Il Papa ha pronunziato a Marsiglia uno dei grandi discorsi del suo Pontificato,...
Il Papa ha pronunziato a Marsiglia uno dei grandi discorsi del suo Pontificato, che si ricollega con quelli degli esordi: il primo fu a Lampedusa, dove Bergoglio compì il suo primo viaggio fuori dall’Urbe per rendere omaggio agli immigranti caduti, ed il secondo a Cagliari, dove esortò i Sardi, prime vittime del nostro colonialismo interno, a sollevarsi.
Come avevano fatto i suoi compatrioti latinoamericani.
Che chiamò, celebrando in San Pietro la festa della Madonna di Guadalupe, loro Patrona, a considerarsi appartenenti ad un’unica Patria: la Patria Grande, sognata da Bolivar e da tutti i Liberatori.
Parlando a Marsiglia davanti ai Vescovi cristiani ed ai giovani provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo, Bergoglio ha tracciato un programma politico immediatamente tacciato dai reazionari – in particolare italiani – non soltanto di essere sovversivo, ma di risultare anche utopico: Francesco ha richiesto una apertura completa dei confini.
Le porte devono essere incondizionatamente spalancate per tutti.
Il Cristianesimo ritorna alla profezia delle origini: liberare gli schiavi non significava soltanto, nei suoi primi secoli, rivoluzionare i rapporti sociali, bensì soprattutto propiziare la nascita di una nuova cultura, generata dall’incontro tra l’eredità classica e quelle proprie dalle popolazioni che dall’Oriente e dal Settentrione si stavano riversando verso il centro dell’Impero Romano.
Predicare questo esito, insieme prevedendolo e sollecitando nella coscienza che tale era la direzione presa dalla Storia, venne considerato anche allora tanto come sovversione quanto come utopia.
Se la sovversione comportò per molti cristiani il martirio, l’utopia costò loro la derisione.
Vi sono però dei momenti nella Stora in cui l’utopia si trasforma in necessità.
Auspicare la sua realizzazione è tuttavia sempre rischioso.
Gerges Bernanos affermò, non a caso, che la speranza è un rischio.
Noi siamo costretti a correrlo, e chi non vi sia disposto si condanna ad essere un reazionario.
Mai come ora questa parola ritrova il suo significato etimologico: reazionario è per l’appunto chi – essendo posto dinnanzi alla necessità di cambiare – reagisce con un rifiuto.
Infinite volte abbiamo scritto che la nostra epoca vede l’affermazione delle identità.
Le quali possono – a seconda delle situazioni – essere vissute in modo diverso.
Laddove non devono convivere con quelle diverse, in quanto la Nazione o la Regione si mantiene omogenea, l’identità può conformare la convivenza.
Questo, però, non risulta possibile oggi nell’Occidente.
Il Papa è uno dei tanti uomini del Meridione del mondo che sono approdati nel suo Settentrione.
La coscienza di questa condizione costituisce per l’appunto il tema di fondo del suo Magistero, sviluppato da Lampedusa fino a Marsiglia.
È inevitabile che i poveri del mondo si riversino verso il Nord – Ovest, composto dall’Europa Occidentale e dall’America Settentrionale.
Quest’area rivive quanto era avvenuto al tempo dell’Impero Romano.
La scelta davanti alla quale siamo posti è – come allora - tra lo scontro delle civiltà ed il loro incontro.
Che non significa assolutamente la dissoluzione diverse identità in una sorta di “melting pot” indistinto, e tanto meno l’assimilazione forzosa: occorre piuttosto trovare il modo di convivere rimanendo ciascuno quello che è.
Si è giustamente affermato che ogni Stato nazionale si è formato intorno ad un progetto comune.
Questo, però, risultava relativamente più semplice quando i due termini – Stato e Nazione – coincidevano.
Intorno a quale progetto può formarsi viceversa uno Stato multiculturale?
Soltanto sulla elaborazione e sulla comune osservanza di una regola che permetta a tutti di convivere.
Non a caso, la prima nozione che viene insegnata a chi si accosta al Diritto Pubblico è la definizione dell’ordinamento giuridico come un insieme di norme volte a garantire la pacifica coesistenza tra i consociati.
L’osservanza di queste norme viene garantita a sua volta dal Potere di Imperio attribuito a quella particolare associazione che è lo Stato.
Il quale si instaura sempre “de facto”, mediante un atto di forza.
Nessuna forza può però sostituire il consenso.
Se non vogliamo cadere nel “bellum omnium contra omnes” dobbiamo ritrovare questo consenso, e su di esso rifondare lo Stato.
Accettando che non sia più – nella nostra specifica realtà – uno Stato nazionale.
Quando il Papa constata tale necessità, scatta inevitabile l’accusa di essere un sovversivo, cioè un rivoluzionario.
La Rivoluzione non è causata però da un desiderio di cambiamento, bensì dal suo esatto contrario, cioè dall’istinto di sopravvivenza.
Che induce a ricostruire uno Stato quando quello vecchio cessa di funzionare, in quanto non è più in grado di garantire la pacifica convivenza.
La quale non può prescindere a sua volta dal riconoscimento delle reciproche differenze.
Non è casuale che il Papa venga criticato in queste ore perché – davanti al feretro di Napolitano – non ha fatto il segno della Croce, e non ha pregato ad alta voce.
Questi gesti avrebbero significato smentire quanto aveva detto a Marsiglia poche ore prima circa la necessità di accettare le reciproche differenze.
Ecco, dunque, che il cerchio si chiude: chi vuole mantenere artificialmente in vita lo Stato nazionale, basato sulla identificazione arbitraria tra la cittadinanza, che designa l’appartenenza ad esso di una persona fisica, e la nazionalità, che significa viceversa la partecipazione ad una comunità culturale, cade anche inevitabilmente nel confessionalismo: pretende cioè che la convivenza sia basata sulla imposizione forzosa del precetto specifico di una religione.
Noi, essendo sposati con una persona di fede diversa, non abbiamo mai compiuto in casa alcun gesto riferibile alle nostre personali convinzioni.
A maggior ragione, questo comportamento deve essere osservato in una sede ed in una circostanza di carattere pubblico, ed anzi istituzionale.
La Destra, che unanimemente critica Bergoglio - ed anzi lo insulta, accusandolo addirittura di ateismo – persegue un disegno dichiaratamente basato da un lato sulla imposizione di una ideologia nazionalistica (comunque priva di fondamento storico) e dall’altro lato sulla ricostituzione dello Stato confessionale.
Se uno di questi principi confligge con l’esistenza delle identità regionali, l’altro contraddice addirittura il principio della libertà di coscienza e di culto.
Questo conflitto, già in atto – risulta inutile fingere di non vederlo – è destinato a spaccare l’Italia, gli altri Paesi dell’Occidente e soprattutto la stessa Chiesa.
In cui la convivenza tra i confessionalisti ed i Cattolici liberali risulta ormai soltanto formale.
Come sempre, in queste situazioni, basta un “casus belli” per fare esplodere il conflitto.
I tradizionalisti lo hanno già trovato, in quanto è avvenuto al Senato.

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Mario Castellano  02/10/2023
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