Letizia Moratti, personaggio organico all’ambiente confessionalista milanese, sarà incaricata dalla Meloni di gestire la Sanità nazionale secondo il modello lombardo ...
Letizia Moratti, personaggio organico all’ambiente confessionalista milanese, sarà incaricata dalla Meloni di gestire la Sanità nazionale secondo il modello lombardo, estendendo alle altre Regioni il sistema di cliniche private e di laboratori di analisi (naturalmente privati) facenti capo alla “Società delle Opere”: la quale già gestisce, ormai da tempo immemorabile, la Sanità lombarda.
In realtà, gli scandali in cui è sprofondato questo sistema di malaffare, che sono costati allo stesso Formigoni - benché considerato a suo tempo “in odore di Santità” (!?) - una condanna penale passata in giudicato, dovrebbero scoraggiare dall’accogliere trionfalmente in altre Regioni i suoi esponenti.
Invece in Liguria, cioè in una Regione tradizionalmente laica e da sempre refrattaria a quanto proveniva da oltre Appennino, si è compiuta precisamente questa operazione: con il risultato che la “capa” delle donne berlusconiane si dedicava – offrendo cene a destra e a manca (in realtà molto più a destra) – a promettere primariati in cambio dell’adesione dei medici più ambiziosi alla sua parte politica.
In realtà, se la corruzione può comunque insinuarsi in un sistema pubblico, essa può penetrare molto più facilmente un sistema “misto”, come è precisamente quello instaurato dal Grattacielo Pirelli: nel quale si socializzano le spese (o meglio le perdite) e si privatizzano i guadagni.
La Regione Lombardia, sotto la guida per l’appunto della Moratti, ha ceduto quote sempre maggiori del Servizio Sanitario a dei soggetti privati, facenti capi ai figli spirituali di Don Giussani.
La scusa accampata per compiere questa operazione consisteva nel fatto – peraltro appurato a discrezione dell’Assessorato – che la gestione diretta del servizio risultava troppo costosa.
Rimane però tutto da dimostrare che quella privata, concessa in base al famigerato “principio di sussidiarietà” e senza celebrare alcuna licitazione, fosse effettivamente meno dispendiosa per le casse dell’Ente Pubblico.
Il concessionario privato, infatti, non offriva il servizio a titolo gratuito.
Per giunta, costui esigeva dai pazienti il cosiddetto “ticket”, che incassava per intero, senza cederne all’Azienda Sanitaria neanche un centesimo: con il risultato che la prestazione veniva pagata due volte, cioè tanto dall’Ente Pubblico quanto dal cittadino che ne usufruiva.
La via per la privatizzazione della Sanità seguita nel nostro Paese di adozione risultava
invece più tortuosa: lo Stato non era in grado di acquistare le nuove attrezzature diagnostiche, che il Direttore dell’Ospedale comprava dunque a proprie spese, o meglio a spese di un soggetto privato per conto del quale egli agiva.
Essendo comunque formalmente di sua proprietà il macchinario, il Direttore esigeva dal paziente un compenso per effettuare la prestazione.
Con una parte del ricavato, costui provvedeva alla spese necessarie par la manutenzione dell’Ospedale, di cui poi chiedeva allo Stato il rimborso: a questo punto, il Ministero, non potendolo compensare, gli offriva la proprietà della struttura, che veniva così completamente e formalmente privatizzata.
Ora, nella Lombardia già “asburgica” (Maria Teresa si starà rivoltando nella tomba), si appalta a delle “cooperative” di privati anche la cosiddetta “Medicina di Base”, cioè l’assistenza prestata a domicilio dai “Medici di Famiglia”: i quali però sono anche cointeressati nelle imprese che gestiscono l’assistenza specialistica.
Supponiamo che un paziente debba sottoporsi a radiografia: il “Medico di Famiglia” – che è sempre una sorta di confessore laico, conoscitore delle condizioni economiche del suo cliente – suggerirà di rivolgersi ad una clinica di proprietà della galassia della “Società delle Opere”; la quale incasserà l’intero onorario dovuto per la prestazione specialistica.
Intanto, la Regione, dovrà continuare a pagare i medici e gli infermieri degli ospedali pubblici, sempre meno attivi: per cui – constatate le perdite – si suggerirà anche in tal caso la privatizzazione.
Ora questo modello sarà esteso all’intera Nazione.
L’influenza così acquisita da soggetti religiosi, anche se non facenti capo alla Chiesa istituzionale, ed anzi dediti a sottometterla alla propria influenza, determinerà una sostanziale confessionalizzazione dello Stato.
Per chi, in ambito cattolico, si oppone a tale mercimonio, è pronta l’accusa di “modernismo” (?): che – secondo i confessionalisti – aveva contagiato l’intera Democrazia Cristiana.
Si finisce così per considerare migliori addirittura di De Gasperi Salvini e la Meloni: l’uno esibisce il Rosario, e l’altra si dichiara “madre, italiana e cristiana”.
Manca all’elenco la parola “moglie”, ma si tratta di un dettaglio insignificante: la Signora non è infatti poliandrica, e tanto può bastare.
Mussolini, per assicurarsi l’appoggio della Chiesa, dovette pagare due miliardi di Lire in Buoni del Tesoro.
Ora basta appaltare la Sanità a Comunione e Liberazione.
Questo non risulta però da alcun atto di Diritto Internazionale, né di tipo legislativo.
Il pragmatismo lombardo ha escogitato a tal fine il “Principio di Sussidiarietà”.
Se la Meloni si appresta a controllare lo Stato mediante i suoi funzionari e poliziotti meridionali, la Moratti fa lo stesso con la società, mandando in giro per l’Italia i “manager” lombardi: mentre gli uni sottometteranno il Settentrione, gli altri conquisteranno il Meridione.
A questo punto, avremo l’Italia unita: si, ma sarà una Italia clericofascista.
La domanda finale è: può la Santa Sede resistere ad una simile tendenza?
No, perché il guadagno materiale – per non parlare del controllo sociale – risulterà più forte di ogni richiamo alla democrazia, e di ogni accettazione in linea di principio della laicità dello Stato.
Intanto, la Meloni riempie pizza del Duomo: un tempo ci riusciva soltanto la Sinistra.
La Moratti, più pragmaticamente, riempie le cliniche private.

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Mario Castellano  16/9/2022
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