Imperia Calcio, nuovo presidente e giochi di potere locali
Un nuovo personaggio ha fatto irruzione sul palcoscenico della vita pubblica imperiese.
In cui il ruolo di primattore non può di certo essere conteso al “Sindaco – Presidente”, ma ugualmente ci si può distinguere, a condizione, naturalmente, di obbedire scrupolosamente al capocomico.
Il quale, evidentemente insoddisfatto del personale reclutato presso le filodrammatiche locali, decisamente non all’altezza di figurare in una grande “compagnia di giro”, si improvvisa “talent scout” e va in cerca di nuovi collaboratori in tutta la Penisola.
La “new entry” è quella – balzata immediatamente all’attenzione dei mass media – del nuovo presidente dell’Imperia.
Le vicende di questa società sportiva sono state altalenanti e spesso contraddistinte da rovinose cadute, come quando, non essendosi presentati i calciatori sul terreno di gioco, venne radiata dai campionati, per cui dovette riprendere il suo “fatale andare” dalla Terza Categoria, in cui militavano compagini come il Sant’Ampelio ed il Pontedassio.
Ci fu addirittura un tempo in cui Imperia vantava ben due squadre, come le grandi metropoli. Entrambe, però, si contendevano la stessa denominazione. Non essendovi una rivalità tradizionale, come quelle tra i “genoani e i doriani”, tra i “milanisti” e gli “interisti”, tra gli “juventini” e i “torinisti”, tra i “laziali” e i “romanisti”, i tifosi non si adeguarono a questa inedita situazione, che causava loro gravissime umiliazioni. Dichiarandosi sostenitori dell’Imperia, ci si sentiva infatti rispondere con scherno: “Quale delle due?”.
Ora, evitato il baratro della retrocessione – cui peraltro avevamo fatto da tempo il callo – siamo caduti in una voragine ben più spaventosa: quella dei debiti. I nostri pedatori, privi di stipendio, minacciavano infatti di non scendere in campo, incorrendo di nuovo nella radiazione.
Il “Sindaco – Presidente” non era mai stato un tifoso, fino a quando pensò bene di accrescere la propria popolarità esibendosi sulla tribuna del “Nino Ciccione”. In quella circostanza, l’Imperia perse in casa con un punteggio detto “tennistico”, per cui l’uomo fu immediatamente considerato nell’ambiente un menagramo.
Anche noi, essendo ritornati allo stadio dopo una parentesi lunga come una vita, grazie all’invito dell’allora allenatore Gian Luca Bocchi, assistemmo a una sconfitta casalinga per due a zero contro il modesto Finale. Per cui il “mister”, avendoci assegnato la nomea di jettatori, ci tenne in seguito alla larga.
Il “Sindaco – Presidente” aveva però la possibilità di soccorrere la società immettendo del denaro nelle sue casse stremate, per cui venne richiamato in servizio, dopo essere stato anch’egli allontanato dal campo.
La parabola sportiva dell’uomo ricorda quella politica del generale De Gaulle, tornato a guidare la Francia essendosi ripetuta una situazione disastrosa.
Il demiurgo incaricato di soccorrere la squadra viene dall’Agro Aversano, che noi abbiamo avuto occasione di frequentare per via di antiche amicizie. Intorno a Casal di Principe, resa famosa dal “clan” detto per l’appunto dei “casalesi”, sorge una pleiade di centri anch’essi noti per il radicamento della Camorra.
Ricordiamo in particolare San Marcellino di Aversa e Carinaro, ove venimmo chiamati a pronunziare addirittura una conferenza. Questo paese aveva dato i natali al cardinale Crescenzio Sepe, il quale elargì alla parrocchia dove era stato battezzato il denaro necessario per il restauro della chiesa.
Questo ecclesiastico è noto – più che per la pietà e per la dottrina – per il suo senso degli affari. Quando era prefetto di “Propaganda Fide” venne elogiato per l’oculatezza con cui amministrava tale congregazione, che è l’unica dotata di un proprio bilancio distinto da quello della Santa Sede. Poi si scoprì che non corrispondeva ai dipendenti il minimo sindacale.
