Aid el Khebir a Imperia: tra spiritualità, tradizione e riflessioni sull’attualità
La prima annotazione sulla Grande Festa “del Sacrificio” – in arabo Aid el Khebir – celebrata con la consueta solennità, e l’altrettanto consueta partecipazione dei Fedeli della Comunità Islamica di Imperia, riguarda il cosiddetto “Imam della Preghiera”.
Il nostro ottimo amico Fatnasi ha svolto questo compito fin dal primissimo mattino, quando ancora l’Anfiteatro della “Galeazza” era completamente vuoto.
L’Uomo ha così dimostrato ancora una volta la propria abnegazione.
Se si fosse trattato di uno spettacolo profano, e non di una celebrazione religiosa, potremmo commentare “Ars Gratia Artis”.
In seguito, però, ci è stata riservata una sorpresa.
Archiviata la formula dei “Tre Tenori”, tanti quanti gli Imam alternatisi al microfono in una precedente circostanza (il che richiamava alla mente i concerti di Pavarotti, Domingo e Carreras), si è escogitata una “staffetta”.
Il cui secondo frazionista è però “scoppiato” dopo un solo “refrain”, per cui Fatnasi ha dovuto riprendere nelle sue mani il microfono.
Il terzo elemento, che ansimava penosamente durante la sua “performance”, era un soggetto adenoideo, con evidenti problemi di respirazione.
“Fuori due”, si dice nel gergo militare.
A questo punto, è subentrato un giovane africano, dalla voce intonata e possente.
Il richiamo alle vicende del Profeta (Che la Pace e la Benedizione siano su di Lui) risultava palese per chi fosse esperto di Storia dell’Islam.
Maometto, accantonata l’idea di richiamare i Credenti alla Preghiera facendo uso delle campane – che i Musulmani associano ai Paesi abitati dai Cristiani – optò per un appello vocale.
Simile a quello che si usa per impartire ordini alle truppe sul campo.
Scegliendo come primo “Muezzin”, per l’appunto, un africano dalla voce particolarmente melodiosa.
Alcuni degli altri “staffettisti” alternatisi al microfono erano degni di nota, altri decisamente “sanza infamia e sanza lodo”, come avrebbe detto Padre Dante.
Uno è perfino inciampato nella memorizzazione della Preghiera.
Tutti quanti, comunque, si sono impegnati al massimo.
Per la soddisfazione di Fatnasi, il quale constata così di avere numerosi possibili eredi.
L’Imam Piccardo non ha preso la parola, apparendo meditabondo e pensieroso.
Il Figlio ha svolto le funzioni di “Maestro delle Cerimonie”, migliorando nettamente rispetto al passato nella sua prestazione.
Sull’influenza acquisita dalle Comunità Islamiche in Italia e nell’intero Occidente, ulteriormente dimostrata in questa circostanza, avremo modo di scrivere domani.
Oggi preme sottolineare quanto detto nella sua “Hutba”, con la consueta passione e competenza, dall’Imam di Genova.
Il quale ha ormai soppiantato definitivamente i confratelli di Cervo e dei Piani.
Se, in simili circostanze, il massimo esponente religioso dell’Islam in Liguria si assenta dal Capoluogo, delegando – come supponiamo – le sue funzioni liturgiche ad altri, ciò significa che quella di Imperia è considerata una Comunità particolarmente importante.
Non solo in quanto Patria d’origine dell’Imam Piccardo.
Il suo Collega genovese ha come sempre salmodiato tutte le citazioni coraniche, dimostrandosi in possesso di buone doti canore.
La voce è infatti particolarmente melodiosa, ed il Religioso risulta anche intonato.
Gli Italiani non posseggono in genere alcuna cultura musicale.
A chi ascolta la Messa, di persona o alla radio, tocca di conseguenza udire di tutto: dai solisti che “steccano” e non “vanno a tempo”, fino ai cori interamente composti – a quanto pare – da elementi completamente stonati.
Si comprende il desiderio di essere utili, e di rendere omaggio a Dio, ma non si potrebbero adibire costoro ad altri compiti?
Quanto al merito del discorso pronunziato dall’Imam, notiamo come egli abbia preso le mosse dal tentativo compiuto dai compaesani di Abramo di bruciarlo vivo su di una pira, non condividendo il suo Monoteismo ed il conseguente rifiuto di adorare i loro Idoli.
