Parlare della Festa Patronale di San Giovanni Battista ad Oneglia risulta sempre più difficile, ...
Parlare della Festa Patronale di San Giovanni Battista ad Oneglia risulta sempre più difficile: se infatti ci si affida alla memorialistica, diviene inevitabile mettersi in sintonia con chi – essendo assurto al rango di intellettuale di corte – si considera ormai aggregato in Servizio Permanente Effettivo alla consorteria che governa il Comune: per cui e con cui sforna in continuazione nuovi testi ufficiali. Si tratta di soggetti che sfruttano da tutti i punti di vista i festeggiamenti, facendone occasione di propaganda. Non merita scendere in polemica con queste persone, collocate al crocevia tra le commemorazioni civiche e quelle religiose, se non fosse necessario demistificare il loro tentativo di assimilare la Tradizione campanilistica con la ideologia ormai dominante. Per la prima volta, celebriamo il nostro Santo Patrono in una nuova Era, che si ricollega a due periodi della storia nazionale, quello postunitario e quello fascista: ritenendo invece deviazione e degenerazione, morale ancor prima che politica, quanto è seguito. Se però vi è una colpa da cui la Italia postfascista e repubblicana deve essere assolta – anche da chi, come noi, è sempre stato molto critico nei suoi riguardi – si tratta precisamente della mescolanza tra sacro e profano, della riduzione della religione a mero instrumentum regni. Ora, però, ci vediamo addebitare anche gli errori e le deviazioni di cui non ci siamo mai macchiati. Da parte, per giunta, proprio di chi se ne rende responsabile. In ciascuna delle Cento Città del Bel Paese, il Gonfalone civico segue in processione la immagine del Santo Patrono, ma non dovunque il Sindaco si proclama per ciò stesso Defensor Fidei: un ruolo, questo, originato dallo avere condiviso la mensa con diversi Cardinali. Il che, a dire il vero, è capitato anche a noi, senza tuttavia che ne traessimo la conseguenza arbitraria di consideraci Unti del Signore. In realtà, in simili occasioni ci si dovrebbe considerare tutti Ghibellini. In ogni Città, infatti, quando il popolo celebra il suo Patrono, esso festeggia – ed anzi esalta – soprattutto sé stesso, la propria capacità di liberarsi continuamente, nel nome delle virtù e delle tradizioni civiche: cioè nel nome della propria identità. Se vi è però una cosa che si è smarrita, anno dopo anno, processione dopo processione, Sindaco dopo Sindaco, è precisamente questa. Eppure, ci ricordiamo di quando essa riusciva ancora ad esprimersi. Si vedono sempre meno i colori della Confraternite, e sempre più quelli delle divise, simbolo di una annessione un tempo malamente sopportata: di cui oggi, invece, arriviamo al punto di vantarci. Dove è andato il nostro orgoglio, se tutte le Autorità sono di importazione? Succede in molti luoghi, ma altrove esse si assimilano alla identità locale, mentre le nostre ce la fanno smarrire, come si era già tentato di fare durante Ventennio. Privandoci così delle motivazioni e degli strumenti ideali necessari per emanciparci. Per questo, andremo a Messa per pregare il Precursore: Vox clamantis in deserto, uomo selvatico dedito a vestirsi di pelli ed a cibarsi di locuste, profeta destinato al martirio. Un tempo, eravamo orgogliosi di averlo come modello: Non surrexit major e natis mulierum. Oggi, però, chi ci governa lo farebbe decapitare di nuovo. Non seguiremo dunque costoro in processione. Andare in processione, per i Cristiani, significa camminare dietro Gesù. Non dietro chi vince le Elezioni.