L’uomo non mancava tuttavia di esibire il proprio ascetismo. Essendo stato informato dell’arrivo di alcuni giornalisti, mise mano al breviario e si fece fotografare mentre pregava, a memoria dei collaboratori per la prima volta.
A Carinaro, ultimati i restauri dell’edificio sacro, il porporato vi fece apporre una lapide che va dal soffitto al pavimento, con cui la popolazione lo ringraziava per la sua munificenza.
Dato che il “Bassotto” ha cercato aiuto finanziario nell’Agro Aversano, poteva dunque rivolgersi al cardinale. È stato invece scelto un maresciallo dell’Aeronautica Militare, di cui non si conosce alcun particolare atto di valore individuale.
Dopo una carriera non particolarmente brillante, costui si congedò in coincidenza con l’erogazione del famigerato “bonus” da parte di Conte e costituì un’impresa dal consistente fatturato, ma del tutto priva di dipendenti.
Adocchiati i fruitori dell’aiuto di Stato, questo soggetto prendeva l’appalto delle ristrutturazioni, quindi lo subappaltava ad alcuni cosiddetti “padroncini”, che dovettero promuovere cause civili non essendo stati pagati.
Ora, però, il maresciallo ha provveduto a saldare i debiti lasciati dal predecessore e – dinnanzi ai tifosi riconoscenti – si atteggia a novello Cincinnato. Costui si dice infatti pago di avere servito la patria di adozione e nega di avere mire sul porto turistico.
Il “Sindaco – Presidente” avrebbe dunque trovato un mecenate del tutto disinteressato. Essendo però spiantate tutte le squadre di calcio d’Italia, non si capisce il motivo di tale preferenza per la nostra.
In attesa di scoprire quali misteriose attrattive rendano appetibile l’Imperia – avviata verso la “salvezza” e pronta per la necessaria “campagna acquisti”, che consenta una marcia meno asmatica e deludente nel campionato – ci sentiamo comunque in grado di emulare Plutarco.
L’autore delle “Vite Parallele” non avrebbe percepito un’affinità tra la vicenda di Scajola e quella di Manfredi – troppo diversi risultando i due per temperamento e inclinazioni – ma l’avrebbe sicuramente colta tra i rispettivi “alter ego”: da una parte il nuovo presidente dell’Imperia e dall’altra Lorenzino De Bernardis.
Soprannominato eloquentemente “Lorenzaccio” in memoria del suo antico omonimo, appartenente alla famiglia dei Medici, che si era distinto per avere ucciso nel 1537 il duca Alessandro, suo cugino, permettendo così la successione di Cosimo, il quale ottenne dall’imperatore il titolo di granduca.
Il nostro contemporaneo, calato a Roma dopo la resistenza nel nativo Piemonte in qualità di funzionario del sindacato degli autotrasportatori della CGIL, venne affibbiato a Manfredi dal Partito Comunista.
Avendo acquisito le simpatie dell’uomo di Pieve di Teco grazie all’importazione di selvaggina, le Botteghe Oscure scelsero però come ufficiale di collegamento un personaggio decisamente di secondo piano.
Ora un certo “milieu” meridionale, dopo avere vantato quali ambasciatori ad Imperia personaggi del livello di Caltagirone e di Matacena, ripiega anch’esso su un esponente delle “terze file”.
Se costui – smentendo quanto dichiarato – dovesse occuparsi del porto, a proposito del “Sindaco – Presidente” non rimarrebbe che dire: “Misereamur super eum”.
Il suo “penchant” per il cosiddetto “puffo” è tipicamente romanesco, tanto che negli anni Cinquanta vi fu chi propose di erigere nell’Urbe un monumento all’inventore della cambiale, che già esiste, essendo stato innalzato a Prato in onore del concittadino Datini.
Ora però le voragini si moltiplicano e si approfondiscono. Dopo il Comune e le sue “partecipate”, è infatti la volta della squadra di calcio.
I romanisti, ricordando la retrocessione della loro gloriosa società, inventarono il famoso slogan: “Forza Roma, forza Lupi, son finiti i tempi cupi!”. Questi tempi, nel nostro caso, sono ancora di là da venire.
Non rimane dunque che unirci con speranza alla tradizionale esortazione di noi tifosi “nerazzurri”: “Alla faccia di chi vuol male, Forza Imperia!””