La soluzione che si prospetta per la crisi di Governo in Spagna produce in Italia due ripercussioni.
La soluzione che si prospetta per la crisi di Governo in Spagna produce in Italia due ripercussioni, di cui una immediata e l’altra riguardante il possibile futuro: sempre che qualcuno, da noi, sappia approfittare della lezione.
Si è dimostrato, in primo luogo, che la Meloni non è invincibile.
Prima ancora di assumere le sue attuali funzioni, la Signora della Garbatella si era recata in Andalusia ed in Catalogna per sostenere non soltanto il Partito gemello, guidato da Abascal, ma anche per usare il suo auspicato successo come modello per il nostro Paese.
La Meloni, infatti, aveva esposto, parlando proprio a Barcellona, il proprio disegno dichiaratamente autoritario.
Certamente, la Presidente del Consiglio dimostra di aver colto il nesso inscindibile esistente tra l’autoritarismo ed il centralismo: nessun disegno dittatoriale può infatti realizzarsi quando esistono dei poteri periferici forti e radicati nelle rispettive identità locali.
Il disegno costituzionale concepito da quanti avevano portato la Spagna a liquidare l’eredità del Franchismo non esaltava le Autonomie locali soltanto per reagire alla ideologia propria del Caudillo: secondo il quale, esisteva in quel Paese una sola identità, cui tutte le altre dovevano essere forzosamente omologate.
Certamente la rivendicazione dei Catalani e dei Baschi per ripristinare il Fuero e la Generalità si fece sentire, e non risultò possibile respingerla.
Influiva però sulla scelta di un forte decentramento la coscienza di come l’esistenza di effettivi poteri locali avrebbe permesso di stroncare ogni possibile ritorno al passato: l’influenza esercitata da Madrid era destinata a diminuire, e questo precisamente avvenne.
Quando dunque la Meloni andò a sostenere il progetto di una restaurazione centralistica sbandierato da Abascal, forse non si rendeva conto – mancandole una conoscenza adeguata della realtà del Paese – come questo significasse dire né più né meno agli Spagnoli che dovevano rinunziare non solo e non tanto alle loro Autonomie, bensì a tutti i progressi compiuto dal 1975 in avanti sulla strada della democrazia.
Era dunque logico che la Signora trovasse la stessa resistenza opposta a suo tempo dalla Repubblica – ed in particolare proprio dai Catalani e dai Baschi – alle Legioni mandate da Mussolini per reprimerli.
La storia non si è ripetuta, e questa volta il tentativo di espansione di una ideologia nazionalistica, compiuto dalle Autorità di Roma, è fallito.
Proprio a causa della alleanza tra la Sinistra antifranchista e gli autonomisti.
In Italia, l’una è malridotta, e gli altri non esistono: se non in alcune realtà periferiche, oppure – nelle rimanenti Regioni – soltanto in embrione.
Risultando impossibile ricostruire uno schieramento progressista nazionale, occorre dunque sviluppare anche da noi il regionalismo.
Se in Spagna la alleanza che si accinge a guidare il Paese è stata resa possibile dall’accantonamento della petizione di principio dell’Autodeterminazione, in Italia non possiamo aspettarci nemmeno quelle misure volte a rafforzare l’autonomia che il nuovo Governo di Sanchez si accinge a varare.
Procediamo anzi nella direzione contraria.
Ieri, abbiamo ascoltato una desolante intervista radiofonica di Bonaccini.
Il quale, dopo avere esaltato la figura del Generale Figliuolo quale esemplare servitore dello Stato (che cosa dovrebbe essere, d’altronde, un Alto Ufficiale?), si è rammaricato soltanto perché la Meloni non ha nominato lo stesso Governatore alla carica di Commissario all’Alluvione: Cicero pro domo sua.
Il problema non è però chi svolge queste funzioni, bensì l’appartenenza all’uno o all’altro Ente Pubblico dell’organo cui esse sono attribuite.
Il Commissario è un organo dello Stato: il quale gli ha però attribuito anche delle competenze che – in base alla Costituzione – spettano alla Regione.
Del tutto opposto sarebbe risultato l’esito della operazione qualora lo Stato, di fronte all’emergenza, avesse delegato alla Regione una parte dei propri poteri.
Il che, tra l’altro, è ammesso espressamente dalla stessa Legge Suprema.
A Bonaccini, pur di collezionare una nuova prebenda, non importa evidentemente un bel nulla che l’Ente Locale subisca una deminutio capitis.
Il Governatore fa finta di non capire che la soluzione adottata favorisce il centralismo, mentre l’altra avrebbe incoraggiato il decentramento.
Il Presidente della Generalità di Catalogna non avrebbe mai permesso un esito simile: e soprattutto non avrebbe omesso di denunziarlo.
Questo atteggiamento, infatti, rivela anche una grave ignoranza del Diritto Pubblico: Bonaccini – prima di essere nominato Governatore – giocava al Calcio (senza peraltro eccellere), ma a Bologna non esiste un Ufficio Legale della Regione che sappia rilevare una manifesta illegittimità costituzionale?
In Italia, ci sono soltanto due realtà in cui si difende l’Autonomia: una è il Tirolo Meridionale, che agisce de jure, l’altra è la Sicilia, la quale opera invece de facto.
Dove il Presidente ha invece ragione è quando critica i famosi Referendum con cui la Lombardia ed il Veneto chiesero di essere trasformate in Regioni a Statuto Speciale: in quella circostanza, infatti, non venne richiesta una estensione delle competenze, ma soltanto una maggiore dotazione finanziaria.
Bonaccini dimentica però che l’Emilia e la Liguria formularono una identica rivendicazione, con la differenza che procedettero mediante un voto unanime ei rispettivi Consigli Regionali.
Senza sprecare soldi per allestire i Seggi Elettorali.
Il denaro venne tuttavia ugualmente sperperato da via Fieschi, dato che la Regione si riversò in massa a Roma, con una invasione di Consiglieri, Assessori e Consulenti: tutti ritornati a Genova con le pive nel sacco.
Farsi dare più soldi dalla Capitale senza accrescere le competenze della Regione significa soltanto assicurare che questo denaro verrà sprecato negli stipendifici.
I cordoni della borsa sono comunque in mano a Figliuolo.
Il che ci rattrista in quanto autonomisti, ma ci consoliamo sapendo che i soldi non andranno alla COOP.
A meno che finiscano alla Società delle Opere, con identico risultato.
La morale da trarre è che, mentre tutta l’Europa Occidentale – non soltanto la Spagna – procede verso il decentramento, cioè verso una maggiore democrazia, noi prendiamo invece la strada del centralismo e dell’autoritarismo.
L’esito della crisi di Governo in Spagna ci suggerisce però che questo esito non è assolutamente inevitabile.
Soprattutto in quanto eventi come l’epidemia e la guerra in Ucraina non influiscono inevitabilmente sulla evoluzione della situazione politica interna di ciascun Paese.
Né sulla evoluzione del suo quadro giuridico di Diritto Pubblico.
Salvo che li si voglia usare come pretesti per fare regredire la democrazia.
Per di più con la completa acquiescenza della Opposizione.

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Mario Castellano  26/8/2023
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