Caro Dottor Marfella,
Ho letto la bellissima lettera che Ella ha indirizzato al defunto Dottor Giuseppe De Donno.
Non posso naturalmente immaginare che cosa Le avrebbe risposto il defunto, ma mi permetto di esporre quanto io penso in merito alle questioni da Lei sollevate.
In primo luogo, non condivido affatto l’avallo che Ella sembra fornire alla tesi del suicidio.
Auspico che sia svolta una autopsia, volta a chiarire se in realtà il Dottor De Donno sia stato “suicidato”.
Nell’attesa dei risultati, si può però compiere quella che viene impropriamente definita “autopsia psicologica”.
In genere, si toglie la vita chi constata il proprio irrimediabile fallimento.
Il Dottor De Donno era invece ancora pienamente impegnato in una battaglia il cui esito verrà conosciuto necessariamente tra molto tempo, ma che già lo vedeva vincitore – sia pure nel senso morale - nel momento stesso in cui una parte dell’opinione scientifica, e più in generale dell’opinione pubblica, già gli stava dando ragione.
Il dibattito che egli aveva iniziato in ambito medico era più che mai aperto, e il Dottor De Donno sapeva che comunque in queste materie il dissenso è destinato a permanere.
Né i detrattori dell’illustre studioso avrebbero potuto in alcun momento fornire la prova di un suo asserito errore, o peggio di una mancanza di serietà e di fondamento delle tesi che egli aveva enunziato.
Il fatto dunque che una parte dei colleghi rimanesse schierata con lui, non a causa di un fideismo settario, ma per l’intima convinzione – maturata in scienza e coscienza – che De Donno avesse ragione, avrebbe motivato ogni studioso a rimanere al proprio posto il più a lungo possibile.
Né tentativi di screditare una tesi scientifica, né la disistima possono scalfire le certezze maturate in seguito alla ricerca ed alla sperimentazione.
Anziché dunque di piangere un sucida, deplorando la sua asserita debolezza di carattere, dovremmo piuttosto impegnarci tutti ad ottenere giustizia per la vittima di un delitto.
Di cui non possiamo naturalmente affermare le modalità dell’esecuzione, quanto meno fino a quando si conosceranno i risultati dell’autopsia, ma possiamo certamente immaginare il movente.
Che deve essere ricercato non già nel tentativo di mettere a tacere una voce in dissenso – la documentazione scientifica prodotta da Di Donno è infatti destinata a sopravvivergli – bensì in una vendetta, consumata su chi si era opposto al tipo di terapia “ufficiale” ormai adottato dalle Autorità sanitarie.
L’effetto dissuasivo di questo gesto è dunque destinato ad ammonire chi, nel futuro, volesse esprimere su altri argomenti ed in altre occasioni lo steso tipo di dissenso manifestato dal Dottor De Donno.
Fin qui quanto penso sulla morte del Suo collega.
Rimane da aggiungere che si è verosimilmente trattato di un omicidio commissionato da quei poteri che De Donno aveva sfidato.
Questa, d’altronde, è nella maggior parte dei casi la genesi dei delitti mafiosi.
Solo raramente la vittima viene eliminata per impedire il compimento di una indagine, essendo sul punto di scoprire una verità imbarazzante: De Donno, la sua verità l’aveva già scoperta.
L’omicidio giunge quindi a certificare che la vittima aveva visto giusto, fornisce una sia pur tragica conferma delle verità che aveva rivelato.
Da quanto Ella scrive, ricordando anche la storia di un Magistrato “suicidato” mediante un incidente automobilistico, mi pare che Ella conosca molto bene il “modus procedendi” proprio dei camorristi.
Anche io, pur essendo un settentrionale - sia pure imprestato al Meridione essendomi dovuto occupare di certe faccende - ho avuto modo di confrontarmi con la cosiddetta “delinquenza organizzata”, fin dall’epoca in cui – collaborando con il compianto Padre Fidenzio Volpi nella sua attività di Commissario Apostolico dei Frati Francescani dell’Immacolata - avevo scoperto insieme con lui che questa Congregazione fungeva da paravento – ed insieme da cassaforte – della camorra.
La morte di Padre Volpi è stata ufficialmente catalogata, malgrado le mie insistenze affinché la Procura di Roma aprisse una indagine per omicidio volontario contro ignoti, quale decesso per cause naturali.
L’errore compiuto dagli eredi, rivelatosi irrimediabile, consistette nel non richiedere l’autopsia subito dopo la morte del Religioso.
Più tardi, la Magistratura Inquirente ed il Giudice per le Indagini Preliminari furono irremovibili nel negarla.
