Il Sole 24 Ore, giornale per antonomasia serio, autorevole e perfino paludato, ha pubblicato una statistica – da ritenere ...
Il Sole 24 Ore, giornale per antonomasia serio, autorevole e perfino paludato, ha pubblicato una statistica – da ritenere attendibile, in base alla fonte da cui viene diffusa – secondo cui i nostri concittadini iscritti alla Anagrafe degli Italiani Residenti allo Estero (detta anche A.I.R.E. dalle iniziali) sono già quasi sei milioni, mentre quelli effettivamente emigrati, ma formalmente ancora residenti in patria, ammontano a ben sette milioni.
La prima cifra è ufficiale, mentre la seconda si basa su di una stima, suffragata tuttavia da prove che possono essere facilmente verificate.
Anche ammesso che vi sia stata una sopravvalutazione del fenomeno, la emorragia subita dal nostro Paese supera per dimensioni quella che si era prodotta dopo la Seconda Guerra Mondiale - quando prevalse la emigrazione interna – come pure quella risalente al periodo compreso tra la costituzione dello Stato Unitario e la Prima Guerra Mondiale: in quel tempo se ne andarono otto milioni di Italiani, per cui il numero totale degli oriundi eguaglia quello di coloro che sono rimasti.
Nelle precedenti circostanze, la nostra emigrazione era però formata da persone di bassa scolarizzazione e di altrettanto bassa estrazione sociale, che infatti si impiegavano quasi tutte nei lavori manuali.
Oggi, invece, stiamo perdendo soprattutto i giovani laureati, e più in generale quanti, comunque muniti di capacità professionali, si trovano nella fascia di età in cui si decide il futuro di ciascuno, cioè il suo inserimento nella vita sociale.
Il dato relativo a quanti non si iscrivono ai Consolati suggerisce – pur con tutta la prudenza del caso – che si tratti di gente che parte praticamente alla avventura, cioè senza quei contatti e quegli appoggi che garantiscono in molti casi un inserimento dignitoso nei luoghi di arrivo.
Possiamo dunque concludere che stiamo perdendo la classe dirigente del futuro, mentre nelle precedenti circostanze storiche la cosiddetta valvola di sfogo ci privava essenzialmente di braccia, destinate a rafforzare la produzione agricola ed industriale di altre Nazioni.
La sofferenza di chi viene sradicato è sempre uguale, e merita naturalmente lo stesso rispetto, ma quando se ne vanno gli intellettuali si perdono le persone più capaci di interpretare la realtà, e presumibilmente dotate di maggiori capacità critiche.
Perdiamo – in altre parole – quanti sarebbero in grado di promuovere e di guidare quei cambiamenti, quelle riforme, quelle trasformazioni che inevitabilmente si rendono necessarie per salvare la società dalla disgregazione.
La quale risulta essere nello stesso tempo causa e conseguenza del fenomeno migratorio attuale.
Quanto alla immigrazione in arrivo – depurata di quanti considerano il nostro Paese come mero luogo di transito, essendo diretti verso la parte settentrionale del Continente - essa non compensa la emigrazione neanche più in termini meramente quantitativi.
Chi rimane da noi, per giunta, essendo in gran parte poco scolarizzato e privo anche della conoscenza delle culture di origine, non è nemmeno in grado di comporre il ceto dirigente delle rispettive comunità; né – tanto meno – può rendersi conto anche superficialmente dei problemi della società in cui tenta di inserirsi.
Ci fu un tempo, molto lungo, in cui ogni volta che nel Meridione si formavano dei quadri politici e sindacali preparati, motivati e coscienti, prima o poi essi prendevano la strada del Settentrione o dei Paesi esteri: il che faceva cessare tante lotte prima che potessero dare dei risultati, o addirittura prima ancora che avessero inizio.
Ora questo fenomeno riguarda anche il Nord.
La attuale emigrazione riflette dunque – oltre che una disperazione di carattere sociale – anche una disperazione di carattere – per così dire – politico.
Si è infatti perduta la speranza di incidere sulla realtà mediante una mobilitazione per la quale vengono a mancare gli stessi strumenti, cioè i Sindacati e i Partiti.
Il discorso si collega qui inevitabilmente con quello sulla decadenza del ceto politico, e più in generale della intera classe dirigente: si abbassa infatti costantemente il livello degli insegnanti, dei funzionari e dei professionisti.
Il che risulta perfino più grave della stessa corruzione ed impreparazione degli eletti.
Se infatti si impoverisce la metapolitica, la politica non trova più alcun ricambio ed alcun alimento per quelli che un tempo si chiamavano i quadri.
Tra cui si moltiplicano i fenomeni di corruzione, e con essi la possibilità di mantenere un dialogo con la base.
Che non si instaura quando i dirigenti rifiutano di essere messi in discussione per via di un autentico rapporto dialettico con i cittadini.
Tutti questi fenomeni ci accomunano con il Terzo Mondo, dove la mancanza di democrazia crea un fossato incolmabile tra i capi ed i sottoposti.
Gli uni finiscono così per considerare privata la res publica, e gli altri si criminalizzano anche essi, benché in modo diverso: vi è chi vende le risorse del suo Paese, e chi diviene un brigante di strada.
Questi due fenomeni rendono invivibili molte Nazioni.
Il nostro Ambasciatore nel Congo è stato ucciso da una banda di paramilitari, forse neanche muniti di un paravento ideologico, etnico o religioso, ma operava come brasseur d´affaires per conto di uomini di affari europei presso i dirigenti locali.
Minniti, a sua volta, negoziava degli asseriti atti di Diritto Internazionale con i capi tribali del Fezzan: i quali li trasgredivano puntualmente alla prima occasione.
Si dirà che tutto ciò riguarda Paesi remoti, ma si stanno creando i presupposti perché si ripeta anche da noi.
Vi è una sola nota positiva: nel Terzo Mondo, vi sono due sole categorie di persone preparate, ed a volte disinteressate: i religiosi ed i militari di carriera.
Andare al Seminario o alla Accademia costituisce infatti il solo ascensore sociale che può impiegare lecitamente chi viene dal basso.
Questo – per fortuna – succede anche in Italia: nel bisogno, si ricorre ai Sacerdoti preposti alle mense della Caritas ed ai vari Generali Figliuolo, diplomati nelle Facoltà Pontificie oppure a Modena.
Dove ancora si studia sul serio.
Poi, però, non ci si deve stupire se si manifestano tendenze teocratiche, ovvero ambizioni di tipo cosiddetto nasseriano.
I sintomi non mancano, ma soprattutto questi personaggi – guardandosi intorno – vedono soltanto degli inetti promossi a forza di raccomandazioni.
Ogni riferimento al nipote di Gianni Letta non è puramente casuale.