Notizie importanti dalla Comunità Islamica imperiese...
Il noto Imam dei Piani ha partecipato a tutti i Fratelli ed agli amici la nascita del suo tredicesimo figlio. Questo traguardo era considerato dal prestigioso dirigente religioso come il più importante, essendosi proposto di superare le Dodici Tribù di Israele. Ora i Musulmani prevalgono con il parziale di tredici a dodici: si tratta di un punteggio più che tennistico, ma non è ancora finita. Dei rampolli del nostro Imam, tre sono maschi e dieci femmine: il che lo rende ancora più contento. Il Profeta Maometto definì, infatti, le donne musulmane Madri dei Credenti, per indicare il dovere di generarne il massimo numero possibile. Se ciascuna delle figlie imiterà la Consorte del nostro Imam, ne avremo ben centotrenta.
È stato finalmente identificato il fratello bengalese autore della conversione di Mohammed Bensa: si chiama Ahmed Mahmud (Nomen, omen!), ed è nato – come tutti i suoi connazionali immigrati in Italia - il trentuno dicembre. Le Autorità di Dacca, ripetendo questa data su ogni passaporto, intendono evidentemente inviarci un messaggio. Che però nessuno, fino ad ora, è riuscito a decifrare, come quelli degli extraterrestri autori dei misteriosi Cerchi nel Grano. Mahmud è soprannominato nella sua Comunità Smiling Ahmed, perché sorride sempre. In merito alla conversione di Bensa, egli afferma che è stata propiziata soltanto dal buon esempio. Costui, infatti, non sa dire in italiano neanche Buon Giorno.
Il genio italico è inesauribile: essendo in crisi – a causa della situazione economica – molti mestieri tradizionali, come quelli di muratore, di metallurgico e di bracciante, vi è chi ne inventa dei nuovi. Una stimata Professionista della nostra Città si propone quale Riflessologa Plantare. Mentre le formuliamo i migliori auguri per la sua attività, ricordiamo il precedente del Gluista Portuale. Quanti svolgono questo lavoro, ogni mattina caricano di pietre il loro carretto a mano, si recano al porto ed ivi giunti le gettano in acqua. Provocando lo inconfondibile rumore: Glu, glu, glu.
Ritorniamo sullo argomento della scomparsa di Don Giovanni Grasso. La presenza di diversi Sacerdoti nella nostra Parrocchia di San Giovanni Battista ad Oneglia si sovrappone nella nostra memoria come le ere geologiche. Di Don Artusio, scomparso nel 1938, abbiamo soltanto dei ricordi riflessi, ricordi di ricordi degli anziani. Don Boeri ha segnato invece la storia della nostra generazione. Essendo un antifascista dichiarato, non poté compiere la carriera ecclesiastica cui – per carità e sapienza – sarebbe stato meritatamente destinato. Benché tutti lo chiamassero Monsignore, era in realtà Protonotario Apostolico: titolo onorifico conferito a quanti non si vuole che vadano più oltre. La sua forte personalità lo portò naturalmente ad influire sulle vicende civili: non certo perché fosse un confessionalista, come prova il fatto che i suoi interventi non furono mai diretti a dirigere le scelte politiche concrete. Egli mirava piuttosto ad illuminare spiritualmente e moralmente le vicende della Città, essendo in grado – per via della sua cultura e della sua intelligenza – di proiettarle in quelle ben più ampie della Nazione e del mondo. La sua opposizione al Comunismo fu molto ferma, senza però mai contestarne la aspirazione alla giustizia sociale. Quanto Don Boeri rigettava era piuttosto la tendenza totalitaria. In questo, egli coincise con chi difendeva la laicità dello Stato. La sua scelta causò il triste episodio della aggressione notturna, avvenuta mentre si spostava dalla Chiesa alla Canonica, ad opera di un gruppo di facinorosi. Che egli non volle mai denunziare, pur avendoli identificati. Questi individui sarebbero confluiti più tardi nel Partito della Selvaggina. Don Boeri, invece, morì povero, come aveva vissuto. Il nostro Parroco fece tuttavia a tempo a vivere la grande stagione del Concilio, di cui ci portò con entusiasmo il messaggio novatore. Ricordiamo il viaggio a Siena, compiuto insieme con lui in occasione dello insediamento in quella Diocesi di Monsignor Castellano. Del quale egli si considerava modestamente un alter ego, rimasto nella originaria dimensione provinciale. In quel momento, chiamato a commentare la nomina, manifestò una visione profetica della opera che in un ambiente tanto fervido avrebbe svolto il suo concittadino. Don Grasso, chiamato a succedergli, brillò per la sua modestia. Sapendo bene di non poter competere con il predecessore per cultura – benché il nuovo Parroco ne fosse comunque provvisto – svolse le sue funzioni mantenendosi ritirato in un ambito strettamente religioso. Maturava già la fine della cosiddetta unità politica forzosa dei Cattolici, e le porte della Parrocchia si aprirono a quel gruppo di amici di ogni estrazione ideologica che sarebbero rimasti collegati con Don Grasso anche dopo il suo ritiro. Uomo alieno da ogni personalismo, non costituì però alcun gruppo di potere: il declinante nucleo dei vecchi pacelliani