Tutti vogliono dire la loro sulla nuova guerra in Medio Oriente, e tutti ne hanno naturalmente il pieno diritto.
Ci sembra però che nell’affanno di dimostrare la propria competenza – o di sostenere le proprie opinioni – avvengano molte sovrapposizioni di ruoli: facilitate peraltro dal fatto che gli eventi in corso coinvolgono le più diverse competenze
Tra cui si annoverano quelle degli storici, dei teologi, degli studiosi di geopolitica e perfino – nel caso del Medio Oriente - degli archeologi: senza naturalmente dimenticare i cultori del Diritto.
Vito Mancuso è un noto e prestigioso esperto di Scienze Religiose, ma quando sconfina nella trattazione di questioni giuridiche merita il classico richiamo: “Ne sutor ultra crepidam”.
Intervenendo “La Stampa di Torino” di domenica scorsa, l’autorevole studioso condanna da un lato come atto di terrorismo quanto perpetrato da Hamas ai danni dei bambini israeliani, ma cerca una attenuante per chi ha superato ogni limite di efferatezza.
Il teologo ricorda infatti come al popolo palestinese, privo di uno Stato, venga negato il diritto all’Autodeterminazione.
Occorre rilevare, a tale riguardo, che questa affermazione risulta inesatta in base al Diritto Internazionale.
Prendiamo però le mosse dalla valutazione delle cause dell’attuale situazione.
Nel 1948, al momento della proclamazione della Indipendenza di Israele, gli Arabi – tanto i Palestinesi come i dirigenti dei vari Stati esistenti in quell’epoca – rifiutarono tutte le proposte di spartizione avanzate dalle Nazioni Unite.
I territori rimasti sotto controllo israeliano quando fu stipulato l’Armistizio di Rodi del 1949 vennero annessi di fatto in parte alla Transgiordania – che proprio per questo cambiò il suo nome in Giordania – ed in parte all’Egitto.
Se su questa porzione della Palestina non venne mai costituito uno Stato, ciò non fu dovuto ad una decisione di Israele, bensì alla volontà contraria dei dirigenti di questi due Paesi.
La guerra del 1967, scatenata da Nasser con il dichiarato intento di distruggere quella che veniva chiamata (e viene ancora denominata in gran parte del mondo islamico) la “Entità Sionista”, portò all’occupazione da parte di Israele della Cisgiordania e di Gaza.
I dirigenti laburisti di Gerusalemme si dichiararono disposti a ritirarsi da tali territori – salvo alcune rettifiche dei confini – in cambio del riconoscimento di Israele, nonché di altre garanzie a tutela della sua esistenza e della sua sicurezza.
Gli Arabi rifiutarono però sempre di negoziare su queste basi.
Dopo la vittoria elettorale di Begin, Israele ritirò la sua proposta, ma tornò ad avanzarla all’epoca del Governo di Barak.
Clinton, sulla base degli accordi parziali e provvisori raggiunti ad Oslo e firmati alla Casa Bianca, propose nel 2000 a Camp David un accordo complessivo di pace: che prevedeva la costituzione di uno Stato palestinese nei confini del 1967.
Questo accordo venne rifiutato da Arafat, con il pretesto che non includeva il ritorno in Israele di tutti i profughi fuggiti nel 1948, nonché dei loro discendenti, cioè di alcuni milioni di persone.
Ricordiamo per inciso che la qualifica di rifugiato – in base tanto al Diritto Internazionale quanto al Diritto interno – non si trasmette ai familiari di chi ha dovuto abbandonare il proprio luogo di origine.
Era naturalmente possibile negoziare un indennizzo per le proprietà perdute, che peraltro ben pochi tra i profughi del Novecento hanno ottenuto.
A nessuno, tuttavia, è stato riconosciuto il diritto al ritorno.
Neanche laddove le cessioni territoriali sono state sancite – come è avvenuto in molti casi – dai successivi Trattati.
L’elenco di queste popolazioni è infinito, ma tentiamo di formularlo, pur sapendo che inevitabilmente ne dimenticheremo qualcuna.
Cominciamo naturalmente dagli Ebrei residenti nei Paesi arabi, ma ricordiamo anche gli Italiani dell’Istria e della Dalmazia, i Tedeschi dei Sudeti e della Slesia, i Greci dell’Asia Minore, i Francesi dell’Algeria, gli Armeni della Turchia (o meglio, quei pochi tra loro che riuscirono a scampare alla strage), gli Induisti del Pakistan e i Musulmani dell’India.
Cui si sono in seguito aggiunti i Croati della Krajina, i Royanga della Birmania, gli Ucraini del Donbass e da ultimo gli Armeni del Nagorno Karabak.
Ripetiamo che l’elenco rimane sempre necessariamente incompleto, e si teme che l’attuale tendenza all’identitarismo renda necessario in futuro il suo aggiornamento.
Ne escludiamo inoltre quanti – pur non appartenendo a minoranze etniche o religiose – sono fuggiti in seguito alla instaurazione delle dittature.