Spero dunque che gli eredi del Dottor De Donno richiedano questo adempimento, come anche una perizia psicologica su tutti gli scritti da lui lasciati e sulle testimonianze di chi aveva parlato con lui, volta a chiarire le sue condizioni mentali.
Le quali probabilmente escludono uno stato d’animo propizio al suicidio.
Padre Volpi disse, pochi giorni prima di morire: “Guardate come mi hanno ammazzato!”
Data la sua conoscenza della Medicina, era in grado di diagnosticarsi.
Non voglio però soffermarmi oltre sul suo caso, se non per dire che certamente si volle – a mio avviso – interrompere la ricerca della verità, ma anche “dare un esempio”: i successori nell’incarico, infatti, interruppero immediatamente l’opera che egli aveva intrapreso.
Da allora in avanti, è proseguita la commistione tra la malavita e la religione, come pure continuerà – morto De Donno – la corruzione nei procedimenti con cui si adottano i farmaci.
Sulla camorra, come pure sulle consimili associazioni a delinquere, mi pare che il confronto tra la sua e la mia esperienza porti alla stessa conclusione, come qui cercherò di spiegare.
Vi fu un momento, qualche anno fa, in cui si disse che la camorra “parlava sinistrese”.
Era la stagione in cui, rompendo una vecchia consuetudine, i suoi adepti firmavano i delitti con la sigla dei “Giustizieri della Campania”.
Successivamente, questa “svolta a Sinistra” è stata ampiamente corretta, ma non è cessato il costume di presentare le malefatte dei suoi affiliati come una forma di resistenza meridionale alla persistente occupazione del Sud.
Anche i camorristi infiltrati nello “entourage” dei Francescani dell’Immacolata fecero uso contro Padre Volpi (che era bergamasco) e contro di me (che sono ligure) di una simile retorica.
Ciò non di meno, costoro trovarono ampie solidarietà negli ambienti tradizionalisti settentrionali: la prima di una lunga serie di telefonate minatorie da me ricevute proveniva – lo ricordo bene – da un Signore che parlava con un forte accento piemontese.
La stessa vicenda della “Terra dei Fuochi” testimonia il connubio tra interessi sporchi del Nord e del Sud: i Meridionali sotterrano la spazzatura tossica che i Settentrionali inviano loro a tal fine, ed entrambi considerano il territorio della Campania come una grande pattumiera.
Come si può parlare, in queste condizioni, della camorra come di una organizzazione della “resistenza” meridionale?
Mi pare che i suoi adepti agiscano viceversa come i peggiori collaborazionisti.
Chi ha cercato di scuotere il Meridione dalla sua condizione di colonia interna è stato il Papa, ma ho potuto constatare personalmente come Bergoglio venga detestato dai tradizionalisti meridionali non meno che dai loro correligionari settentrionali: il Dottor Francesco Sudrio, principale “supporter” dei Francescani dell’Immacolata in ribellione contro il Pontefice, usava la parola “progressista” (nella sua accezione religiosa) come un insulto.
Le mafie, in conclusione, sono sempre dei soggetti reazionari, tanto nelle questioni sociali come nei loro atteggiamenti culturali.
Un’ultima osservazione riguarda, da punto di vista giuridico, la posizione delle grandi ditte farmaceutiche.
La Sua critica nei loro confronti è pienamente fondata e ben documentata: non dobbiamo però trarne la conclusione che occorra espropriare la proprietà intellettuale delle scoperte scientifiche in Medicina.
A parte l’illegittimità costituzionale di tale misura, che violerebbe il principio della libertà di impresa, si stabilirebbe un precedente pericoloso: nessun tipo di proprietà intellettuale, infatti, potrebbe più considerarsi al sicuro.
A parte le norme sulla tutela dei lavoratori dipendenti, i cui diritti devono sempre essere salvaguardati – a maggior ragione quando si svolge un lavoro intellettuale - il rimedio consiste a mio avviso nel favorire con adeguati finanziamenti la ricerca in ambito universitario, e successivamente nell’acquisire allo Stato – compensando adeguatamente gli scopritori – i vari brevetti.
A questo punto, si dovrebbe affidare la produzione dei farmaci ai laboratori pubblici.
Qualora poi la loro capacità si rivelasse ancora inadeguata per coprire il fabbisogno, i soggetti privati verrebbero autorizzati ad usare i brevetti, ma alle condizioni poste dalla parte pubblica.
Se la Repubblica ha imposto ai Benetton di venderle le Autostrade, per giunta ad un prezzo loro imposto dal Governo, non si vede che cosa impedisca di procedere in modo analogo in una materia riguardante la sopravvivenza collettiva.
La ossequio.
Mario Castellano