Dopo il clamoroso fallimento della candidatura alla Presidenza della malconsigliata Casellati,...
Dopo il clamoroso fallimento della candidatura alla Presidenza della malconsigliata Casellati, è andato in scena a Montecitorio un intermnezzo pugilistico tra La Russa e Toti, l’uno più allenato, l’altro più robusto: ciò malgrado, il “Governatore” ha preso un sacco di legnate.
Alle botte reali, si sono aggiunte quelle metaforiche: l’uomo Mediaset di via Fieschi si è infatti dedicato – anch’egli malconsigliato, come “la zia della nipote di Mubarak” – all’ennesimo ed ormai patetico tentativo di costituire un Partito – detto anche una “Area” - di Centro.
Si tratta di una impresa nella quale si sono vanamente cimentati, rimanendo esanimi sul campo, uomini di ben altro spessore, da Dini a Monti, da Renzi a Casini, da Fini ad Alfano, il cui elenco risulta necessariamente incompleto.
Come possa un personaggio decisamente meno blasonato e più provinciale di tutti gli altri ritenersi capace di tanta impresa, è un mistero: probabilmente, Toti è stato contagiato non già dal “Covid”, ma dalla megalomania.
E’ tuttavia un fatto che periodicamente qualcuno ci riprova.
Negli Anni Cinquanta, andavano di moda gli inventori della macchiana del moto perpetuo: ogni tanto qualche Cagliostro di paese convocava in casa sua la televisione per esibirla.
Dopo qualche tempo, la R.A.I. riferiva impietosamente che la macchiana si era fermata, ma spuntava fuori regolarmente un altro “inventore”.
Lo stesso avvieno ora con i maghi intenti a resuscitare il mitico Centro, tutti ispirati dalla memoria della Democrazia Cristiana.
Costoro sono tutti evidentemente digiuni tanto di storia quanto di sociologia.
La vicenda della Democrazia Crisiana risulta infatti – per fortuna – irripetibile.
La Chiesa ha da tempo abrogato il “dogma” – che comunque era tale solo nella propaganda – della cosiddetta “unità politica dei Cattolici”.
Lo ha fatto grazie al più anticomunista di tutti i Papi del secolo scorso: che era comprensibilmente tale perché i comunisti li aveva conosciuti di persona (quelli veri, non quelli che commerciano in selvaggina).
L’elezione di tre Vescovi di Roma stranieri ha distolto definitivamente la Chiesa dalle vicende del nostro Paese, ed è poco probabile che un rivoluzionario latinoamericano si preoccupi della carriera di personaggi comunque inseriti in qualità di sediari e caudatari nella corte pontificia, quali Benotti o Buttiglione.
Un tempo, la sedia gestatoria era affiancata dai portatori dei “flabelli”, in origine dei ventagli, poi ridotti ad una funzione ornamentale.
I gerarchi democristiani erano ormai ancor più inutili dei loro portatori.
Soprattutto, però, i personaggi come Toti non tengono conto del fatto che in Italia non esiste più la “classe media”, sostituita da una massa di sradicati e di diseredati: alcuni dei quali sostenuti dal “reddito di cittadinanza”, come i plebei dell’antica Roma, che passavano a ritirare la “sportula” con i viveri nelle case dei patrizi, altri dediti ormai al “mestiere delle armi” come i miliziani del Medio Evo, ed impegnati nei turbolenti cortei settimanali.
Tutto il contrario di quel mondo di pacifici e sazi professionisti, fautori del “law and order”, che formavano la base dello Scudo Crociato.
Toti, rientrato a Genova, “dove sicuro essere credea”, era invece atteso dai una mozione di sfiducia dei Leghisti.
I quali hanno esibito – quale prova del suo tradimento – una recente fotogrtafia del “Governatore” a cena con Burlando.
In realtà, i due assomigliano a degli amanti sposati entrambi con terze persone.
