Massimo Giannini risponde su “La Stampa “ di Torino all’accusa, mossa dalla Meloni e dai suoi Fratelli ai giornali del Gruppo GEDI...
Massimo Giannini risponde su “La Stampa “ di Torino all’accusa, mossa dalla Meloni e dai suoi Fratelli ai giornali del Gruppo GEDI, di preparare un colpo di Stato simile a quelli consumati ai danni di Berlusconi da Dini e da Monti, nonché a quello perpetrato in tempi più recenti da Draghi. Il Direttore ed editorialista del quotidiano della FIAT afferma giustamente che i Governi tecnici non rappresentano certamente la normalità in una democrazia rappresentativa, ma la loro instaurazione si giustifica quando un Esecutivo si dimostra incapace di far fronte ad un disastro economico: purché, naturalmente, vengano rispettate le regole costituzionali. Napolitano è stato accusato anche “post mortem” di averle trasgredite. Su questa asserzione si fonda la legittimità che la Meloni rivendica per il suo Governo, mentre la nega per quelli anteriori, a suo dire non espressi dalla volontà popolare. Giannini ha buon gioco a smentire la Presidente del Consiglio quando ricorda come “a vincere, non già sulla spinta di un’inarrestabile “onda nera” che nel Paese non c’è mai stata (come dimostra l’indagine Itanes, il perimetro dei consensi dei due poli non è mai sostanzialmente cambiato rispetto al voto del 2018), ma grazie a un più cinico “spirito di coalizione”, a un uso più accorto dei meccanismi della legge elettorale, e all’irriducibile, autolesionistica “volontà di frammentazione” delle sinistre”. In parole povere, la Destra non ha la maggioranza dei voti, ma è andata al potere approfittando della divisione della parte avversa. La quale – data la sua litigiosità, che per ora le impedisce di rappresentare una alternativa praticabile – potrebbe ricompattarsi intorno ad un nuovo “Governo del Presidente” soltanto se e quando una catastrofe economica mandasse a gambe all’aria l’attuale Governo. Con la sua abituale e lodevole meticolosità, Giannini elenca tutti i disastri che il dilettantismo della compagine attualmente al potere ha causato, così come quelli che prevedibilmente causerà nell’imminente futuro. Il Direttore si spinge addirittura ad indicare le date in cui – a causa della degradazione inflitta all’Italia dalle maggiori Agenzie di “Rating” – i Titoli del nostro Debito Pubblico diverranno “spazzatura”. Quel giorno, che addirittura Giannini colloca entro la fine dell’anno, si determineranno le stesse condizioni che già resero possibile nel 2011 la defenestrazione di Berlusconi. Chi vivrà vedrà, ma ci permettiamo di obiettare sommessamente che in tanto un simile esito può verificarsi in quanto rimangano in vigore le attuali regole istituzionali, che permettono al Presidente della Repubblica – sia pure facendo un uso estensivo delle competenze a lui attribuite – di promuovere un cambio di Governo. Che Lamberto Dini – protagonista, secondo la vulgata diffusa dai “Fratelli d’Italia”, di un precedente colpo di Stato - dice di ritenere impossibile data l’attuale composizione del Parlamento. Quanto manca – sempre a nostro modestissimo avviso – non sono però tanto i voti nelle Camere, perfettamente maneggiabili fin da quando si sono lasciate sottrarre la loro stessa competenza legislativa, bensì il consenso attivo espresso dal popolo, necessario per sostenere una azione volta a preservare la democrazia. Questo appoggio sembra attualmente mancare. Sarà in grado il Presidente della Repubblica di farne a meno? Il punto di non ritorno, al di là del quale il regime fascista poté considerarsi definitivamente consolidato, non fu il famoso discorso di Mussolini davanti alla Camera del Tre Gennaio del 1925 – quello, passato tristemente alla storia, del “bivacco