Si avvisano i Braccesi che da sabato 16 maggio è riaperta la sede dell’Accademia della Lingua presso il Ristorante “Braccioforte” di Imperia Oneglia.
La “Sinistra”, in Italia come in tutti gli altri Paesi dell’Occidente, si è sempre opposta alle guerre, a prescindere dalle ragioni di Diritto Internazionale che potevano motivarle.
Senza distinguere tra i conflitti considerati “giusti” perché difensivi, e quelli ritenuti “ingiusti” in quanto causati da un intento aggressivo.
Questa posizione aveva tre ordini di ragioni.
In primo luogo, si volevano evitare le perdite umane, che colpivano prevalentemente chi apparteneva alle classi sociali inferiori.
In secondo luogo, le guerre fornivano alle classi dominanti il pretesto per comprimere le libertà ed i diritti, tanto civili quanto personali.
In terzo luogo, i conflitti armati determinavano un peggioramento nelle condizioni di vita del cosiddetto “Proletariato”, cui faceva riscontro un incremento dei profitti da parte dei “Capitalisti”.
Per tutti questi motivi, quando l’Internazionale Socialista si riunì a Zimmerwald, in Svizzera, all’inizio della Prima Guerra Mondiale, il russo Ulianov, detto Lenin, propose – non potendosi più evitare lo scoppio delle ostilità – di trasformarla in una Guerra Civile.
I rappresentanti degli altri Partiti decisero invece che ai Socialisti non rimaneva altra opzione al di fuori del compimento del proprio dovere di cittadini.
La Socialdemocrazia Tedesca votò addirittura in favore dei cosiddetti “Crediti di Guerra”, cioè di un prestito forzoso imposto dallo Stato per sostenere lo sforzo bellico.
I Bolscevichi sarebbero invece riusciti a realizzare il loro disegno in Russia.
Per cui, alla fine della Guerra, essi soli si ritrovarono al Potere.
I Socialisti italiani, e poi i Comunisti, si opposero dapprima in modo violento alla Guerra di Libia, poi alla Prima Guerra Mondiale, quindi – dalla clandestinità – a tutte quelle intraprese dal Fascismo.
Dopo il 1945, si assunse lo stesso atteggiamento nei riguardi dell’Alleanza Atlantica, presentata dalla propaganda sovietica come imposta dall’America per preparare un’aggressione.
Le successive vicende storiche hanno dimostrato che la NATO non aveva questa funzione.
Tanto è vero che non ha mai iniziato – e neanche condotto – alcun conflitto armato.
Il suo carattere regionale e difensivo ha anzi contribuito, da una parte, a mantenere la pace in Europa, mentre dall’altra parte i diversi Paesi membri rifiutavano di partecipare ai conflitti sostenuti negli altri continenti dai loro alleati.
Nessuno ha dunque aiutato gli Americani in Corea, e poi nel Vietnam, e nessuno ha soccorso i Francesi in Algeria ed in Indocina.
Ogni volta, anzi, che un Paese occidentale si trovava invischiato nelle ostilità, gli altri lo criticavano, suggerendo un disimpegno.
Se si eccettua la Corea, tutti i conflitti scoppiati nel mondo dopo il 1945 hanno dunque determinato altrettante ritirate dell’Occidente.
Fino a quelle dall’Iraq e dall’Afghanistan.
Dove qualche militare non americano era stato mandato, ma aveva prudentemente preceduto gli Statunitensi nella loro ritirata.
Che ripeteva puntualmente le immagini della fuga da Saigon, e della conseguente umiliazione dell’Occidente.
In Europa – come negli stessi Stati Uniti – le opinioni pubbliche si mobilitavano immancabilmente in favore della pace.
Se le piazze si riempivano per invocare il ritiro dall’Indocina e dal Medio Oriente, nessuno protestava viceversa per l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica.
Il cui sistema politico totalitario, risultando incapace di correggere i propri errori, finì per collassare.
Per quanto riguarda l’Italia, anche le maggioranze – pur essendo tutte fondate, fino alla caduta dell’Unione Sovietica, sulla pregiudiziale anticomunista – possono comunque vantarsi di avere mantenuto fede al ripudio della guerra sancito solennemente dalla Costituzione Repubblicana.
Ora però siamo coinvolti in un conflitto – quello nel Golfo Persico – che non mette a rischio la vita dei nostri militari, ma farà sentire inevitabilmente le sue conseguenze sul piano economico e sociale.
Rischiando anche – in prospettiva – di determinare una restrizione delle libertà e dei diritti, tanto personali quanto civili.
Come ha dimostrato la “prova generale” inscenata con il pretesto dell’“Epidemia”.
L’accettazione di certe misure da parte della popolazione dipende da come viene percepita la guerra, se cioè la si ritiene difensiva ovvero “di aggressione”.
La cosiddetta “Sinistra” dovrebbe prendere in considerazione questa distinzione, e fondare su di essa le proprie scelte.
Quando però Israele ha reagito al Sette Ottobre, si è assistito all’ipocrisia di chi da una parte riconosceva il suo diritto tanto all’esistenza quanto all’autodifesa, ma pretendeva dall’altra parte di stabilire entro quali limiti lo si potesse esercitare.
Secondo costoro, Israele avrebbe potuto in sostanza tutelarsi solo con le proteste verbali.
Ogni atto volto a colpire i terroristi veniva infatti classificato immancabilmente come una “aggressione”, e addirittura come un “genocidio”.
Un analogo atteggiamento viene assunto nei riguardi dell’Iran: si considera inaccettabile che il suo regime disponga della bomba atomica, dato l’intento dichiarato di impiegarla per distruggere lo Stato di Israele.
Se però si colpisce l’Iran per impedirgli di costruire la bomba, si denuncia una “aggressione”.
Ora il regime teocratico minaccia di usare – qualora le ostilità vengano riprese – le armi nucleari.
Dichiarando implicitamente che già ne dispone.
In tal caso, però, risulta lecito “a posteriori” avere agito per impedire che venissero prodotte.
La Cina, da parte sua, minaccia di guerra gli Stati Uniti qualora intervengano per evitare che riprenda Formosa con la forza.
Tanto in questo caso quanto per quanto riguarda Israele, è in gioco il diritto all’autodeterminazione.
Se però un conflitto viene condotto dall’Occidente, lo si condanna “a prescindere”.
Una sorta di riflesso condizionato induce infatti immancabilmente a concludere che l’Occidente ha sempre torto, mentre chi gli si oppone ha sempre ragione.
Specialmente se si tratta dei propri corrispondenti in affari, dediti a gettare gli Italiani nelle foibe.
La logica propria del “Partito della Selvaggina”, applicata meccanicamente a tutte le scelte di politica internazionale, ha portato la “Sinistra” al capolinea.