Daniela Santanché appartiene, come Briatore, come lei cuneese e militante della Destra, alla folta schiera die brasseurs de affaires.
Daniela Santanché appartiene, come Briatore, come lei cuneese e militante della Destra, alla folta schiera die brasseurs de affaires.
I quali sono sempre esistiti, ma – a partire dai tempi di Craxi, che amava circondarsi di tali soggetti – vivono in una sorta di simbiosi con il potere politico.
Rispetto al quale si è determinato un movimento molecolare: gli affaristi assumono cariche pubbliche, ed i politicanti – forti delle relazioni stabilite esercitandole – si dedicano a questo tipo particolare di business.
Che fa di costoro una nuova specie, distinta dai tradizionali ruoli di Dirigente di Azienda, di Concessionario e di Rappresentante di Commercio.
Mentre tutti costoro hanno un rapporto stabile e dichiarato con una Impresa, i brasseurs de affaires sono legati con tutti e con nessuno.
Il loro reato preferito è infatti il millantato credito.
Raramente, però, scatta nei loro riguardi la denunzia, che viene inoltrata solo quando vengono commessi delitti più gravi.
Anche in questo caso, però, ci si pensa molte volte prima di procedere contro dei pezzi grossi.
Che quanto più sono grossi, tanto più godono di una sorta di immunità penale di fatto.
Tra le reclute illustri di questo esercito, in costante crescita, si contano uomini del calibro di Minniti, Dalema, Renzi e Di Maio.
Tutti quanti scesi nello agone dei grandi affari overseas – in genere collegandosi con gli Arabi del Petrolio – avvalendosi di prestigiosi incarichi in Centri Studi o in Organismi Internazionali.
La Santanché ha il pregio, dal punto di vista dei suoi camerati, di non avere mai appartenuto – diversamente da tanti altri - a nessuna consorteria di Sinistra.
Il suo unico contatto con questo ambiente si era stabilito attraverso la congrega di ciarlatani e millantatori che bivaccavano presso lo Star Hotel di Genova Brignole.
Le cui delegazioni partivano periodicamente in pellegrinaggio alla volta di Milano per negoziare con lei fantomatiche grandi speculazioni: procurando però dei guadagni soltanto ai benzinai ed ai ristoratori.
Ora la Signora Ministro del Turismo si trova al centro dello ennesimo scandalo.
Questo non fa notizia, come non fa notizia il fatto che si siano prodotta la solita fuga di indiscrezioni dalla Procura, e neanche lo sdegnoso rifiuto di dare le dimissioni.
Tale evento rivela però un altro passo avanti verso la edificazione del regime.
La novità consiste nelle motivazioni in base alle quali il Governo – a cominciare dalla Presidente del Consiglio – ha fatto quadrato.
Come si diceva nei tempi in cui De Mita proclamava in Parlamento che la Democrazia Cristiana non si processa.
Alludendo però soltanto al processo politico, dal momento che il Segretario non pretese mai di fermare quelli penali, né tanto meno di dettare le sentenze ai Magistrati.
Ora, invece, la silloge in base alla quale ragiona il Governo Meloni è la seguente: qualcuno ha usato la violazione del Segreto Istruttorio per sovvertire il principio della Presunzione di Innocenza degli imputati sapendo benissimo che la Santanché è vittima di una calunnia e di una macchinazione; di conseguenza, i Giudici hanno il dovere di assolverla.
La infrazione delle norme procedurali – fatto certamente gravissimo, che costituisce reato e deve essere perseguito col massimo rigore – viene qui usato per determinare gli esiti del processo nel merito.
Volendo essere maliziosi, ogni imputato che intenda procurarsi la certezza della assoluzione deve soltanto provocare una fuga di notizie dalla Procura.
Inutile aggiungere che in questo modo la presunzione di innocenza - che vige juris tantum, ammendo naturalmente la prova contraria – si trasforma in presunzione juris et de jure.
Ne consegue la instaurazione di un nuovo principio, consistente nella Immunità dalla Giurisdizione Penale per tutti coloro che i rappresentanti del Potere Esecutivo considerano e proclamano – come è avvenuto in questo caso – intoccabili.
A questo punto, non vige più, neanche il principio della tripartizione die Poteri, come in effetti succede sempre laddove viene meno lo Stato di Diritto.
Fino ad ora, il Governo tentava di intralciare la azione della Magistratura Inquirente – che necessariamente deve avvalersi della collaborazione della Polizia Giudiziaria – trasferendo i Funzionari di Polizia e gli Ufficiali della Benemerita e ella Finanza troppo zelanti.
Nel caso specifico, la loro opera era però già compiuta.
Non rimaneva dunque che sostituirsi al Giudice naturale nel pronunziare una sentenza di assoluzione, ovvero nel qualificare come iniqua ed infondata una sentenza di condanna.
Se anche la Santanché la subirà, rimarrà dunque al suo posto.
Quid juris se venisse applicata la pena accessoria della Interdizione dai Pubblici Uffici?
Quando si abbandona la prassi delle dimissioni allorché venga promosso un procedimento penale, il Potere Esecutivo manca per ciò stesso del rispetto formale dovuto al Potere Giudiziario.
Ora questo atteggiamento si trasforma in una violazione sostanziale delle prerogative dei Giudici.