Qui ci è parso che l’Oratore intendesse compiere un abile “transfert” dai Pagani con cui dovettero confrontarsi i Credenti nel tempo della Rivelazione agli “infedeli” del momento attuale.
Includendo in questa categoria chiunque non sia Musulmano.
Tale assimilazione – se effettivamente l’Imam intendeva significarla – rivelerebbe un atteggiamento diffidente anche nei nostri riguardi.
La Dottrina Islamica distingue infatti dagli “Idolatri” le cosiddette “Genti del Libro”, cioè quanti credono nello stesso Dio in cui credono i Musulmani.
Quello, per l’appunto, che si era rivelato ad Abramo.
Poiché l’Imam di Genova è uomo molto esperto nella Dottrina, risulta impossibile che sia incorso in un simile errore.
Riteniamo dunque che l’assimilazione tra gli attuali “infedeli” e gli antichi Idolatri contenga un’allusione polemica di indole piuttosto storica.
Riferita verosimilmente al fatto che gli uni praticavano – e gli altri praticano tuttora – la persecuzione nei confronti dei veri Credenti.
Possiamo comunque avere frainteso.
Quanto è assolutamente mancato è comunque ogni riferimento all’elemento unificante tra le Religioni – dette per l’appunto “Abramitiche”, in quanto fanno risalire tutte quante al Patriarca la prima Rivelazione – costituito dal credere nello stesso Dio.
I toni e gli atteggiamenti “ecumenici” – che un tempo andavano di moda, fino al punto di risultare inflazionati e soprattutto impiegati da chi ricercava una popolarità facile e a buon mercato – sono oggi decisamente “out”.
Come direbbero i nostri “speaker” radiofonici, sempre molto attenti allo “zeitgeist” culturale.
Mentre in occasione del “Fitr” era stato omesso ogni riferimento all’attualità, limitandosi a sottolineare gli aspetti spirituali della ricorrenza, oggi tutta quanta la “Hutba” è parsa meditata e finalizzata a saldare il significato religioso della Solennità con l’attualità.
L’Imam, dopo avere ricordato tutte le prove di obbedienza a Dio sostenute da Abramo – dall’accettazione del Martirio nel nome della Fede all’abbandono di Agar e di Ismaele nel Deserto dell’Arabia, culminando nella disponibilità a sacrificare il proprio stesso Figlio (ricordiamo che secondo i Musulmani si trattava di Ismaele, mentre secondo gli Israeliti ed i Cristiani era invece Isacco) – ha detto “apertis verbis” che oggi i Credenti palestinesi si sacrificano deliberatamente a Gaza.
Non per una causa nazionale, bensì nel nome della Fede.
Il che attribuisce alla loro scelta un significato non già politico, per quanto meritorio e condivisibile, quanto piuttosto un significato escatologico.
Essendo in atto una lotta mortale tra il Bene ed il Male, tra Dio e Satana.
In cui il Demonio è impersonato dai nemici dell’Islam.
Su chi rientri in questa categoria, l’Imam è rimasto nel vago.
Il fatto di non nominare specificamente i Sionisti pare indicare che l’Oratore auspichi – o quanto meno consideri inevitabile – l’estensione del novero di costoro fino ad includere chiunque, in qualsiasi modo, affianchi il Nemico.
In termini militari, l’allusione è agli Americani.
Fin dove giunge però la complicità?
L’Imam non si pone tale domanda, e dunque non fornisce alcuna risposta diretta.
Quella indiretta risulta tuttavia chiara: tutti i Credenti devono accettare – sull’esempio di Abramo – i sacrifici che la guerra comporta.
Devono cioè, in qualche modo, prendervi parte.
Il che non significa necessariamente arruolarsi tra i combattenti, ma si è comunque tenuti a fiancheggiarli in ogni modo possibile.
La guerra, essendo un conflitto tra il Bene e il Male, non ammette – dal punto di vista morale, né dal punto di vista della Legge di Dio – alcuna neutralità.
Questo conflitto può inoltre soltanto concludersi con la vittoria di Dio.
Se dunque è necessario accettare il Martirio, è anche assicurata la sua utilità, come è certo il suo Premio.
Rullano dunque, malgrado il clima festoso da “pic nic”, che prelude ai pranzi a base di montone, i tamburi di guerra.
Noi ci accingiamo a scambiare con Fatnasi un piatto del cibo tradizionale con una confezione di pasticche per la gola.