Nel 1967, la Guerra “dei Sei Giorni” aveva portato alla riunificazione di Gerusalemme ed alla estensione della sovranità dello Stato di Israele al cosiddetto “Muro del Pianto” ed al Monte del Tempio.
Nel 1967, la Guerra “dei Sei Giorni” aveva portato alla riunificazione di Gerusalemme ed alla estensione della sovranità dello Stato di Israele al cosiddetto “Muro del Pianto” ed al Monte del Tempio.
Così chiamato in quanto vi era stato eretto dapprima quello di Salomone, e poi il secondo, ricostruito dopo l’Esilio di Babilonia e distrutto dai Romani nell’anno 70 dell’Era volgare, dando inizio alla Diaspora.
Vi fu allora chi richiamò quanto scritto dal Profeta Isaia: il Colle di Sion si sarebbe innalzato su tutti gli altri monti, per giudicarli e per imporre loro la pace.
Questa profezia è comune tanto agli Israeliti quanti ai Cristiani.
Ve ne è però un’altra, pronunziata da Gesù Cristo, che naturalmente vale soltanto per i suoi seguaci, ma suona gradita anche agli Israeliti.
Piangendo su Gerusalemme, di cui prevedeva l’imminente rovina, Gesù disse: “Queste pietre saranno calpestate dai pagani fino alla fine delle Genti”; un’altra versione dice “fino alla fine delle Nazioni”.
Le genti sono i popoli diversi da quello di Israele, ed infatti quanti non appartengono ad esso sono detti comunemente i “Gentili”.
Questa affermazione presenta un duplice contenuto: da una parte si prevedeva che Gerusalemme – in seguito alla sua distruzione ed alla Diaspora - non sarebbe più appartenuta per un certo periodo al Popolo Eletto; dall’altra parte, però, si annunziava che un giorno questo tempo sarebbe finito.
E che la sua conclusione avrebbe coinciso con “la fine delle Genti”.
Ciò poteva essere interpretato come un evento catastrofico, quale la guerra mondiale in cui effettivamente il mondo sarebbe precipitato se si fosse realizzato l’intento, dichiarato dai regimi arabi, di distruggere Israele.
Esisteva però una diversa e più ottimistica lettura: la fine delle Genti avrebbe portato alla pace universale, coincidente con l’instaurazione del primato del Popolo Eletto.
La profezia formulata da Gesù Cristo si ricollegava dunque con quella di Isaia.
L’attuale guerra è stata causata anche dalla presenza – in occasione delle recenti ricorrenze liturgiche, coincidenti con l’inizio dell’autunno - di molti devoti israeliti su quello che i Musulmani chiamano il “Nobile Santuario”: luogo da essi venerato come il terzo più sacro dopo La Mecca e Medina in quanto da esso il Profeta Maometto si sarebbe involato sul suo cavallo verso il Paradiso.
Un atto di devozione viene dunque considerato dai seguaci di un’altra delle religioni abramitiche come una profanazione.
Quando il Papa ha visitato la Spianata delle Moschee, gli è stato mostrato un modellino che illustra la possibile ricostruzione del Tempio, provando come ciò non comporterebbe necessariamente la demolizione di questi edifici del culto islamico.
Mentre per molti anni, dopo il 1967, gli Israeliani si erano astenuti dal camminare sulla vetta del Monte del Tempio, quando Sharon decise di compiervi la sua famosa “passeggiata” scoppiò una rivolta degli Arabi.
In realtà, il movimento che postula la ricostruzione del Tempio si sta rafforzando, ed i suoi aderenti – in attesa di realizzare tale progetto – si dedicano a formare i futuri Sacerdoti, nonché a riprodurre gli oggetti del culto descritti minuziosamente nel Levitico.
Qualche anno fa, alcuni veterinari israeliani sono riusciti a selezionare una mucca dal manto interamente rosso, che dovrebbe essere usata nei sacrifici rituali.
L’evento, riportato da tutta la stampa mondiale, è stato salutato da molti devoti come un annunzio del prossimo compimento delle loro intenzioni.
L’accesso di un sempre maggior numero di Israeliti alla Spianata è considerato anch’esso un segno della possibilità di realizzarle.
Anche se l’opinione pubblica israeliana – come quella diasporica – si divide su questo progetto, risulta indubbio che si sta rafforzando il senso dell’appartenenza di Gerusalemme al popolo ebraico.
Ritorniamo dunque all’interpretazione delle profezie.
A Giuseppe, nel momento in cui Dio gli rinnovava la Promessa fatta ad Abramo, apparve in sogno una scala che dalla Terra di Israele portava in cielo.
Fu allora che il Patriarca proruppe nella sua esclamazione: “Terribilis locus est iste!”
Quella che noi chiamiamo la “Terra Santa” è infatti un luogo terribile, per via delle invidie e dei conflitti che la sua appartenenza ha scatenato nel corso della storia.
Questi conflitti tornano oggi ad esacerbarsi nel modo più tragico, ma per gli Israeliti essi costituiscono paradossalmente una conferma della motivazione divina dell’appartenenza della Terra Promessa.
Che cosa significa tutto questo per noi Cristiani?
Per due volte, gli Israeliti hanno chiesto ed ottenuto che il Papa – sia davanti ai Rabbini Capi di Israele, sia nella Sinagoga, in presenza della Comunità di Roma – pronunziasse una solenne ritrattazione della dottrina cattolica tradizionale: secondo la quale – come tutti noi anziani abbiamo studiato nel Catechismo di San Pio X – la funzione di Popolo Eletto propria degli Ebrei era venuta meno con la venuta di Gesù Cristo.
Ciò comporta che dobbiamo riconoscere anche noi la persistente validità della Promessa riguardante la Terra di Israele, in quanto connaturata con la missione attribuita da Dio al Popolo Eletto.
Questo riconoscimento risulta tanto più importante nell’attuale contingenza storica.
Domandiamoci che cosa succederebbe se Israele, posto di fronte ad una minaccia per la sua stessa esistenza, dovesse fare affidamento sull’aiuto prestato dai Cristiani.
La nostra Fede lo renderebbe doveroso: sia in quanto l’intera Sacra Scrittura ha per noi carattere precettivo, sia in quanto si conformerebbe con lo stesso Magistero della Chiesa.

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Mario Castellano  14/10/2023
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