del proprio personale prestigio, che tuttavia non può riempire il vuoto lasciato dalle vecchie culture politiche e dalle vecchie militanze, dall'altro lato Draghi, trovando una sponda nel cardinale Parolin, cerca di mantenere un "modus vivendi" con la Chiesa, approfittando della moderazione dimostrata dal Papa e del suo Segretario di Stato. Dietro a Bergoglio e a Parolin si intravede però il ribollire del fanatismo tradizionalista, incarnato dalla estrema destra ed intenzionato a regolare i conti tanto con il Vaticano di Francesco (tacciato neanche tanto nascostamente di "modernismo") quanto con la Repubblica, cui non si perdona di rimanere laica e antifascista.
L'equilibrio su cui si fonda la nostra pace civile risulta ogni giorno più precario e difficile: Alvaro Martino affila il suo "machete".  


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Mario Castellano  4/07/2021
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