Quando il Dalai Lama dovette lasciare nel 1959 il suo Paese ...
Quando il Dalai Lama dovette lasciare nel 1959 il suo Paese, iniziando un esilio che dura ancora oggi, egli perse il Tibet, ma guadagnò il mondo. "Sua Santità", o meglio "Sua Essenza" - come viene chiamato dai seguaci - si propose allora di mantenere viva la causa della sopravvivenza e della indipendenza, ma per raggiungere questo obiettivo - proiettato in un futuro che appariva via via sempre più remoto - occorrevano grandi risorse economiche.
Tenzin Gyatso, come si chiama al secolo il Dalai Lama, figlio di un mercante di cavalli, si rivelò così uno dei più geniali uomini d'affari del nostro tempo. Non proponendosi certamente di migliorare le proprie condizioni personali (anche quando alloggia in un albergo di lusso, il capo spirituale dei tibetani si sveglia alle tre del mattino, e cucina per sè una zuppa d'orzo, usando un fornello che si porta sempre dietro), bensì per costruire le strutture di un "Tibet esterno", sempre più esteso e radicato, soprattutto mediante le pagode in cui i monaci diffondono il verbo del buddismo.
Il Dalai Lama è certamente favorito nella sua opera dal fatto che questa filosofia non passa mai di moda, e trova sempre nuovi seguaci tra le persone ricche, importanti ed influenti: pronte, in ogni momento, a sottoscrivere ed a fare propaganda, come nel caso di Richard Gere, ma non solo. Non si deve però confondere la causa con l'effetto: il pensiero del principe Gotama si è infatti diffuso anche per merito del Dalai Lama. Tra le sue ultime iniziative, sempre coronate da successo, vi è il trapianto delle migliaia di specie vegetali curative che compongono l'erbolario tibetano. Per ciascuna di esse, si è reso necessario - dopo averne contrabbandato le sementi - ricercare dei terreni che avessero lo stesso clima e la stessa composizione di quelli di provenienza, e poi acquistarli, compiendo un investimento a lunga scadenza.
I Luxardo avevano fatto lo stesso nel caso degli alberi di amarene con cui si produce il famoso maraschino di Zara, da dove erano stati espulsi dopo la guerra. Ora le coltivazioni si trovano sui Colli Euganei. Mentre però in questo caso l'operazione riguardava una sola pianta, i tibetani hanno dovuto ricollocarne migliaia. Il Dalai Lama, il cui primo ministro del governo tibetano in esilio è un laureato ad Harvard che per servire la causa ha rinunziato a divenire amministratore delegato di grandi multinazionali, ha deciso di mandare a studiare presso le più prestigiose università occidentali i componenti della futura classe dirigente del suo Paese. Per pagare le loro borse di studio, occorre però molto denaro.
Un modo per aiutare il popolo tibetano, ed insieme per conoscere la sua cultura, consiste nell'acquistare i libri della Fondazione "Gaden Phodrang", i cui proventi sono destinati a sostenere i progetti dei tibetani in esilio. Gli ultimi due, che raccomandiamo ai nostri lettori sia per il contenuto, sia per l'aiuto derivante dall'acquisto, si intitolano rispettivamente "Il sonno, il sogno, la morte" (a cura di Francisco J. Varela, traduzione di Balan Wallace, Beat editore, 288 pagine, 9 euro) e "L'arte di essere pazienti" (nessuno può insegnarla meglio del Dalai Lama, n.d.r.), traduzione di Francesca Sgaramella, Beat editore, 219 pagine, 12,50 euro.

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Mario Castellano  2/09/2021
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