Eminenza Reverendissima,
Dopo averLe inviato la mia lettera anteriore, è intervenuto un fatto nuovo che conferma quanto in essa avevo rilevato.
A Rimini, il pubblico di “Comunione e Liberazione” ha applaudito Giorgia Meloni.
Paolo VI, che fu un coerente antifascista, si rivolta nella tomba.
Di questo tratta l’articolo che Le allego.
La ossequio.
Suo affezionatissimo in Cristo
Mario Castellano
La platea dei confessionalisti, riuniti a Rimini, ha fatto uso del cosiddetto “applausometro” per misurare le proprie simpatie senza dichiararle apertamente.
Si tratta di un modo indiretto ed ipocrita per misurare in anticipo l’orientamento elettorale di questi Signori, sul quale – comunque – non avevamo mai nutrito alcun dubbio.
In questa riunione annuale si riunisce una consorteria che non è mai uscita dalla sua dimensione provinciale.
Il movimento guidato a lungo – sia pure in modo non dichiarato – da Formigoni è radicato a Milano e in Brianza, cioè nella zona dove ha riunito nella “Società dele Opere” le fabbrichette dei simpatizzanti, preservandole dalla chiusura: che sarebbe stata in molti casi inevitabile senza i finanziamenti pubblici assicurati dalla Regione.
Si tratta degli stessi finanziamenti piovuti sulle scuole private e sulle cliniche altrettanto private dove venivano dirottati gli utenti in base ad un principio giuridico aberrante: quello detto della “sussidiarietà”, per cui dei soggetti di Diritto Privato – per giunta caratterizzati dal punto di vista religioso, e dunque non imparziali - sono chiamati a svolgere una funzione pubblica, con la scusa che l’Ente cui essa viene attribuita dalla Legge non è in grado di provvedere.
Rimane da spiegare come possa una Regione priva dei mezzi necessari per fare andare avanti una scuola pubblica pagarne una privata.
E’ interessante notare che il movimento confessionalista non esce dai confini territoriali – piuttosto angusti – che abbiamo ricordato: a Bergamo, terra cattolica per eccellenza, non ha mai messo radici.
Il motivo si spiega con il fatto – cui fa riferimento il Manzoni, narrando la fuga di Renzo verso le Terre di San Marco - che Venezia era indipendente, mentre Milano era sottomessa agli stranieri.
Gli Spagnoli non permettevano nemmeno che la popolazione locale si amministrasse.
Gli Austriaci, viceversa, lo permettevano, purché non si occupasse di politica.
Altrimenti, si finiva allo Spielberg, come accadde a Silvio Pellico.
Ora i confessionalisti di Don Giussani e di Formigoni intendono lasciare la politica alla Meloni: loro, più concretamente, si occupano con successo dei “dané”, come appunto si dice a Milano.
Che cosa hanno trovato questi “bauscioni” di tanto esaltante in una popolana delle borgate di Roma, che dovrebbe incarnare – dal punto di vista antropologico – quanto di più contrario al loro modello ideale?
La spiegazione sta nel motto in base al quale “i nemici dei miei nemici sono miei amici”.
La pescivendola romanesca intende distruggere uno Stato che – dal suo punto di vista – ha il torto di essere antifascista.
Dal punto di vista della platea, ha invece il torto di essere laico.
Ci si dimentica, in entrambi i casi, che questo è lo Stato scelto dalla maggioranza dei cittadini: la cui volontà si è manifestata prima insorgendo contro il regime di Mussolini, e poi votando nel referendum sul divorzio.
Perché – malgrado tutto questo – la Meloni può ottenere la maggioranza?
I nostalgici del fascismo, per quanto rumorosi, non sono più numerosi rispetto a chi non intende ritornare ad un governo autoritario.
I nostalgici dello Stato confessionale, a loro volta, sono ancor più minoritari.
Il collasso della democrazia avviene dunque in seguito all’esaurimento delle culture politiche dominanti dalla Liberazione in avanti, ed in seguito alla stanchezza di un popolo logorato da innumerevoli battaglie soltanto difensive.
Il giorno che se ne fosse perduta una – come può avvenire tra un mese – si sarebbe perduta la guerra.
Ciò non significa tuttavia che il ritorno all’autoritarismo, od il ritorno al confessionalismo, sia un bene.
Né lo si può considerare come un male necessario.
In realtà, quanto può avvenire corrisponde a legare il Paese in un letto di Procuste, dove ogni comportamento sgradito al potere risulterà motivo di discriminazione: a cominciare dall’omosessualità, per giungere – chissà perché – fino all’obesità.
Il Dottor Salvatore Izzo sarà dunque sostituito da Alvaro Martino, più magro e più tradizionalista di lui.
A questo punto, poco importa che l’ideologia ufficiale non sia quella fascista: il danno consiste nel fatto stesso che esista una ideologia ufficiale.
I confessionalisti di Milano, in villeggiatura sulla Riviera Adriatica, potranno obiettare che questa ideologia mutua molti elementi dei loro principi ispiratori.
Questo è vero, ma chi è destinato a governare, chi compirà le scelte vincolanti per tutto il Paese?
Non certo Vittadini, bensì precisamente la Meloni.
Ci fu, all’atto della fondazione del regime, un settore cattolico che appoggiò Mussolini, in cui vedeva – prevedendo i “Patti Lateranensi” – chi avrebbe demolito lo Stato laico.
Il fascismo non si rivelò tuttavia di certo aderente all’ispirazione cristiana: basti pensare all’alleanza coi nazisti.
Soprattutto, però, ci rattristiamo constatando come a Rimini si applauda alla imminente fine di quella Italia che ha affiancato, sostenuto ed assecondato fin dal primo momento la Chiesa di Roncalli, di Montini, del Concilio, come pure la Chiesa di Giovanni Paolo II: l’avere appoggiato la dissidenza nell’Est le ha permesso di sopravvivere alla fine del Muro di Berlino.
È stata una Italia che - in parallelo con la Chiesa – ha tentato faticosamente di aprirsi e di riformarsi.
Oggi, invece, la si vuole sostituire con una Italia nazionalista e autoritaria, nella quale risulterà difficile per la Santa Sede proseguire la propria missione “ad gentes”.
A ben guardare, dunque, il pubblico di Rimini non applaudiva soltanto la fine di una Italia che non gli è mai piaciuta, ma soprattutto la fine di una Chiesa che gli è piaciuta ancor meno.