Michele Tito, con un articolo su “La Repubblica” formula due previsioni, tra loro collegate.
Michele Tito, con un articolo su “La Repubblica” formula due previsioni, tra loro collegate.
La prima riguarda la sostituzione di Ursula Von del Leyen con Mario Draghi alla guida della Commissione Europea.
Questo avvicendamento avverrebbe con il sostegno dello stesso Governo italiano.
I motivi di tale benevolenza da parte della Meloni nei confronti del suo predecessore sono diversi.
Ve ne è indubbiamente uno di carattere personale: Draghi ha sloggiato anzitempo da Palazzo Chigi, senza mettere le Camere davanti alla responsabilità di sfiduciarlo, e senza procedere all’ultimo adempimento di competenza del suo Governo, cioè la presentazione del Bilancio di Previsione.
Sia pure con l’impegno di dimettersi immediatamente dopo l’approvazione.
L’operazione mediatica volta a costruire una immagine artificiosa della Sorella d’Italia, presentata come la statista destinata a salvare la Patria, era stata però calcolata dalle agenzie pubblicitarie in funzione delle elezioni in autunno.
Per non sconvolgere tali piani, “Supermario” si fece da parte.
In questi casi, è consuetudine invocare il cosiddetto “Senso dello Stato”: che avrebbe però suggerito, in una situazione simile, il comportamento contrario.
Probabilmente, però, Draghi si fece da parte in base all’impegno - quale viene ora rivelato - di contraccambiarlo con quel “supergoverno” della nostra economia che viene esercitato da Bruxelles.
Dal quale la Meloni dipende se non vuole che il mancato sostegno europeo al nostro Debito Sovrano causi la rovina ad un tempo del suo Governo e dell’intero Paese.
L’operazione, a questo punto, si configura come una sorta di patto stipulato tra due poteri: quello rappresentato dal Nord Ovest dell’Europa, cioè dall’asse che va da Parigi a Berlino passando per Bruxelles, e quello viceversa costituito dal ceto burocratico romanesco e meridionale che controlla l’appartato dello Stato italiano, trovando nella Meloni la sua espressione politica più appropriata. L’uno fa il possibile per mantenerci a galla, mentre all’altro tocca il lavoro sporco, consistente nel reprimere l’inevitabile malcontento, e le sue altrettanto inevitabili manifestazioni.
In mezzo a questi due soggetti, si trova quella parte d’Italia, cioè il Nord – Ovest ed il Nord – Est, che per la sua cultura politica liberaldemocratica di ispirazione europea e per la sua vocazione imprenditoriale non può riconoscersi nel centralismo romano.
Questo terzo soggetto risulta però debole, costretto com’è ad affidarsi alle commesse dello Stato.
In pratica, esso è composto di imprenditori senza libertà di impresa.
Quanto accaduto alla Prima della Scala lo dimostra plasticamente.
La Meloni ha ritenuto inopportuno ripetere il gesto di prepotenza con cui l’anno scorso aveva voluto ricordare alla borghesia lombarda chi comanda veramente in Italia.
A suo tempo, peraltro, gli antenati di quanti oggi gremiscono il “parterre” applaudivano i Vecerè austriaci: non manca mai, agli Italiani, la capacità di adattamento.
Mattarella non ha voluto approfittare dell’assenza della Presidente del Consiglio per monopolizzare gli applausi, e – per equilibrare l’imbarazzante presenza di La Russa – si è fatto rappresentare, sia pure non formalmente, dalla Senatrice Segre.
La quale ha adempiuto egregiamente alla sua funzione, consistente nel propiziare l’unanimità di facciata: in modo che la festa non fosse guastata.
Ai due estremi, in posizione isolata, sono rimasti da una parte il superstite urlatore “antifascista”, unico patetico ricordo della Milano “democratica” del passato, e dall’altra i solerti funzionari meridionali della Questura, che – per dimostrarsi ligi al Governo – lo hanno identificato.
Lasciamo ai Penalisti l’arduo compito di individuare il reato eventualmente commesso.
L’importante è che si sappia contro chi agire, qualora un procedimento venga instaurato.
L’autodisciplina di chi ha bisogno di appalti si è comunque rivelata più ferrea di ogni disciplina poliziesca.
“Sic transit gloria mundi”, e così finisce anche la gloria dell’Antifascismo.
Le sorti della democrazia italiana non dipendono peraltro dalle sue estreme epifanie, quanto piuttosto dalla sopravvivenza di un costume civile: se non elevato, quanto meno decente.
Questo, però, dipende ancora una volta dall’aiuto che ci può venire dall’esterno.
Qui viene a proposito la seconda notizia fornita da Michele Tito, secondo cui – una volta instaurata la nuova Commissione di Bruxelles - Scholz e Macron sono decisi a far valere i rispettivi Trattati stipulati con l’Italia.
Il che vuole dire – anche se non sappiamo ancora in quali forme – esercitare una qualche forma di sovranità condivisa sul Nord – Est e sul Nord – Ovest.
Mettendo queste zone, per quanto possibile, al riparo dagli effetti deleteri del centralismo romano.
E supplendo alla manifesta incapacità delle rispettive Autonomie Locali – se si eccettua il caso di Bolzano, su cui abbiamo già riferito – di difendere le proprie prerogative.
Rimane il problema consistente nel costituire dei soggetti politici in grado di assecondare i disegni di Parigi, di Berlino e di Vienna.
Questa è l’impegno che ci attende.
La situazione internazionale è evoluta così rapidamente, ben più di quella interna, che ci troviamo in grave ritardo.
Su questo argomento, dovremo ascoltare quanto prima i nostri interlocutori di Nizza, e di quanto ne risulterà daremo naturalmente conto ai lettori.

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Mario Castellano  15/12/2023
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