La stabilità delle istituzioni repubblicane viene messa in gioco non tanto a causa della rissa da angiporto scoppiata tra i due ex compari, Grillo e Conte...
La stabilità delle istituzioni repubblicane viene messa in gioco non tanto a causa della rissa da angiporto scoppiata tra i due ex compari, Grillo e Conte, quanto piuttosto per il maldestro tentativo di porre sotto controllo il primo partito d'Italia, o almeno quello che detiene la maggioranza relativa in entrambe le Camere. La sopravvivenza del governo Draghi doveva in qualche modo venire salvaguardata, e gli strateghi che muovono le fila del gioco parlamentare, per raggiungere tale obiettivo, hanno prospettato a Conte di assumere la guida del Movimento Cinque Stelle. Se l'operazione fosse riuscita, si sarebbe tolto a Grillo il suo potere di ricatto sull'Esecutivo, placando nel contempo il risentimento nutrito dal cosiddetto "avvocato del popolo". Il quale - nella sua megalomania - si considera un grande statista, privato del potere da una rivolta di palazzo.
Per quanto attiene alla prima di tali paranoiche convinzioni, la responsabilità deve essere in gran parte attribuita ad Eugenio Scalfari, a sua volta colpito da demenza senile, il quale giunse a paragonare Conte a Cavour (il quale era almeno conte non soltanto di nome, ma anche di fatto). In merito all'altra fissazione dell'uomo di San Giovanni Rotondo, nessuno ha avuto evidentemente il coraggio di spiegargli che era ormai suonata l'ora del commissariamento della politica italiana, a prescindere da chi per effetto di tale decisione venisse sfrattato da Palazzo Chigi. Rimaneva però il problema di dare all'ex inquilino una sistemazione decorosa, conveniente al suo rango. Conte è stato così dirottato sui "pentastellati". E' infinito l'elenco degli ex Presidenti del Consiglio collocati alla guida di partitini personali, costituiti "ad hoc": è successo a Dini, a Monti, e perfino a Renzi.
Ora, per saziare l'appetito di Conte, ci voleva un partito un poco più grosso. Mentre però, nei casi precedenti, era l'ex "premier" a fondare una effimera forza politica, questa volta essa esisteva già. A questo punto, si poneva un altro problema: Conte non aveva mai preso la tessera. Era dunque prevedibile una reazione di rigetto. Ciò malgrado, Conte nutriva la certezza di essere accolto trionfalmente come Giulio Cesare di ritorno dalla Gallia. L'avvocato non aveva però tenuto conto di due differenze. In primo luogo, egli non tornava in veste di vincitore, bensì nei panni del perdente. In secondo luogo, lo attendeva al varco chi già deteneva il potere nel partito, e non aveva nessuna intenzione di lasciarsi defenestrare dal primo "parvenu" di passaggio. Il risultato di questa disastrosa operazione è anch'esso catastrifico: Grillo è la classica belva ferita, ma non uccisa, pronta a divorare il cacciatore maldestro. Il comico ha certamente capito (non ci voleva, d'altronde, molta intelligenza) che la congiura volta a destituirlo era stata ordita dalle parti di Palazzo Chigi, ed ora cercherà di vendicarsi. Per giunta, si tratta per lui di una questione di vita o di morte, essendo in gioco la sua funzione di burattinaio della politica italiana.
Che cosa succede dunque se Grillo ritira la fiducia al Governo? La risposta verrà nei prossimi giorni, ma possiamo domandarci fin d'ora come si è arrivati a questo punto. La cultura politica dei "pentastellati" è di destra, come le loro radici. Il sindaco di Roma viene dalla scuola di Previti, Di Maio e Di Battista sono figli di dirigenti neofascisti, Casaleggio aveva esordito nelle fila dei berlusconiani. I dirigenti democratici hanno sempre fatto finta di non essersi accorti di chi fossero in realtà i loro alleati. A suo tempo, d'altronde,  D'Alema aveva detto che la Lega era "una costola" del movimento dei lavoratori. Il quale aveva i suoi difetti ed i suoi limiti, ma almeno non aveva mai praticato il razzismo. La vocazione autoritaria dei leghisti li ha condotti fino a Mosca, quella dei "pentastellati" li ha portati a Pechino, dove hanno trovato non soltanto una sponda ideologica, ma anche un solido supporto economico. In cambio, hanno offerto la cessione del nostro sistema portuale, e l'invasione dell'Italia da parte dello spionaggio elettronico cinese.
La disinvoltura dimostrata dalla sinistra nella scelta dei soci alleati è a sua volta conseguenza della incapacità di elaborare una cultura politica. Quella comunista era obsoleta, e quella socialdemocratica veniva rifiutata per effetto di un antico riflesso condizionato. Rimaneva la cultura cattolica liberale e democratica, che però era stata emarginata da Berlinguer fin da quando - su consiglio del marchese Rodano - aveva deciso di offrire l'appoggio del suo partito al settore tradizionalista della curia, liquidando tutta l'elaborazione maturata in ambito cattolico dopo il Concilio. Da allora, il settore cattolico progressista ha potuto operare solo nell'ambito della Chiesa. L'attuale pontificato dimostra quanto esso fosse radicato ed influente, ma la politica italiana non è più in grado di dialogare con l'altra sponda del Tevere.
I dirigenti del partito democratico di estrazione cattolica vengono quasi tutti dalla destra democristiana, come nel caso di Renzi e della Boschi, espressione della corrente fanfaniana, mentre Letta è cresciuto alla scuola del "conte zio". L'unica strategia elaborata dal partito democratico consiste dunque nel mantenersi al governo, a prescindere dai suoi alleati, e fino ad ora ci è riuscito, malgrado abbia perso tutte le elezioni.
Manca però, qualsiasi progetto relativo alla società italiana. Il commissariamento, da parte di Draghi, della politica nazionale, ha costituito dunque un colpo di fortuna. Le scelte strategiche sono tutte rimesse all'arbitrato del Presidente del Consiglio, e la tradizione democratica viene perpetuata grazie alla sua formazione, che risale al cattolicesimo sociale per via dell'insegnamento impartito dai gesuiti, nonchè alla liberaldemocrazia espressa dal partito d'azione, cui appartenne l'altro maestro di Draghi, il professor Federico Caffè. Una sola persona, per quanto prestigiosa e capace, non basta però per salvare la democrazia. Tanto più se - essendo priva del supporto di un partito - deve imporre le proprie scelte ad un Parlamento in cui quasi nessuno si trova in sintonia con il Presidente del Consiglio. Che ora deve affrontare anche i propositi di vendetta del comico di Genova.
La democrazia italiana rivela oggi tutta la sua debolezza, potendosi affidare soltanto ad un ristretto ceto di intellettuali illuminati, che costituiscono una crosta sottile, sotto alla quale ribolle il magma del populismo e dell'autoritarismo, ispirato e finanziato dalle autocrazie straniere. Contro le quali combattiamo a mani nude. In questi casi, la sola risorsa consiste nell'appellarsi al popolo, affinchè difenda le istituzioni. Manca, però, lo strumento politico necessario per mobilitare una base democratica ormai allo sbando, priva com'è tanto di una organizzazione quanto di una cultura politica radicata e diffusa.
Possiamo dunque soltanto pregare Dio perchè illumini e sostenga Draghi e salvi l'Italia. Don Bosco, un grande italiano (che non credeva però nell'unità nazionale) scrisse il famoso inno: "Dio di potenza, Dio salvator, salva l'Italia e Roma pel tuo sacro Cuor!".

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Mario Castellano  5/07/2021
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