Palmiro Togliatti riservò sempre a sé stesso – insieme con il compito di stabilire a sua piena discrezione la linea del Partito – un altro aspetto, solo in apparenza secondario, della politica comunista in Italia: la valutazione della espressione artistica.
Il criterio estetico adottato a questo scopo era in realtà di carattere ideologico.
I film, i romanzi e le opere di arte plastica dovevano ispirarsi al canone detto “nazionalpopolare”, che costituiva una variante – certamente edulcorata rispetto all’originale sovietico, ma applicata altrettanto ferreamente - del “realismo socialista”.
Guttuso lo rappresentava nella pittura, Vittorini nella letteratura, Visconti nel teatro nel cinema.
Tutti e tre questi personaggi erano - non a caso – militanti disciplinati ed esemplari del Partito.
Indubbiamente, il “Conte Rosso” riuscì comunque a produrre dei capolavori, non potendosi mettere un limite alla sua capacità creativa.
Il “Migliore” si serviva, per compilare le innumerevoli stroncature, di Antonello Trombadori, ma a volte le redigeva personalmente, coprendosi dietro il “nom de plume” di Roderigo di Castiglia.
Ora che gli ex comunisti hanno edificato il loro regime, dietro l’usbergo offerto loro da Draghi e Mattarella, l’estetica “nazionalpopolare” celebra i suoi fasti al Festival di Sanremo.
Nel quale si esibiscono soltanto gli “artisti” graditi dal potere, rendendogli l’omaggio dovuto.
Fin qui poco male, salvo l’atteggiamento assunto da costoro – e dunque dalle Autorità di Roma – sui temi religiosi.
Nessuno, beninteso, viene arrestato perché frequenta il culto, né rischia di essere discriminato nel suo lavoro.
Risulta tuttavia evidente un atteggiamento di diffidenza nei riguardi di un soggetto sociale  - quale è la Chiesa - che tende a mantenersi indipendente dall’autorità dello Stato.
I regimi totalitari si distinguono per due caratteristiche: tendono a sopprimere di fatto le autonomie locali, riducendo ad una “fictio juris” i poteri attribuiti ai Comuni e degli altri Enti Pubblici Territoriali, e tendono a limitare in maggiore o minor misura la libertà religiosa.
Le diverse confessioni sono inevitabilmente poste nell’alternativa tra agire come cappellani dei governi, offrendo loro l’appoggio della base sociale costituita dai rispettivi fedeli, oppure venire perseguitate.
Nella prima categoria rientrava la Chiesa italiana dopo i Patti Lateranensi, e rientra il Patriarcato di Mosca, tanto sotto Stalin quanto sotto Putin.
Della seconda categoria facevano parte le Chiese cattoliche dell’Europa Orientale.
Che infatti alla fine riuscirono ad abbattere i vari regimi comunisti.
Ora il Governo italiano manda al Vaticano, con il Festival di Sanremo, un messaggio ben preciso: la fede viene ridicolizzata – questo significa l’esibizione della blasfemia – ed i credenti sono colpiti da una emarginazione sociale ben più grave ed efficace di quella disposta per legge dallo Stato.
Se i praticanti vogliono essere tollerati, devono applaudire lo scherno cui le Autorità li sottopongono.
Si potrà obiettare che comunque la Chiesa può agire “nel sociale”, come andava di moda dire nell’Ottocento.
Anche qui, però, non mancano i sintomi di avversione: la piccola sede della Caritas fino ad ora ospitata – con il consenso delle Ferrovie Italiane – nella stazione Termini è stata chiusa d’autorità.
Se poi i volontari arrivano ugualmente con i loro furgoni a dare aiuto ai barboni, vengono presi a manganellate dai “vigilantes”.
I quali hanno anche il compito di cacciare gli “homeless”, sempre più numerosi a causa della crisi sociale.
Il Governo abolisce per legge l’accattonaggio, come facevano i dittatori dell’America Latina.
Non c’è da stupirsi, visto che i “Pentastellati” – i quali rappresentano il suo volto populista – hanno già provveduto ad abolire per decreto la povertà.
Se qualcuno dice di essere povero, può dunque finire in manicomio, come accadeva ai dissidenti sovietici, in quanto nega la realtà.
La Santa Sede tace.
Anche il Dalai Lama convisse per dieci anni con il regime comunista.
Poi, un giorno, qualcuno lo avvertì che stava per essere arrestato, e costretto a sostenere pubblicamente il Partito.
Il capo dei Tibetani, a questo punto, decise che l’unico modo per mantenere indipendente il suo potere spirituale consisteva nell’andare in esilio.
Per quale motivo, fino ad allora, era stato zitto?
Perché sperava che questo atteggiamento lo salvasse dalla persecuzione.
La Chiesa italiana tace – salvo l’eccezione costituita da Monsignor Suetta – per lo stesso motivo.
Eppure si era opposta al divorzio, senza tenere conto del fatto che lo Stato laico non è necessariamente antireligioso, ma lo diventa quando offende ed emargina i credenti.
Malgrado il “non expedit”, l’Italia liberale non lo fece mai.

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Mario Castellano  8/2/2022
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