A Venezia, durante il lock down causato dalla epidemia...
A Venezia, durante il lock down causato dalla epidemia, infiniti ristoranti ed altri locali pubblici dovettero essere svenduti dai titolari, i quali non potevano più sostenere le spese fisse senza incassare assolutamente nulla. A detta delle Autorità competenti per la lotta contro la malavita organizzata, a fare incetta di questi pubblici esercizi fu in particolare la Mafia albanese. Con quale denaro era stata compiuta tale acquisizione? Naturalmente coi proventi del narcotraffico. Come abbondantemente documentato da molte inchieste giornalistiche, le cosiddette piazze della droga di Roma, cioè i punti in cui si svolge questo commercio, sono spartite tra i malavitosi calabresi, quelli nigeriani e quelli appunto albanesi. Tali situazioni ci sono venute in mente assistendo giovedì mattina alla irruzione di una agguerrita Ispezione della Azienda Sanitaria Locale in un noto ristorante di Imperia, che ancora appartiene – almeno formalmente – ad un titolare italiano. Questi locali, nella nostra Città, si dividono in tre categorie: alcuni hanno già dei titolari originari del Paese balcanico, mentre in altri costoro si servono di un prestanome; una terza categoria, decisamente in declino, è composta da quelli ancora effettivamente controllati da nostri connazionali. Non è naturalmente compito delle Autorità – e tanto meno di quelle sanitarie – intromettersi in una attività economica regolata – come tutte le altre – dalla libera concorrenza. Ci pare però sospetto che proprio i ristoratori italiani vengano presi di mira più degli altri. Sempre a Roma, tanto in centro come in tutte le periferie, pullulano i negozi di alimentari gestiti da Bengalesi. Uno di questi esercizi è stato aperto di recente anche in via Ospedale, ad Imperia Oneglia. Altri certamente lo seguiranno, man mano che sempre nuovi locali rimarranno sfitti. Le botteghe di alimentari che riempiono la Città Eterna sono aperte ventiquattro ore. Se i clienti fossero serviti dal titolare, non vi sarebbe alcun problema. Qualora invece vi operino dei dipendenti, lo Ispettorato del Lavoro avrebbe forse motivo per svolgere qualche accertamento. Il fatto è – a quanto si dice – che il titolare non esiste, trattandosi di negozi privi di licenza. Stando così le cose, dovrebbero intervenire i Vigili Urbani. A questo punto sorge comunque spontanea una domanda: alle tre di notte, chi esce per comprare del pane? Risulta più verosimile che a quella ora si acquistino dei liquori per i festini notturni. Dai superalcolici agli stupefacenti, il passo è breve. Infatti, davanti ad ognuno di questi negozi staziona in permanenza – soprattutto nelle ore notturne – un africano, il quale svolge il compito di formica (così si dice in gergo) della droga. Il bengalese operante dentro ed il nigeriano che agisce fuori dicono naturalmente di non conoscersi, ma tra le rispettive organizzazioni esiste certamente un patto di collaborazione. Che determina in primo luogo un ferreo controllo del territorio urbano. Nel nostro piccolo, Albanesi e Bengalesi lo esercitano sul quartiere della cosiddetta movida, cioè la parte del centro storico di Oneglia prospicente la calata Cuneo. Non affermiamo, e neanche vogliamo insinuare, che vi sia un disegno intenzionale dietro ai controlli cui vengono rigidamente sottoposti i titolari di ristoranti nostri connazionali. Risulta tuttavia indubbio che questa pratica crea difficoltà ben maggiori a chi opera nella osservanza puntuale della Legge rispetto a quelle causate a chi impiega ogni sotterfugio per eluderla. Ciò vale naturalmente anche per il commercio. Ne consegue che gli Italiani sono ormai in via di esclusione da interi settori economici. Se venissero sostituiti da stranieri, questo costituirebbe una conseguenza naturale dello avvento di una società multietnica. Il problema è costituito però dalle