non condizionò il suo governo della Comunità Ecclesiale, per cui la loro influenza declinò e finì col tempo senza scosse. Monsignor Ruffino fu certamente conscio della tradizione incarnata nella Parrocchia: la nostra storica Collegiata Insigne, ora elevata a Basilica. Che però non era più – se non di nome – una Collegiata: il clero si riduceva al Parroco ed al suo Vice. Occorreva supplire – ancora una volta – con il prestigio. Che fu acquisito per indubbio merito del Parroco, ma attrasse - come le falene intorno ad una lampada – personaggi mediocri, intenzionati di brillare di luce riflessa. Sulla stessa linea di valorizzazione della nostra storia e della nostra cultura – in una parola della nostra identità – si mosse Monsignor Bezzone. Ora Don Ferrua sta ai suoi due immediati predecessori come Don Grasso stava a Monsignor Boeri. La sua linea è ispirata ad un mero ma intenso governo spirituale, senza contaminazioni temporali. Sono però ritornate le falene. Non certo per colpa del Parroco, bensì perché non rimane a costoro – declinando le loro fortune politiche - che rifugiarsi nel clericalismo. Questa tendenza nuoce – come sempre - alla Chiesa, per giunta senza più procurarle la influenza sul Secolo che essa poteva esercitare nel passato. Per giunta, i clericali – che sono ancora gli stessi del tempo di Monsignor Ruffino – costituiscono una sorta di diaframma tra i fedeli e il Parroco, e questo permette loro di propinargli una visione distorta - conforme con la loro impostazione ideologica e con i loro interessi - tanto della realtà esterna quanto della stessa Comunità Cristiana. La quale, di conseguenza, diviene sempre più autoreferenziale. Il Pastore deve in primo luogo conoscere le sue pecore, e cercare anche di accrescere il gregge. Che tende invece a restringersi.
La Meloni intrattiene – data la sua ascendenza ideologica – rapporti di stretta familiarità con i nostri Servizi. I tempi delle schedature sono finiti: non già in quanto manchi la voglia di compilarle, bensì perché – finita la Guerra Fredda – non servono più a nulla. Chissà quali topi stanno divorando la nostra fiche, risalente al lontano 1964, recante la intestazione di Sospetto Comunista (?!). Dopo essere stati minacciati dalle Brigate Rosse, e dopo avere contribuito – con impegno e con rischio personale - alla lotta contro il terrorismo, sarebbe ora di mandare tutto quanto al macero, ma evidentemente vi è chi non accetta nemmeno la prova contraria. I Servizi – lungi dal contrastare i colleghi degli Stati Islamici, e perfino Islamisti – contrattano con loro (la tecnica è precisamente quella del bazar) i riscatti dei concittadini presi in ostaggio: essendo a volte consenzienti, come nel caso della milanese Aisha, rientrata indossando addirittura il burka. Il precedente storico risale ai Mercedari, addetti a riscattare quanti, dopo essere stati rapiti dai pirati, si trovavano imprigionati in Barberia. Non a caso, il Vaticano – che dispone anche esso dei suoi 007, tra cui si distingueva (per prodigalità) Lady Becciu – viene spesso chiamato a cooperare. Ora tutti i Media da plaudono alla Presidente del Consiglio per la liberazione di Zaki, ma pubblicano anche il conto della spesa. Si unisce al coro la Sinistra: che aveva sollevato il caso mediante La Repubblica, il Comune e la Università di Bologna, senza però venirne mai a capo. Se non per quanto riguarda la sistemazione che attende il detenuto, aspirante ad un posto di Ricercatore. La gloriosa Alma Mater lo aveva laureato summa cum laude. Peccato che il corpulento allievo (nelle carceri di Sisi, evidentemente, il vitto è abbondante), intervistato dalla televisione, abbia rivelato di non conoscere la nostra lingua. Neanche il figlio di Bossi parla albanese, ma ha sostenuto in questo idioma tutti gli esami presso la Università di Tirana, naturalmente in videoconferenza. Zaki era invece fisicamente presente a Bologna, per cui non si capisce il motivo del suo imprudente rimpatrio. Salvo che consistesse nel maturare un adeguato curriculum di galeotto. Mentre il Gruppo Editoriale de La Repubblica elogia la Meloni quale liberatrice di Zaki, esultano anche gli amministratori dediti allo Abuso in Atti di Ufficio, che non rischiano neanche più i Domiciliari. Il Reato è stato infatti abolito per Decreto, ossequiosamente firmato da Mattarella. Il quale poteva almeno obiettare sulla procedura. A questa Fonte del Diritto si dovrebbe infatti ricorrere – giusta la Costituzione - in casi straordinari di necessità e di urgenza. In che cosa consisteva la urgenza? Evidentemente, nello evitare perfino le Azioni Penali. Lo Stato di Diritto si distrugge non soltanto con la iniquità delle condanne, ma anche con la impunità dei delinquenti. Vedi quanto scrive il Manzoni a proposito delle Gride. Che però venivano almeno emanate. Oggi, invece, si abrogano le norme penali. Di questo passo, ci domandiamo quanti Zaki dovranno lasciare il nostro Paese. Pagando – a differenza dello egiziano - le spese del viaggio.