I commenti della grande stampa laica italiana al successo riportato dal Papa a Lisbona rifletono ...
I commenti della grande stampa laica italiana al successo riportato dal Papa a Lisbona rifletono – benchè ormai scevri della diffidenza con cui tale ambiente guardava in passato al fenomeno religioso - ed in particolare alla persona ed opera dei Pontefici - il permanere di una difficoltà di comprensione.
Alcuni commentatori si esprimono con quello stupore, con qualla sorta di nobile invidia, con cui gli atei e gli agnostici considerano i credenti.
Infinite volte, ci siamo sentiti ripetere questa frase, diversamente modulata ma pronunziata sempre con assoluta sincerità: “Beati voi che avete trovato una spiegazione, una risposta grandi domande che tutti ci poniamo”, quelle riguardanti la vita, la morte e la Trascendenza.
In questo caso, però, la spiegazione – riguardando non un atteggiamento individuale, bensì una convinzione ed un comportamentodi massa, risulta se posibile ancora piìu difficile da trovare.
Ecco dunque come tanto entusiasmo dei giovani si attribuisce ad una sorta di virtù magiche, attribuite alla figura carismatica di Bergoglio.
Come era già peraltro sucesso nel caso di Giovanni Paolo II.
Questo significa però manrtenersi nel campo dello irrazionale.
Il che in tanto risulterebbe possibile in quanto la attrattiva esercitata da un uomo anziano, il quale nella apparenza fisica non manifesta nulla di quel carattere carismatico proprio dei divi, rimanesse confinata nel campo delle promesse formulate da ogni fede religiosa e riferite ad una prospettiva meramente spirituale, priva cioè tanto di ogni riscontro nella realtà materiale quanto soprattuto nella realtà storica.
Se però l’impegno profuso in questa realtà rimanesse frustrato, non soltanto ciò farebbe svanire il consenso, bensìi addirittura causerebbe una delusione ed un rigetto nei riguartdi di chi lo aveva suscitato.
La Fede, naturamente, rimane sempre la motivazione ultima di quanto viene richiesto ai giovani, ma non fornisce di per sé alcuna risposta alla domanda che ognirivoluzionario si sente porre dai seguaci, e soprattutto pone a sé stesso: Che fare?
Il rivoluzionario deve infatti dimostrare che la rivoluzione è possibile.
Questo può anche avvenire dopo la sua morte, tanto più se si tratta di un uomo già molto avanti negli anni.
In questo caso, però, saranno i suoi collaboratori, quanti ne condividono e propagano il messaggio, che si vedranno presentare il conto.
Il Papa attrae le masse dei giovani non certo perchè sia assicurato una realizzazione ed un esito positivo di quanto egli va postulando, ma piuttosto in quanto la situazione del mondo richiede precisamente una Rivoluzione.
Si può naturalmente dissentire dagli obiettivi e dai metodi di azione che egli suggerisce, ma gli va riconosciuto il merito di essere rimasto il solo soggettocapace di propugnarla.
Ed anche di mettersi alla sua guida, trascinando dietro di sé non tanto una Chiesa Cattolica
in parte riluttante, bensì l’intero movimento delle Religioni.
Che non a caso moltiplicano i loro incontri, ma soprattutto espongono al mondo della proposte concrete.
Come un tempo faceva la Internazionale.
La quale non a caso costituiva insieme il primo soggetto rivoluzionario, ed anche il suo obiettivo.
Il suo inno la qualificava infatti come futura Umanità.
Allora, però, anche se il Manifesto del 1848 si rivolgeva tanto ai lavoratori di tutto il mondo quanto ai popoli oppressi, si riteneva che il problema fosse il controllo dei mezzi di produzione: entrambi i contendenti della cosiddetta lotta di classe credendo possibile, anzi certa, la espansione della industria.
Che avrebba dato la felicità qualora fosse divenuta eguale proprietà (citiamo ancora il famoso Inno) di tutti.
Ora la Chiesa di Bergoglio si mette invece alla testa di chi scorge la prospettiva dello egualitarismo – tra le classi e soprattutto tra i popoli - nella prospettiva di porre termine allo sviluppo.
Ritenuta il solo modo possibile per realizzare il Progresso, cioè l’uguaglianza.
Gli anticlericali – se ancora esistono – vedranno in questo programma un riflesso della originaria diffidenza della Chiesa nei confronti precisamente della civiltà delle macchine.
Che le sottraeva il controllo degli operai, attratti in gran patte dal Socialismo, ma amplificava e rafforzava nell’immediato l’egemonia di una borghesia anch’essa anticlericale.
Per cui la rapprsentanza sociale della Chiesa si restringeva alla masse contadine.
Le quali però erano inesorabilmente in decrescita, tanto nel numero quanto nella influenza sulla cultura.
Sinceramente non ci pare di scorgere in Bergoglio quel timore del mondo moderno che era stato proprio di Leone XIII, riflesso nella Rerum Novarum.
Certamente, dietro il Papa si scorgono le masse contadine del Terzo Mondo.
Non era stato però proprio il marxista asiatico Mao Tse Tung a torizzare la rivoluzione mondiale – in tacita antitesi con il marxista europeo Lenin – quale rivolta delle campagne contro le Cittàa del mondo?
Ci pare che nel Magistero del Papa si rifletta una impostazione simile.
Che può spiegare il consenso suscitato nei Continenti extraeuropei, molto meno quello provocato nello Occidente.
Dove però i giovani possono trovare nel programma del Papa una sorta di utopia realizzabile.
Qualcuno vede proprio nel propugnare una utopia quanto vi è di irrazionale – vorremmo dire di magico – nel richiamo esercitato dal Papa.
Che però risulta meno irrealistico – diremmo pù politico, nel senso più elevato del termine – risptto a quanto propse a lungo gran parte della Sinistra quando si riprometteva di fare come in Russia, o come in Cina, o come a Cuba, o come nel Vietnam e via dicendo.
Senza minimamente considerare le differenze sociali e culturali rispetto a tutte queste situazioni.
Malgrado già le avesse indicate con chiarezza il comunista Gramsci, fino dall’ndomani della Rivoluzione di Ottobre.
Il Papa indica in conclusione un programma concreto, una via percorribile che può realisticamente accomunare il Settentrione ed il Meridione del mondo.
Per questo, la maggiore radio cattolica italiana, mentre gli rende un omaggio formale, lo accusa di volere ripristinare le Paludi Pontine.
Una azione tanto piìu riprovevole in quanto bonificate dal Duce.