Mafie di importazione. La cui influenza viene dimostrata a contrario dal fatto che esse penetrano molto meno il Meridione, dove è più radicata la delinquenza organizzata autoctona. Su di un punto, però, la Internazionale mafiosa risulta compatta: il sostegno allo attuale Governo, ed al Partito della Meloni. La cui propaganda elettorale è stata debordante, inducendo a porsi la classica domanda: Chi paga? Dopo il voto, i Musulmani plaudono al suo motto Dio, Patria, Famiglia: nel quale tanto più si riconoscono quanto più la prole risulta numerosa. Come quella del nostro Imam dei Piani, grande beneficiario – peraltro con giusto titolo - del nostro Welfare State. Simili favori si possono ricambiare anche senza sostenere apertamente la penetrazione delle varie malavite esotiche. Basta applicare rigorosamente la Legge a chi in linea di principio la rispetta, aggrappandosi ad ogni pretesto per sanzionarlo. Saremmo dunque curiosi di conoscere quale esito abbia avuto la ispezione che abbiamo visto iniziare, con formale cortesia, ma impiegando le forze normalmente mobilitate per i cosiddetti pattuglioni, svolti per setacciare i quartieri più malfamati. Il malcapitato sottoposto alla ispezione si è distinto nella campagna elettorale della Destra. Ricordarglielo in questo momento significherebbe però insaevire in mortuos. Se poi vi fossero delle Autorità asservite alle Mafie di importazione al punto di favorirle di proposito, promuovendo la eliminazione della concorrenza locale, allora non rimarrebbe che salire in montagna: proprio come nel 1943. Una riflessione finale riguarda la ispirazione della Meloni. La quale afferma di volere tutelare la identità nazionale italiana. Ci pare invece che la Presidente del Consiglio assista con atteggiamento pilatesco allo scatenarsi di una bagarre tra i vari soggetti in contesa. Non vincerà, purtroppo, il migliore. Prevarranno, come in tutto lo Occidente, i più figli di puttana. A proposito di figli di puttana, il Dottor Zaki ha rifiutato di imbarcarsi sul volo di Stato messo a sua disposizione dal Governo Meloni. La quale, grazie a simili gesti, acquisisce la benevola neutralità (si tratta di un eufemismo) di un ampio settore di Sinistra (!?), che – faute de mieux - ha fatto dello egiziano una icona. Poiché costui era stato ricevuto dallo Ambasciatore italiano, gli costava molto comunicare che intendeva prendere un volo di linea, evitando al nostro Erario un simile spreco? Zaki indugia al Cairo perché vuole ottenere dal suo Governo la garanzia di potere rientrare nel suo Paese. Se non gli verrà data, farà come Sacharov, il quale non volle mai abbandonare la Russia, oppure verrà lo stesso a Bologna? Più probabilmente, si accontenterà di un impegno generico, destinato ad essere smentito non appena egli toccherà il suolo italiano. Un tempo si diceva: Paga, Pantalone! Noi, quando eravamo nel Paese di adozione, venivamo chiamati in Ambasciata per risolvere certi problemi giuridici. Su questo argomento abbiamo già scritto, e non intendiamo ritornare in questa sede. Poiché a bilancio non vi era un solo centesimo per pagare le consulenze, lavorammo gratis. Non ci venne neanche rimborsato il taxi per tornare a casa di notte, dopo una intera giornata di lavoro. Per darci da mangiare (il menu comprendeva mezzo pollo arrosto), il Primo Segretario dovette tirare fuori i soldi dal suo magro stipendio. Il nostro Paese, però è grande perché libera Zaki. Sempre meglio che essere grande per avere invaso gli Abissini. In questo caso, almeno, non è morto nessuno. Come diceva Marx, la storia si ripete, una volta come tragedia e una volta come farsa. Assicuriamo il Ministro Tajani che nostra moglie, quando vorrà raggiungerci, non avrà bisogno del volo di Stato, e neanche del personal jet di Berlusconi, ormai mandato in disarmo. Se Zaki dovesse dimenticare al Cairo il suo cane, lo rimandi pure a prenderlo.