Tutte queste tragedie hanno però un elemento comune: i profughi, pur essendosi riversati in Paesi a volte molto poveri - o impoveriti dalle guerre perdute - sono stati poco per volta assorbiti.
Girando per la Germania, non si trova nessun campo di rifugiati popolato dai Tedeschi dei Sudeti e della Slesia, ma neanche in Grecia ci sono delle baraccopoli che ospitano quanti sono stati espulsi dalla Turchia.
Naturalmente, tutti i fuggiaschi si sforzano di perpetuare la loro specifica identità, di ricordare le proprie ragioni e di avanzare le loro giuste rivendicazioni: per ogni città e paese dell’Istria e della Dalmazia esiste una pubblicazione periodica, cui sono abbonati quanti ne sono originari.
Non risulta però che le Autorità dei Paesi che hanno ospitato i profughi permettano a costoro – se mai ne avessero l’intenzione – di compiere atti ostili nei confronti delle Nazioni responsabili della loro espulsione.
Perché i Palestinesi – o quanto meno molti di loro – vivono ancora nei campi profughi?
Certamente la Giordania, il Libano e la Siria sono Paesi poveri, ma non lo sono le Monarchie del petrolio.
Le quali – si obietterà - non confinano con Israele.
Neanche l’Australia confinava con la Jugoslavia, ma buona parte dei Dalmati e degli Istriani sono finiti in quel Paese.
Veniamo però alla affermazione di Mancuso riguardante l’inesistenza dello Stato palestinese.
Certamente, se Arafat avesse firmato quanto gli era stato proposto a Camp David, oggi esso farebbe parte della Comunità Internazionale.
Si tratterebbe certamente di uno Stato di dimensioni ridotte, ma l’Armenia si estende attualmente solo su di un decimo del territorio popolato fino al 1915 dal suo popolo.
Se però queste rinunzie – o mutilazioni – non fossero accettate, mezzo mondo sarebbe in guerra.
Senza per giunta la possibilità di mettervi fine firmando un Trattato.
Quando lo si stipula, rimangono infatti sempre degli scontenti, pronti ad agitare il loro irredentismo.
Gandhi venne ucciso da un estremista induista, che non gli perdonava di avere lasciato costituire il Pakistan, ma anche Rabin fu assassinato per avere accettato in linea di principio che sorgesse lo Stato palestinese.
Willy Brandt fu accusato di tradimento per avere rinunziato ai territori posti al di là dell’Oder - Neisse, ma quando cadde il Comunismo ci si rese conto di quanto la sua scelta fosse stata giusta.
Ogni volta che un Presidente della Repubblica Italiana si reca a Trieste, c’è qualcuno che ancora protesta per il Trattato di Osimo.
Dimenticando che ci ha preservati dal terremoto dell’ex Jugoslavia.
Uno Stato comunque esiste – in base al Diritto Internazionale – quando una Autorità di Governo esercita la propria sovranità su di un territorio e su di una popolazione: anche qualora questa Autorità non dichiari formalmente l’Indipendenza, o nessun soggetto di Diritto Internazionale esprima il proprio riconoscimento.
Nel mondo di sono duecentoquindici Stati, cioè ventidue in più di quanti compongono le Nazioni Unite.
Alcuni di essi non si sono proclamati tali, mentre altri non sono riconosciuti da nessuno: se un neonato non viene registrato all’anagrafe, si tratta comunque di un nuovo Soggetto di Diritto.
Gaza è uno duecentoquindici Stati esistenti nel mondo, ed Hamas è la sua Autorità di Governo.
Se questo Movimento lo avesse voluto, il suo territorio sarebbe oggi una piccola Singapore del Mediterraneo, ma gli Islamisti lo hanno trasformato in una base militare.
Da cui per giunta partono continue azioni contro Israele.
Si è paragonata Gaza – anche da parte di Mancuso - ad un carcere a cielo aperto.
“Comparatio claudicat”, illustre Professore.
Quale carcere può essere trasformato dai detenuti in un arsenale pieno di armi?
E quale carceriere ne permette l’ingresso massiccio nella prigione?
Certamente, gli abitanti della Striscia vivono male, anche perché vengono continuamente bombardati.
Gli Italiani furono bombardati nel 1943, ma ad un certo punto si rivoltarono contro Mussolini, considerandolo responsabile delle loro disgrazie.
Naturalmente, la propaganda fascista diceva che gli Alleati erano cattivi, ma non venne più creduta.
Gli abitanti di Gaza danno invece la colpa delle loro disgrazie ad Israele.
Se però si entra in guerra – o si decide di perpetuarla - le conseguenze sono inevitabili.
Per cui l’unica soluzione possibile consiste in un Venticinque Luglio palestinese, in cui si eliminino i responsabili di un conflitto che può essere soltanto perduto.
Le vittime civili sono inevitabili, ma la colpa del loro sacrificio è di chi le ha esposte deliberatamente alla morte e alla distruzione.

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Mario Castellano  20/10/2023
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