Quanto è avvenuto nei giorni scorsi nel Tigray, una delle regioni dell'Etiopia abitate da etnia diverse rispetto a quella dominante degli Amhara e per questo in ribellione contro il gioverno centrale fin dai tempi del "Negus" ...
Quanto è avvenuto nei giorni scorsi nel Tigray, una delle regioni dell'Etiopia abitate da etnia diverse rispetto a quella dominante degli Amhara e per questo in ribellione contro il gioverno centrale fin dai tempi del "Negus", risulta difficile da capire per chi non abbia dimestichezza con la geostrategia. In primo luogo, per il fatto stesso di trovarsi al centro dell'attenzione da parte dei grandi mezzi di comunicazione internazionali. I quali hanno sposato con entusiasmo la causa - pur giusta - della autodeterminazione dei Tigrini, biasimando - altrettanto giustamente - i crimini commessi dall'esercito regolare etiope ed illustrando i motivi, certamente fondati, della sollevazione.
Il diritto alla autodeterminazione viene però sistematicamente negato praticamente a tutte le altre genti africane, essendo consolidato nel "Continente Nero" un altro principio, non codificato dalla Carta delle Nazioni Unite, e dunque non inserito nell'ordinamento giuridico internazionale, in base al quale non si possono modificare le ripartizioni territoriali ereditate dal colonialismo. Quando il Biafra tentò di secedere dalla Nigeria, la sua ribellione venne stroncata, e nessuno si azzardò a protestare. La sinistra europea appaludì anzi alla repressione, classificando i separatisti come fantocci dello "imperialismo americano" (?!). Ha fatto parzialmente eccezione il sud Sudan, trattandosi di una ex colonia britannica non inserita formalmente nel "Sudan anglo-egiziano". Quanto al Sahara ex spagnolo, annesso di fatto dal Marocco, esso costituisce una eccezione alla rovescia, non essendo mai appartenuto al regno "sceriffiano". Gli abitanti chiedono invano che la loro volontà venga rispettata. Questa volta, almeno, la sinistra europea li appoggia. Come anche ha sostenuto gli eritrei, i quali hanno invece conquistato l'indipendenza, non avendo mai fatto parte dell'impero di Etiopia.
Ora si rompe, con la secessione del Tigray, il tabù dell'unità degli Stati africani. Vi è però un altro aspetto interessante nella vicenda: dopo che le truppe regolari avevano preso senza colpo ferire il controllo di Macallè, da cui i ribelli si erano ritirati, la situazione si è improvvisamente rovesciata, con l'improvvisa ritirata dei governativi. Gli ufficiali alloggiati negli alberghi del capoluogo hanno addirittura pagato il conto prima di ritornare ad Addis Abeba. L'analista Gianni Vernetti spiega eloquentemente, su "La Repubblica" del sei luglio scorso, che cosa è realmente avvenuto: gli Stati Uniti, che ora dispongono della base aerea di Macallè, preziosa per le loro operazioni nel "Corno d'Africa", hanno deciso di mettere in pratica per la prima volta nel Tigray - non a caso ai danni della Etiopia filocinese - la nuova dottrina dell'intervento umanitario, che si considera autorizzato quando una popolazione cui viene negato il diritto alla autodeterminazione si trovi esposta al pericolo di un genocidio, o comunque di una grave violazione dei diritti umani.
Questo era già successo in Bosnia, nel Kossovo e nel Kurdistan - tanto iracheno quanto siriano - ma in quei casi gli occidentali non avevano ancora codificato il principio dell' "intervento umanitario". Ora una situazione analoga viene denunziata ai danni degli Uiguri del Xinking, dove l'etnia dominante della Cina già pratica la "pulizia etnica". La situazione di questa regione viene esaminata da un apposito "tribunale internazionale", che si accinge a sessionare a Londra. La differenza con il Tigray consiste nel fatto che gli etiopi hanno preferito ritirarsi, per non fare la fine di Milosevic e di Saddam Hussein, mentre i cinesi sono ben decisi a resistere.
Il modello può comunque venire esportato anche in altre situazioni. In Italia, per alcune categorie, si è introdotto per legge l'obbligo di vaccinazione, e di questo si sta già occupando la Corte Internazionaole di Giustizia dell'Aia. Avremo dunque anche noi delle secessioni, favorite da potenze straniere? Ci limitiamo, per ora, a registrare un avvenimento della nostra cronaca locale. Alberto di Monaco ha inaugurato il nuovo porto turistico di Ventimiglia, sorto su di un'area acquisita a titolo di concessione demaniale dal Principato. Alla cerimonia non era presente nessun rappresentante del Presidente della Repubblica, malgrado il protocollo lo prescriva quando sia ospite un Capo di Stato estero. Non vi era neanche alcun rappresentante della Repubblica italiana, come il Prefetto o un suo delegato, ma soltanto quelli degli enti locali. Che cosa significa tutto questo? Il Principe non può certamente disporre che uno Stato straniero violi le proprie regole protocollari. Da parte dell'Italia si è dunque voluto sottolineare che Roma non gradisce la sua penetrazione economica. La quale è però destinata ad accentuarsi. Dopo che Monaco ha assunto le spese della ricostruzione della strada regionale dell'Alta Valle Argentina, si annunzia l'edificazione di un grande centro residenziale commerciale a Grimaldi, sui terreni che la famiglia così chiamata vi possiede da secoli. Gli enti locali sono naturalmente entusiasti per questa tendenza a cancellare il confine, cui dà manforte la stessa Francia: Parigi, sollecitata dalle autorità di Nizza, paga a sua volta tutte le spese per la ricostruzione della strada statale della Valle del Roja nel tratto italiano. Da Roma, la nostra gente di frontiera ha ricevuto soltanto degli inganni: tipico il caso della pubblicazione di "Le Phare" in francese, millantata (e mai realizzata) da Celi, Benotti e Izzo. Il terzetto ricorda la volpe, il gatto e Pinocchio.
L'unico faro che si è acceso è quello del nuovo porto di Ventimiglia.