In un articolo anteriore, paragonando la “democratura” della Meloni – ancora in costruzione – con quella turca del Sultano, avevamo previsto...
In un articolo anteriore, paragonando la “democratura” della Meloni – ancora in costruzione – con quella turca del Sultano, avevamo previsto – forse in modo avventato – come la Presidente del Consiglio si accingesse a seguire le orme del suo collega di Ankara, denunziando un tentativo di colpo di Stato, più o meno farlocco, ed usandolo come pretesto per regolare i conti con gli oppositori. Quelli veri sarebbero stati criminalizzati. Per quelli finti, leali nei confronti delle Istituzioni, si prospettava invece la cooptazione nel nuovo sistema di potere. Avevamo però dimenticato di indicare un’altra caratteristica comune a tuti i regimi autoritari, e cioè l’asserita difesa contro un nemico esterno. Che nel caso della Turchia veniva identificato con le potenze straniere dedite a sostenere il “golpe” ordito da tale Gulen: il quale fin da prima di questo evento si era prudentemente rifugiato negli Stati Uniti. Dal che si deduce che il nemico del nuovo Sultanato va ricercato – “ça va sans dire” - tra gli infedeli dell’Occidente. La Meloni non può invece cercare – per evidenti motivi – il proprio contendente occulto in America, ma risolve brillantemente il problema acquisendo nei riguardi di tale alleato un merito ulteriore: che consiste nel dividere l’Unione Europea. Il nemico atavico degli Italiani è sempre quello che dal Brennero scruta le nostre opime pianure, impaziente di farne la sua preda. Il ricordo del Barbarossa, cui la Lega dedicò il suo unico “kolossal” cinematografico (costato un occhio della testa non già ai contribuenti tedeschi, bensì a quelli italiani), serve sempre: anche se in realtà Federico I di Hohenstaufen era arrivato a Legnano dopo avere percorso l’Engadina e passato il Gottardo. Ecco, dunque, i seguaci di Salvini scatenare una crociata contro la Germania, i cui toni ricordano quelli della campagna per l’Intervento del 1915. Allora, però, c’erano dei propagandisti del calibro di D’Annunzio – con cui Salvini ha in comune soltanto il noto “penchant” per le donne – e Mussolini: il quale eccelleva come giornalista, mentre il “Capitano”, per tutto il tempo in cui diresse “La Padania”, risultò stitico di articoli. Non manca tuttavia ai Leghisti una certa accortezza: il contenzioso con Parigi è infatti più grave di quello con Berlino, ma risulterebbe molto meno agevole mobilitare gli Italiani contro la Francia. Influisce inoltre, sulla scelta del nemico da combattere, il classico risentimento concepito dagli amanti traditi: la Germania e l’Austria non appoggiarono – e soprattutto non foraggiarono – la secessione della “Padania”, essendo impegnate a sostenere quella, ben più importante, della Slovenia, della Croazia e della Bosnia. Risolto brillantemente il problema del nemico esterno, mancava il traditore interno da additare al pubblico ludibrio. Se ne sono trovati ben due. Il primo è costituito dai giornali – in verità piuttosto malandati – del Gruppo Editoriale GEDI, vale a dire la trimurti composta da “La Repubblica” di Roma, “La Stampa” di Torino ed “Il Secolo XIX” di Genova. Invano i loro corrispondenti da Imperia – per non parlare della Redazione centrale del quotidiano della Liguria – ostentano la loro devozione al Centro – Destra, fiutando evidentemente un ulteriore cambio di proprietà. Prendersela con l’ectoplasma di Scalfari, o con l’Ingegner De Benedetti, sarebbe come “insaevire in mortuos”. Il Parini lasciò incompiuto “IL Giorno” perché i personaggi presi di mira erano ormai finiti sotto il dominio delle truppe rivoluzionarie francesi. Per motivi analoghi, gli strali della Destra puntano sugli eredi di Agnelli, i quali rappresentano l’altra “Quinta Colonna”. Ciò conferisce alla attuale campagna di stampa un tocco di anticapitalismo. Che – in tempi di populismo – viene a fagiolo. I sicari al soldo dei “padroni” sono naturalmente i “tecnici”, odiati dal settore reazionario fin da quando Dini defenestrò Berlusconi, poi Monti fece altrettanto e – “dulcis in fundo” – Draghi sbarrò la strada – sia pure soltanto per pochi mesi – alla Meloni. Ora tutti costoro non vengono più tacciati di essere dei “Comunisti”, bensì dell’esatto contrario: si tratterebbe infatti di golpisti intenzionati a sovvertire il risultato elettorale, proprio come avevano fatto a suo tempo i Colonnelli greci e i “Gorilla” latinoamericani. In realtà, l’Italia venne per tre volte commissariata essendosi constatata l’inettitudine della Destra nel governarla. Ora, però, non ci sono più i deboli governi “d’antan”, bensì il Regime. Né si trovano al Quirinale Scalfaro, Ciampi e Napolitano, bensì un Capo dello Stato che ha spalancato alla Meloni le porte del Governo. A Milano si dice che i migliori affari si concludono ai funerali, camminando dietro al morto. Nel nostro caso, i golpisti hanno tramato alle esequie di Napolitano. Probabilmente, però, i Servizi “deviati” li hanno intercettati, permettendo alla Meloni di sventare il loro complotto. Rivelato puntualmente – fino nei minimi dettagli - da Feltri, Sallusti e Capezzone, i quali denunziano l’uso improprio dello “spread” quale “casus belli” di un conflitto civile. I nostri giornalisti di Destra emulano dunque i colleghi della “Washington Post”, che rivelarono il “Watergate”.