di manipoli” - bensì quanto si era consumato nell’estate del 1924, nel momento in cui l’opposizione parlamentare andò sull’Aventino. Su quella tragica contingenza della nostra storia esiste la testimonianza di Giorgio Amendola, che espresse a suo padre i propri dubbi circa l’efficacia di quella mossa. Giovanni Amendola rispose che quanto gli antifascisti potevano fare era stato fatto, mettendo il Re davanti alle sue responsabilità. Il Sovrano, in quanto garante dello Statuto, aveva infatti in quel momento il dovere di rilevare la sua manifesta violazione da parte di Mussolini, ma non lo fece. Ritorniamo dunque a domandarci se ne sarà capace Mattarella. Lo vedremo molto presto, ma il paragone con il 1924 rivela che questa volta non si è nemmeno espressa – contrariamente a quanto era avvenuto allora – una netta denunzia della situazione da parte dell’Opposizione. Oggi inizia a Torino una “kermesse” che vede esibirsi - insieme con Mattarella, ma soprattutto insieme alla Meloni – tutti quanti i “Governatori” delle Regioni. I quali a suo tempo hanno passivamente accettato la menomazione anche formale delle competenze legislative ed amministrative di questi Enti Locali. Ciò induce a concludere che si è già consumata la frammentazione della Opposizione non già in due, bensì in tre distinti settori, divisi tra loro sull’atteggiamento da assumere nei confronti tanto del Governo quanto del massimo Organo di Garanzia, cioè il Capo dello Stato. Nel settore operante sui mezzi di comunicazione, vi è chi – come per l’appunto Giannini – compie ancora puntualmente il proprio dovere di denunziare la situazione, e non a caso la Meloni indica costoro come presunti “golpisti”. Sullo stesso numero de “La Stampa” Saviano - intervistato non a caso dallo stesso Giannini - afferma però a questo riguardo:” Ecco il nuovo autoritarismo populista: prendersela con chi critica, isolarlo e fare in modo che i suoi colleghi non lo considerino valido, che abbiano paura. E questa paura si sta diffondendo sempre di più. Il timore di uno shitstorm (sic) sui social, di essere additato come quello che ci guadagna a sostenere certe posizioni”. In realtà, c’è soltanto da perdere: nel nostro piccolo, siamo letteralmente assediati dai provocatori. Appena ci liberiamo di uno, ne arriva subito un altro. In attesa di una stretta sulla stampa, che secondo la Meloni ordisce un complotto contro di lei, la parte della Opposizione inserita nelle Istituzioni offre alla Presidente del Consiglio tutti gli alibi possibili: dopo gli applausi tributati dalla Confindustria, dalla Confcommercio, dalla Coldiretti, dalla CGIL (!), dall’Assonautica (al Salone di Genova) e perfino dal “parterre” della Scala – come se si trattasse di una Maria Callas rediviva – la Sorella d’Italia si accinge a ricevere l’omaggio dei “Governatori”. Compreso il malcapitato Bonaccini, commissariato da un Generale. Intanto, chi può trova asilo a Bruxelles: ben tre ex Presidenti del Consiglio hanno preso la strada del Belgio. Se Gentiloni ha ottenuto almeno un incarico dignitoso, per Letta e per Draghi si è parlato con giusta ragione di due “strapuntini”: esso dovranno redigere dei “Rapporti” su temi economici, destinati a riempirsi di polvere nei cassetti del “Palais Charlemagne”. Schettino abbandonò la nave con l’equipaggio e i passeggeri, ma almeno gli altri Ufficiali rimasero a bordo: questa volta, invece, scappano tutti quanti insieme con il Comandante. Se un tempo valeva la regola: “Promoveatur ut amoveatur”, ora dovremmo dire: “Retrocedeatur ut amoveatur”. Una sorte peggiore è toccata soltanto ai poveri profughi dal Nagorno – Karabak. Agli oppositori che non possono rifugiarsi all’estero non rimane che attendere di essere prelevati in pigiama.