Se Toti fa le corna alla Destra, Burlando le fa alla Sinistra: questo, però non fa più notizia, almeno da quando si vantava di trasormare la Liguria in un unico porto tutistico, costruito dalla Cozzi – Parodi.
Il candidato a Sindaco di Genova farà dunque bene ad esigere un impegno scritto di tutti i gruppi che dicono di sostenerlo.
Intanto, però, entra in crisi la Giunta regionale di Destra, travolta dalla lite tra Toti e i Leghisti.
L’uno e gli altri - con strategie diverse, ma entrambe perdenti – intendono opporsiad un regime, quiello guidato da Draghi e Mattarella, che è a trazione meridionale: nel quale, cioè, risulta egemone quella parte d’Italia che non dipende dalla libertà di intrapresa, e quindi si manifesta sostanzialmente insensibile nei suoi riguardi.
Toti si appella ad un ceto medio che ha cessato di esistere, ed è simile al “Generale dell’Armata Morta”, dedito a i suoi soldati nei cimiteri.
I Leghisti - già seguaci di Sonia Viale, secondo cui “gli Italiani sono cattivi” - hanno venduto l’anima al diavolo centralista, e non possono più ricomprarla.
Rimane una opposizione non legalitaria, che si accinge ad inscenare a Sanremo una manifestazione non autorizzata contro il Festival, essendo occupata la “Città dei Fiori” dai camion della R.A.I. come un tempo Budapest e Praga dai carri armati sovietici.
La protesta assume dunque inevitabilmente un carattere identitario.
Mentre in Italia si resiste ad un nemico che avanza da Sud, in Ucraina esso proviene da Est, ma non una certamente come armi le canzonette.
Abbiamo conosciuto, molti anni or sono, la gente di Kiev.
Più che la differenza linguistica rispetto ai “Grandi Russi” - materia di competenza dei filologi, come la nostra amica Professoressa Weissemberg - questa gente teneva a sottolineare la sua prossimità culturale e spirituale con l’Occidente.
Aveva scritto Blok, il poeta della Rivoluzione: “Vi mostreremo la nostra orribile faccia asiatica”.
Fu proprio sul Don, al confine tra l’Ucraina e la Russia, che il Principe Dimitri fermò i Tartari nel 1388, salvando l’Occidente alla vigilia del Rinascimento.
Ora non è più possibile fermare le orde che dilagano dall’Est.
I miliziani di Kiev hanno dovuto pagarsi il fucile di tasca loro, ma non ci sono abbastanza soldi, né abbastanza armi per tutti: per cui ci si esercita con le armi di legno.
Vengono in mente altri miliziani, quelli che cercavano di fermare i marocchini di Franco sulla Sierra di Guadarrama, e dovevano aspettare che un compagno cadesse per prendere il suo fucile.
Dolores Ibarruri ammonì inultilente che essi difendevano Parigi, e non Madrid.
Oggi, per Kiev, vale lo stesso discorso.
Gli insorti ungheresi tentavano di fermare i carri armati con le bottiglie incendiarie, che ameno bruciavano: i fucili di compensato servono solo per sparare delle chiacchiere.
Israele ha predisposto – e forse sta già attuando – un piano per evacuare centosettantacinquemila israeliti dall’Ucraina: Stalin, quando avanzavano i nazisti, li abbandonò, e vennero sterminati a Babni Yar.
Per fortuna, c’è qualcuno che ha imparato la lezione della storia, ma la decisione presa da Gerusalemme rivela che la data dell’invasione è già segnata, e non la si può fermare.
L’Europa torna a vivere l’incubo delle fughe di massa, dello spostamento di popoli interi.
Se era giusto ricevere i sunniti della Siria, si devono accogliere anche i dirigenti, i militari, gli intellettuali e gli ecclesiastici che si accingono a lasciare l’Ucraina, dopo avere creduto nella sua indipendenza.
Nessuno vuole “morire per Kiev””, ma almeno aiutuiamo la gente che vuole continuare a vivere.