Un amico che abbiamo incontrato mentre andavamo a scrivere questo articolo, ci ha detto: “Il Partito Democratico è finito”.
Un amico che abbiamo incontrato mentre andavamo a scrivere questo articolo, ci ha detto: “Il Partito Democratico è finito”.
Non c’era neanche bisogno, per constatarlo, di contemplare la buffonesca immagine della sua Segretaria intenta ad imitare Eric Clapton sul palco di una Festa dell’Unità.
Queste manifestazioni si svolgevano un tempo per raccogliere fondi destinati a sostenere la stampa del Partito.
Il quale, però, non pubblica più neanche un trimestrale.
Dove vanno a finire, dunque, i soldi raccolti attraendo i sottoscrittori con la Signora italo – elvetico – tedesco – statunitense (Viva l’Internazionalismo Proletario!) che strimpella sulla chitarra, alla faccia dei disoccupati?
Le notizie degli ultimi giorni – mal comune, mezzo gaudio – evidenziano comunque spietatamente che ha fallito una intera classe dirigente, non soltanto quella parte di essa che ancora vegeta al Nazareno.
A Rimini, i superstiti seguaci di Formigoni discettano società multiculturale.
La quale – per la contraddizione che non consente, come avrebbe detto Padre Dante - non può essere governata da uno Stato confessionale.
E’ possibile che tra tanti fiumi di parole nessuno abbia avuto il coraggio di pronunziare questa semplice constatazione?
Non emerge invece nessuna revisione di una linea politica che rimane uguale da quando esiste il Movimento: l’Italia deve trasformarsi nello Afghanistan dell’Occidente.
In morte di Colaninno, si sono intonati epicedi in memoria di questo asserito grande imprenditore.
Il quale era piuttosto un prestanome del Partito ex Comunista, incaricato di investire nel modo più redditizio - e possibilmente più foriero di influenze sociali - i suoi capitali.
Questo soggetto lo fece nel modo più disastroso, al punto che perfino il suo necrologio è un lungo elenco di operazioni finanziarie fallite.
Sulla provenienza delle somme investite (e sprecate), non si indagò neanche al tempo di Tangentopoli.
Quando questa forza politica doveva essere mantenuta artificialmente in vita affinché i nuovi soggetti, nati dalle ceneri del defunto Pentapartito, avessero qualcuno cui opporsi.
Ora questa finta dialettica non è più necessaria, in quanto si instaura un regime, da classificare tra le cosiddette democrature.
Dove una finta opposizione serve appunto per simulare una finta democrazia.
Ecco perché il Partito Democratico è finito.
In questi casi, i dirigenti cui tocca chiudere bottega, hanno davanti tre possibilità.
La prima, che è anche la migliore, consiste nel cambiare gli obiettivi.
In realtà, questo era già stato fatto – almeno in teoria - fin da quando il Partito aveva cambiato nome.
Se però alla denominazione non si è in grado di fare corrispondere la sostanza – nella fattispecie costituita dal riformismo – succede quanto ammoniva Umberto Eco: Nomina nuda tenemus.
La seconda alternativa consiste nello scioglimento, in un definitivo rompete le righe.
Qualcuno ha già scelto individualmente questa strada, come certi Dirigenti di Imperia, passati con armi e bagagli – compresa la prestigiosa sede di via San Giovanni, resa per l’occasione inaccessibile agli oppositori interni – nel campo avverso.
La terza strada consiste nel criminalizzarsi, come è successo a certi Movimenti di Liberazione terzomondisti, trasformati in bande di predoni.
Tra i quali fanno spicco i capi tribali del Fezzan, con i quali Minniti siglò un accordo (non rispettato) per fermare gli immigrati nel deserto.
Ora l’ex Ministro fa il “brasseur d’affaires, al pari di Renzi, che lavora per il Re dell’Arabia Saudita, della quale intende importare il modello politico in Italia.
Peccato non abbiano invitato a Rimini l’uomo di Rignano sull’Arno: tra il confessionalismo cattolico e quello islamico, la differenza risulta minima, e la si può facilmente superare nel nome dell’Ecumenismo.
Meno fortunato D’Alema, di cui è stata perquisita la sede, ufficialmente di un Centro Studi.
Aventi per oggetto le tangenti internazionali.
Se i politici si dedicano agli affari, il Generale dei Paracadutisti provvede a sostituirli, e si scaglia contri i negri e gli omosessuali.
L’Alto Ufficiale ha dimenticati i capelloni, cui va rivolto il classico: “Domani, tu, i capelli corti così!”
In un dibattito pubblico ormai ridotto al pettegolezzo sui conti dei “portoghesi” saldati dalla Meloni (naturalmente coi soldi dei contribuenti), questo rude uomo d’armi ha portato una ventata di aria impetuosa.
È tuttavia probabile che non abbia parlato soltanto a titolo personale.
I militari, sbattuti in mezzo mondo, sono divenuti per necessità meno provinciali dei politicanti.
Ne consegue la tentazione non già di mettersi in lista per collezionare trombature – dalle nostre parti i Bassotti hanno sconfitto in rapida successione Bellacicco e Zarbano – bensì di fare politica estera per loro conto.
Le aderenze internazionali non mancano, e spaziano dall’America fino a tutti i Paesi terzomondisti dove i nostri soldati hanno portato alto il Tricolore, come direbbe Mattarella.
A questo precedente, si deve aggiungere un altro elemento.
Le Forze Armate sono rimaste – insieme con il Clero – l’unico ascensore sociale che ancora funziona in Italia.
Esattamente come avviene in tutto il Terzo Mondo, dove i militari ed i preti sono progressisti in quanto si tratta di autentici figli del popolo.
Non è ipotizzabile, naturalmente, un esito nasseriano, ma forse qualcuno ha voluto lasciare alla Meloni il classico “ballon d’essai”.
La Signora, convertita al politicamente corretto, si è affrettata a destituire il Generale dallo Istituto Geografico Militare di Firenze: ove, da uomo di azione quale è, non doveva comunque trovarsi a suo agio.
Il risultato è che gli Alti Ufficiali si sentono traditi dal Partito della Presidente del Consiglio.
Non dobbiamo attenderci nessuna ritorsione immediata, ma potrebbe scattare – insieme con l’orgoglio corporativo – anche quello identitario: i nostri soldati di carriera sono tutti meridionali.
Se li si vuole vedere fuori dalle caserme, basta andare alle cerimonie del Sovrano Ordine Costantiniano di San Giorgio, che riunisce i nostalgici dei Borbone – Napoli.
Si tratta della più potente consorteria separatista.
Tanto più insidiosa in quanto non dichiarata.
La talpa scava.

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Mario Castellano  26/8/2023
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