l'intervista rilasciata lunedì scorso a "La Repubblica" dal sindaco Nardella di Firenze ...
Abbiamo letto con molta attenzione l'intervista rilasciata lunedì scorso a "La Repubblica" dal sindaco Nardella di Firenze, il quale si pone alla guida tanto della società civile della sua città quanto dei colleghi di tutta Italia nell'opera di accoglienza e di assistenza in favore dei profughi afgani.
La prima riflessione che ci sentiamo di formulare sul suo contenuto riguarda il fatto che la politica - come la vita - offre sempre nuove occasioni. Chi le sa cogliere va avanti, chi non è invece capace di approfittarne - in quanto non è capace di uscire dagli schemi del passato, rimane irrimediabilmente indietro, e si condanna da solo a vivere di nostalgia, di ricordi e di recriminazioni. Questo si può ammettere da parte degli anziani, non da parte di chi governa alcune delle città più importanti e vivaci del nostro Paese, e si propone di assumere il governo dell'Italia.
Non vediamo francamente alcuna differenza sostanziale tra quanto avvenuto nei giorni scorsi in Afghanistan e quanto successo a suo tempo nel nostro Paese di adozione, cioè il Nicaragua: almeno per quanto riguarda la distanza tra l'ideologia propria dei sandinisti e quella esibita dai "talebani" da una parte, e dall'altra i principi che dovrebbero ispirare la sinistra occidentale. E' vero che la Costituzione del Nicaragua riconosce il pluralismo politico ed economico, ma è altresì vero che il partito dominante era dogmaticamente fedele ad un marxismo pietrificato, assimilato dai suoi dirigenti durante i loro studi presso l'università "Lumumba" di Mosca, dove si sono formati i governanti di tanti Paesi extraeuropei. Anche i "talebani" - che viceversa provengono dalle "madrase" in cui si insegna l'Islam radicale - dicono di riconoscere i diritti delle donne e delle minoranze religiose, ma gli occidentali rispondono di rimettere il giudizio ai fatti, e non alle parole. Questa valutazione è mancata a suo tempo nel caso del partito al potere in Nicaragua: si è creduto alle sue affermazioni, senza tenere conto che la realtà le smentiva. Veniva comunque anche scomunicato sul piano teorico chi all'interno del Paese cercava di ispirarsi all'eurocomunismo, come pure quanti lo propugnavano all'estero, in primo luogo lo stesso Berlinguer.
Tutto ciò non scalfì minimamente l'atteggiamento di appoggio incondizionale assunto dalla sinistra italiana nei confronti dei sandinisti: non soltanto nel contenzioso con gli Stati Uniti, ma anche nella loro politica interna e nelle loro scelte ideologiche. Si trascurava così l'appiattimento sulle posizioni dell'Unione Sovietica, e - quanto è peggio - si ometteva di rispondere alle polemiche sollevate espressamente contro il partito comunista italiano. Che pure risultavano da una lettura - anche  superficiale - dell'organo ufficiale del fronte sandinista. La complicità non si limitò però al piano ideologico: quando ci opponemmo alle pressioni esercitate dalle autorità per farci collaborare ad un tentativo di spionaggio contro l'Italia, questa nostra doverosa decisione venne criticata pubblicamente dal rappresentante a Managua del partito comunista, tale Filippo Beltrami, come anche - sia pure riservatamente - dal responsabile delle relazioni estere delle Botteghe Oscure, l'onorevole Renato Sandri. In seguito, tale atteggiamento fu fatto proprio da due dirigenti della federazione di Imperia, Mario Spalla e Giovanni Languasco. E' dunque logico che valutiamo con severità - sia pure senza prevenzione e diffidenza preconcettuale - le posizioni espresse dagli attuali rappresentanti del partito ex comunista in merito ai conflitti ideologici in cui esso è impegnato.
Ci pare però che si debba riconoscere - per onestà intellettuale - che quando il sindaco di Firenze non soltanto non critica l'operato dei "talebani", ma si impegna anche concretamente per soccorrere le loro vittime, venga compiuto un primo passo nella giusta direzione. Se il Partito Democratico vuole essere egemone in Italia, deve dimostrarsi capace di interpretare e rappresentare l'identità di un popolo come il nostro, che si dimostra tanto più aperto e generoso quanto più si mantiene fedele alle sue radici, che sono quelle del solidarismo cristiano, rivissuto in modo originale dal movimento dei lavoratori. Senza però mai smarrire l'ideale della libertà.
Nardella, e con lui gli altri dirigenti, dovranno certamente pagare un alto prezzo per la loro scelta: la cultura "terzomondista" li scomunicherà, e non mancheranno le minacce da parte degli estremisti islamici. Non si deve cadere naturalmente nella tentazione di farsi coinvolgere in una guerra di religione, ma la scelta compiuta in questi giorni deve essere netta ed irreversibile. Nel 1968, il partito comunista aveva condannato l'invasione della Cecoslovacchia, ma non smise neanche per un attimo di mandare le sue delegazioni a Mosca. Non si deve ricadere oggi in questo atteggiamento ambiguo, in questo vergognoso doppio gioco. La scelta del pluralismo politico non ammette nessun rapporto con chi la rifiuta.
Se è doveroso sostenere il movimento di liberazione dei popoli, non si deve tollerare nessun tentativo di imporre all'Italia dei modelli totalitari, di matrice tanto politica quanto religiosa. La laicità dello Stato deve essere preservata dalle pretese del confessionalismo, sia esso cattolico o islamico. Nè con Formigoni, nè con la Zawahiri. Non a caso, sono tutti e due dei pregiudicati.

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Mario Castellano  28/08/2021
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