Abbiamo assistito, nella Chiesa di San Giovanni – purtroppo semivuota – alla Messa officiata dal Vescovo Diocesano, Monsignor Guglielmo Borghetti, in occasione della nostra Festa Patronale. Più che dallo scarso numero dei presenti, che tanto più risulta allarmante in quanto la solennità cadeva questa volta di sabato, siamo stati colpiti dalla mancanza di un senso identitario – nel linguaggio ecclesialesi direbbe comunitario – tra la gente convenuta. Ciascuno era presente per motivi propri: che possono naturalmente essere i più nobili, ma non riescono – mancando un comune denominatore - a creare e ad esprimere un legame. Nei vecchi tempi, lo si poteva ancora cogliere in una tradizione religiosa condivisa, che poi – essendo Oneglia rimasta pur sempre un paese - stava alla origine del sentimento comunitario. Altrove, invece, dove la dimensione civica era più larga, vi era qualcosa di più - o qualcosa di diverso - portato dalla stratificazione degli eventi storici. Tra i quali erano comprese le immigrazioni: che dunque nulla cancellavano, ma anzi accrescevano lo idem sentire. Le presenze aliene tra di noi hanno finito invece per non essere digerite. Non vi è naturalmente nulla di male se qualcuno rifiuta di assimilarsi, ed anzi nulla arricchisce di più – dal punto di vista spirituale e culturale – della convivenza coi diversi. Occorre però avere i mezzi intellettuali per dialogare, che da noi sono purtroppo mancati. Queste considerazioni abbiamo meditato intimamente vedendo i rappresentanti del laicato cattolico sfilare dalla Sacrestia alla Canonica, diretti al rinfresco: sarà pure brava gente, ma si tratta – ormai tempo immemorabile – delle stesse tre o quattro persone. Le quali hanno preso il posto dei vecchi pacelliani, durati dagli anni Cinquanta fino a quando – uno ad uno – sono passati a miglior vita. Costoro, comunque, appartenevano pur sempre alla generazione della Seconda Guerra Mondiale, e quanto meno testimoniavano tempi difficili, momenti di grandi passioni. Oggi non vediamo chi possa interloquire con il nostro pur bravissimo Parroco, portandogli almeno una eco lontana di che cosa fermenta nella società. Gli uomini che lo circondano non ne sono in grado. Tutto si riduce dunque ad un rituale scambio di convenevoli. La predica del Vescovo è stata un capolavoro, di cui però questa gente non poteva capire nulla, come se fosse stata pronunziata in una lingua sconosciuta. Borghetti ha preso le mosse dal fatto che il Battista fu un personaggio scomodo ed intransigente, fino allo eroismo. Di qui derivò la difficoltà che i suoi contemporanei trovarono per capirlo. Il Vescovo si è domandato se noi oggi siamo preparati per recepire il suo messaggio, essendo né più né meno che lo annunzio del Cristo. Se il Battista fu un avventuriero – nella predica si è usata precisamente questa parola – egli si collocava per ciò stesso agli antipodi rispetto a chi accoglie attualmente la religione cristiana come una eredità. Non vi è assolutamente nulla di male se la si riceve, ma poi occorre viverla con coerenza. Secondo il Vescovo, chi non è coerente con la Fede sono i borghesi. Naturalmente, Borghetti – citando un recente saggio di un giovane studioso cattolico francese (edito dalla Libreria Editrice Vaticana) nel quale il Cristianesimo viene contrapposto precisamente alla borghesia – ha avvertito i presenti che non si trattava della opera di un vetero marxista. Questo Autore, infatti, fa risalire la borghesia ad Adamo ed Eva. Cioè così indietro che più indietro non si può, proprio per astrarre il discorso dalla contingenza storica, dal riferimento ad un particolare conflitto sociale. Esiste dunque una sorta di Eterno Borghese: una categoria cui appartiene necessariamente il Borghese Eterno, inteso come incarnazione dello egoismo sociale. Il borghese si distingue perché tende sempre a sostituire sé stesso a Dio: questo fecero in effetti i Progenitori – come racconta la Bibbia – nel commettere il Peccato Originale. Se dunque il Vescovo non intende collocare nella storia il borghese così definito, egli non può tuttavia impedire a ciascuno dei suoi uditori – come a ciascuno dei lettori del saggio citato - di individuare quelle caratteristiche che si devono ripudiare nei soggetti con cui il cristiano si incontra. Il confronto – o il conflitto – prescinde dunque dai suoi esiti momentanei. Chi allora interpreta le vicende storiche del recente passato come un trionfo precisamente del borghese, quanti vi leggono la giustificazione dei loro atteggiamenti, si trova in errore. Per giunta, Borghetti – pur astraendo dalle contingenze storiche – non astrae viceversa ad una indicazione per così dire spaziale dello eterno conflitto tra le persone per bene – noi diremmo i benpensanti – ed il cristiano, e non manca di avvertire che il cristiano difficilmente si trova tra costoro. Precisamente in quanto – come Giovanni il Battista – persegue la giustizia. Borghetti avverte che questa è la contraddizione in cui oggi vive lo Occidente, precisamente perché – accogliendo la nostra religione come eredità – si rinchiude nello egoismo sociale. Il riferimento, che ci pare trasparente, è al conflitto aperto con il resto della umanità. È inutile infierire sui personaggi del parterre incapaci di capire questo discorso, che comunque rigetterebbero.