Il cambio di denominazione di Cervinia, che il Sindaco uscente voleva ribattezzare con l’originario toponimo occitano, pare si sia arenato per motivi economici. Il Primo Cittadino, emulando il suo collega di Imperia, ha fatto suo il famoso moto di De Gaulle: “L’Intendence suivra”. Il Generale, il quale dimostrava nei riguardi dei Valdostani una particolare predilezione, dovuta al loro tenace attaccamento alla lingua francese, non si preoccupò mai dei problemi economici, e tanto meno di quelli amministrativi. Che invece riemergono regolarmente con la presentazione del conto. Il quale non è aggravato tanto dalla necessità di cambiare le indicazioni stradali, bensì dall’obbligo di rifare i documenti di identità dei residenti. Per un piccolo Comune, si tratta di una spesa pressoché proibitiva. Tutto ciò non inficia la rilevanza politica della presa di posizione delle Autorità, tanto municipali quanto regionali. L’assimilazione forzata delle popolazioni alloglotte ed allogene non è sfociata in Europa Occidentale negli orrori della pulizia etnica, ma ha prodotto mostruosità come la trasformazione di Courmayeur in “Cormaiore” (cui si è già posto rimedio) e di Sterzing in “Vipiteno” (?). Pur essendo stati evitati i peggiori eccessi, non mancavano - tra i più fanatici fautori del separatismo annidati nella Lega delle origini - quanti ammiravano Milosevic, e si ripromettevano di ripetere tartarinescamente le sue gesta dalle nostre parti. Sulle trame ordite da tali personaggi – rimaste per fortuna allo stadio delle chiacchiere da caffè (o meglio, da ristorante) – ci siamo già dilungati fin troppe volte in passato, per cui non intendiamo ritornare ancora una volta su questo trito argomento. Il problema del cambiamento della lingua ufficiale usata in un determinato territorio – o meglio, nell’ambito di un particolare Ente Pubblico Territoriale – trova una ragionevole soluzione se ci si riallaccia con il concetto gramsciano di egemonia. Il giovane Marx si era dedicato a studiare la condizione in cui si trovava in Germania l’esigua minoranza linguistica dei Sorabi, detti anche Serbolusaziani, e denominati in tedesco “Sorben” o “Wenden”. I quali parlano un idioma slavo, e vivono sulle sponde del lago di Werbellin, avendo come capoluogo Baumtzen, che essi chiamano Bautzin. Marx osservò come l’ascesa dei membri di questo gruppo etnico ad una condizione sociale superiore – dovuta all’arricchimento o alla acquisizione di titoli di studio più elevati – li portava all’assimilazione. La permanenza nella povertà propiziava invece in altri soggetti il radicamento nella identità originaria. Ciò era dovuto al fatto che quella tedesca risultava egemone: per cui riconoscendosi in essa, ci si sentiva tutelati nei propri interessi. Le fortune delle lingue sono sempre legate all’egemonia – o alla subordinazione – del ceto sociale che in esse si esprime. Per tutto il corso dell’Ottocento, alcuni idiomi propri dei popoli sottomessi all’Impero austriaco – compreso il magiaro – vennero perpetuati dai contadini. La borghesia urbana usava viceversa il tedesco non solo come lingua letteraria, ma anche per l’uso corrente. L’aspirazione nazionalistica, causata dalla crescente divergenza di interessi con Vienna, portò ad un rovesciamento di questa situazione. Tempo addietro, un amico ci disse che la nostra lingua regionale si stava perdendo a causa dell’immigrazione. Se questo fosse il motivo per cui un idioma cade in disuso, a Nuova York non si parlerebbe inglese: praticamente nessuno dei suoi abitanti è infatti originario della Madrepatria. L’acquisizione della lingua è determinata da un fattore sociale, in quanto l’anglofonia coincide con la cooptazione nel ceto dominante, dal punto di vista tanto economico quanto intellettuale. La parola “vernacolo” deriva da quella latina che designava i servitori domestici. Analogamente, il termine “pagano” si riferiva agli abitanti dei villaggi. Esistevano dunque anche allora lingue e religioni diverse a seconda della condizione sociale. Giorgio Bocca, che passava le vacanze in Val d’Aosta ma detestava la popolazione locale essendo invidioso della sua preservazione dell’identità originaria, si arrabbiava osservando che i figli dei Notai e degli Avvocati di Aosta cantavano in “patois”. Nel nostro Paese di adozione, la lingua indigena – il Nahuatl – venne estinta ai primi del Novecento: non già dalla Corona di Spagna, bensì dalle Autorità della Repubblica. Le quali volevano imitare in tutto il modello europeo. Negli ultimi anni, si è assistito ad un recupero dell’espressione originaria, promosso inizialmente da Don Pablo Antonio Cuadra, Rettore dell’Università Cattolica e Presidente della Locale Sezione della “Reale Accademia della Lingua Spagnola”. Nel cui sangue non si trovava una sola goccia di sangue indoamericano. I giovani della buona borghesia, tutti di origine europea, sollecitati da tale autorevole esempio, si sono dedicati al recupero del “Nauhatl”. Ci si reca per soggiorni di studio nello Stato messicano di Jalapa, dove questa lingua è rimasta di uso comune, mentre alcuni complessi musicali la usano per comporre delle canzoni. I giovani benestanti di Managua – che sono quasi tutti di origine europea - si comportano come i loro coetanei della borghesia valdostana. Il discorso, a questo punto, esce dalla metapolitica e si trasferisce nella politica. La parola “Cervinia”, coniata dal Fascismo, serviva per attrarre turisti di lingua italiana quando – agli albori del turismo alpino – i montanari divenuti albergatori sentivano il problema di compiacere gli italofoni. Ora la differenza di condizione sociale si è invertita, e quindi si ricorda agli ospiti che sono tali. Ritornando a Marx, che in età matura delineò la differenza tra struttura e sovrastruttura, possiamo concludere che l’espressione linguistica – trattandosi di un fenomeno culturale, collocato per l’appunto nell’ambito della sovrastruttura - conosce ascese e declini in base al fattore economico: cioè, in dipendenza dalla struttura. Lo prova il fatto che a Barcellona i figli degli immigrati parlano catalano. Anche Joan Manuel Serrat, il bardo della canzone in questa lingua, è figlio di un catalano e di una spagnola. Se le cose stanno così, la tendenza identitaria, manifestata dalla rinascita delle “Patrie Negate”, che si esprimono nelle “Lingue Tagliate”, è destinata inevitabilmente a prevalere. Anche se – come in tutti i movimenti storici – possono prodursi a volte delle battute d’arresto, ed anche dei parziali arretramenti. La cosiddetta “società civile” precede i movimenti politici, operando nel campo culturale. In Irlanda, l’azione dei nazionalisti venne a lungo preparata dalla “Gaelic Union”, ed in Catalogna esistono due grandi Associazioni civiche che supportano – sostenendo la Generalità o addirittura sostituendosi ad essa – tutte le espressioni identitarie. Qualcosa del genere sta succedendo in Provenza, dove si moltiplicano i Festival della cultura occitana. Si tratta di esempi contagiosi: nelle scorse settimane, si sono riuniti a Sanremo gli affiliati liguri alla Associazione degli “Chevaliers de Provence”. Qualcuno si ostina però ad andare controcorrente: pare che Chiappori stia studiando il calabrese. Il candidato a Sindaco di San Bartolomeo al Mare dovrà infatti usare questa lingua nel corso dell’imminente campagna elettorale.