Il Professor Mughini, lasciandosi prendere da una pur giustificata “vis polemica” nei riguardi della rappresentanza associativa ufficiale (peraltro usurpata) dei Partigiani, compie due affermazioni, una delle quali giustissima, e l’altra sbagliata.
Il noto giornalista ha indubbiamente ragione quando asserisce che la Liberazione dell’Italia (lo stesso discorso vale però in sostanza anche per la Francia, dove c’è tuttavia chi la celebra senza ricordare un solo soldato americano) non fu opera dei resistenti, bensì degli Alleati.
Se ciò è vero dal punto di vista militare, non ne consegue necessariamente la negazione del valore politico della Resistenza.
Ci sia permesso un ricordo familiare, dato che in questi giorni un poco tutti li stanno tirando fuori dal cassetto.
L’Otto Settembre, nostro padre prestava servizio come Aviere a Ciampino.
Il suo Colonnello, avendo saputo che l’esercito tedesco stava entrando a Roma, chiamò i militari
al dovere civico e morale di difendere la Capitale.
Essendo ormai dissolte le Forze Armate, questo Ufficiale non poteva più esercitare alcun potere gerarchico, e tuttavia tutti quanti i suoi uomini accorsero a Porta San Paolo per affrontare – in una sorta di suicidio collettivo, che accomunò anche molti popolani – le colonne corazzate dei nazisti.
Così cominciò la Resistenza, e nelle intenzioni di quei combattenti non vi era certamente l’intenzione di provocare una guerra civile.
C’era, viceversa, la volontà di reagire all’offesa arrecata all’indipendenza nazionale.
Questa volontà dei resistenti vale a prescindere dalla rilevanza – certamente scarsa – della loro azione militare.
Vale anzi a maggior ragione – nel caso di Porta San Paolo - proprio perché era illusorio opporsi all’invasore con qualche vecchio moschetto.
Non si saprà mai quanti Italiani morirono quel giorno, forse cinquecento.
Quei primi combattenti non avevano per giunta nessuna caratterizzazione politica: erano soltanto dei patrioti, che compivano spontaneamente il loro dovere.
Non si dimentichi, inoltre, il rilievo giuridico della loro azione, in quanto con essa gli Italiani esercitarono il proprio diritto all’autodeterminazione.
Oggi, per gli Ucraini, è in discussione quello steso diritto: se tolleriamo che venga loro negato, non vale più neanche per noi.
Ha dunque ragione Mattarella a ricordare che gli Ucraini sono mossi dalla stessa determinazione – e dalla stessa ragione – che fu propria dei nostri padri l’Otto Settembre.
Mughini ha invece ragione da vendere – ed anzi da regalare – quando deplora l’atteggiamento antioccidentale di una parte della Sinistra italiana.
In realtà, vi è chi questo modo di pensare lo ha essudato, ma non riesce a deplorarlo, come dimostra il “cerchiobottismo” esibito da “La Repubblica”: i cui redattori sono non a caso in gran parte reclutarti tra gli ex “sessantottardi”.
Per questa gente, vale più che mai il motto secondo cui soltanto i cretini non cambiano mai opinione.
Tale atteggiamento si basa in primo luogo sulla falsificazione della storia, secondo cui non dobbiamo la nostra libertà agli Alleati.
Esso inoltre contraddice la migliore cultura politica italiana, che è di matrice liberaldemocratica e cattolica liberale: la gran parte della Sinistra ha scelto però l’adesione ai modelli semiasiatici rappresentati ieri da Stalin, ed oggi da Putin.
Per non parlare del fatto che gli Ucraini hanno ragione, dal punto di vista del Diritto Internazionale, quando si difendono, e gli Occidentali hanno ragione quando li aiutano.
Da questo punto di vista, siamo – se possibile – ancora più severi di Mughini, avendo ben presenti due circostanze: in primo luogo, le scelte di personaggi come Conte e simili non sono tanto dovute alla loro origine ideologica - non ne hanno infatti nessuna – bensì ai loro legami economici; in secondo luogo, ricordiamo come i dirigenti dell’Associazione dei Partigiani abbiano sempre contrastato – in sede nazionale come nelle diverse situazioni locali - il processo di revisione ideologica intrapreso dalla Sinistra.
La quale, però, si è sempre ben guardata dal chiarire con i Pagliarulo di turno le rispettive posizioni, anche quando divenivano palesemente incompatibili.
Era infatti considerato politicamente scorretto dissentire dagli ex partigiani, come se avere avuto ragione nel 1943 comportasse avere sempre ragione: i nostri marxisti ignorano evidentemente la dialettica.
Oggi, però, è scoppiata una guerra che ci coinvolge direttamente, e ciascuno deve decidere da che parte stare: Pagliarulo è con Putin, Letta è con gli Ucraini, ma non sarà lui a condurre questo conflitto.
Come giustamente ha scritto Lepri su “La Repubblica” (ogni tanto, capita anche ai colleghi
di via Cristoforo Colombo di dire la verità), dovrà emergere dalla guerra una nuova classe dirigente.
L’attuale è composta da quanti sono stati cooptati da chi ha fatto la Resistenza, ed è dunque composta da “yes men”.
Per quanto riguarda la nostra Città, ricordiamo come il Partito ex comunista abbia sposato – al tempo della guerra nell’ex Jugoslavia – la causa della” Grande Serbia” soltanto perché qualche ex resistente commerciava con questo Paese.
Oggi, dato il rapporto tra Mosca e Belgrado, non si prende posizione sul conflitto in Ucraina.
Certi interessi, evidentemente, persistono.
Su questa situazione abbiamo informato dettagliatamente, a suo tempo, il compagno Tramontana, che al Nazareno era il responsabile del territorio.
Letta non può dire che è all’oscuro della nostra situazione.

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Mario Castellano  28/4/2022
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Come è puntualmente avvenuto in occasione di ogni guerra combattuta