Flotilleros, Israele e Gaza: tra attivismo, storia e diritto internazionale
La Storia – annotava Carlo Marx comparando il colpo di Stato del Diciotto Brumaio, con cui Napoleone il Grande aveva abbattuto il Direttorio, e quello consumato da Napoleone III ai danni della Seconda Repubblica – si ripete: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.
Questa massima ben si confà alle vicende dei nostri “Flotilleros”.
La loro stessa denominazione ispanica evoca le avventure nei Paesi esotici.
Costoro, se avessero studiato le vicende dei due secoli scorsi, si sarebbero rifatti ai volontari italiani e di molti altri Paesi accorsi a difendere la Repubblica Spagnola nel 1936.
I quali pagarono un enorme prezzo di sangue per la causa che avevano generosamente sposato, mentre i superstiti – tra cui Longo, Vidali, Nenni, Pacciardi e Di Vittorio – sarebbero stati in seguito tra i protagonisti della Resistenza e della Repubblica Italiana.
Che invece non videro sorgere i Fratelli Rosselli, uccisi in Francia da sicari fascisti nell’imminenza della Seconda Guerra Mondiale.
I “Garibaldini di Spagna”, di cui è stato redatto l’elenco completo in un libro di recente pubblicazione, che abbiamo recapitato in segno di amicizia alla Rappresentanza in Italia della Generalità di Catalogna (la quale si richiama all’indipendenza conseguita nel tempo della Repubblica), si ispiravano all’esempio di tutti gli eserciti riuniti nel corso della sua esistenza dal nostro “Eroe dei Due Mondi”.
Queste armate furono sempre composte da volontari, molti dei quali stranieri.
Tra i “Mille” figuravano gli ungheresi Türr e Sikory, e Francesco Nullo, luogotenente di Garibaldi in Sicilia, accorse subito dopo l’Unità in soccorso degli insorti della Polonia.
Andando a morire nella deportazione in Siberia.
Tra i Garibaldini – i cui busti si possono ammirare sul Pincio e sul Gianicolo – c’era perfino un finlandese.
Il quale, non potendo combattere l’Impero Russo, aveva scelto di agire contro l’Impero Austriaco.
Tra i Garibaldini del Vascello, che difesero eroicamente ma invano la Repubblica Romana, c’era anche l’israelita Giacomo Venezian, originario di Trieste, destinato come tale a non far parte comunque dello Stato Unitario.
Suo nipote Felice fu in seguito capo degli irredentisti della sua città.
Accorsi anch’essi come volontari nell’Esercito Italiano durante la Grande Guerra.
Il denominatore comune di tutti questi grandi e piccoli personaggi consisteva nella loro adesione alla causa della libertà dei popoli.
Noi non sappiamo se Teodoro Herzl avesse letto Mazzini, ma certamente la sua idea dello Stato nazionale degli Ebrei fu concepita nel clima suscitato dall’Apostolo dell’Unità Italiana.
La Storia avrebbe dato in seguito ragione a entrambi.
Se la Repubblica Italiana sorse nel 1946, lo Stato di Israele venne proclamato due anni dopo.
Ora i “Flotilleros” si schierano con chi lo vuole distruggere.
Per quanto i Palestinesi abbiano diritto a una patria, non potranno costruirla eliminando quella degli altri.
Chissà che cosa penserebbero di costoro Giacomo e Felice Venezian, che combatterono per la causa di un Paese cui sentivano di appartenere per via dei legami culturali e affettivi instaurati nel corso di più di novanta generazioni.
Tante quante ne sono trascorse dal principio della Diaspora.
A parte l’obiettivo, non certo condivisibile, per cui le successive “Flottiglie” hanno salpato le ancore dai porti italiani, non si vede quale aiuto concreto costoro potessero recare alla popolazione di Gaza.
Tutti gli aiuti umanitari canalizzati attraverso il Patriarcato Latino di Gerusalemme, in prevalenza raccolti dalla Chiesa Italiana e destinati non solo alla piccola comunità cristiana, bensì anche ai residenti musulmani, raggiungono i destinatari godendo dello status di corriere diplomatico.
Questo materiale è esonerato, di conseguenza, anche dall’ispezione doganale.
Il costo del trasporto risulterebbe inoltre infinitamente inferiore rispetto a quello che comporta una crociera per centinaia di passeggeri nel Mediterraneo.
L’obiettivo di questa comitiva consisteva dunque esclusivamente nel farsi arrestare.
Tanto meglio se davanti alle telecamere e subendo un trattamento certamente brusco da parte dell’Esercito Israeliano, in particolare del Ministro Ben Gvir.
La Storia – annotava Carlo Marx comparando il colpo di Stato del Diciotto Brumaio, con cui Napoleone il Grande aveva abbattuto il Direttorio, e quello consumato da Napoleone III ai danni della Seconda Repubblica – si ripete: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.
Questa massima ben si confà alle vicende dei nostri “Flotilleros”.
La loro stessa denominazione ispanica evoca le avventure nei Paesi esotici.
Costoro, se avessero studiato le vicende dei due secoli scorsi, si sarebbero rifatti ai volontari italiani e di molti altri Paesi accorsi a difendere la Repubblica Spagnola nel 1936.
I quali pagarono un enorme prezzo di sangue per la causa che avevano generosamente sposato, mentre i superstiti – tra cui Longo, Vidali, Nenni, Pacciardi e Di Vittorio – sarebbero stati in seguito tra i protagonisti della Resistenza e della Repubblica Italiana.
Che invece non videro sorgere i Fratelli Rosselli, uccisi in Francia da sicari fascisti nell’imminenza della Seconda Guerra Mondiale.
I “Garibaldini di Spagna”, di cui è stato redatto l’elenco completo in un libro di recente pubblicazione, che abbiamo recapitato in segno di amicizia alla Rappresentanza in Italia della Generalità di Catalogna (la quale si richiama all’indipendenza conseguita nel tempo della Repubblica), si ispiravano all’esempio di tutti gli eserciti riuniti nel corso della sua esistenza dal nostro “Eroe dei Due Mondi”.
Queste armate furono sempre composte da volontari, molti dei quali stranieri.
Tra i “Mille” figuravano gli ungheresi Turr e Sikory, e Francesco Nullo, luogotenente di Garibaldi in Sicilia, accorse subito dopo l’Unità in soccorso degli insorti della Polonia.
Andando a morire nella deportazione in Siberia.
Tra i Garibaldini – i cui busti si possono ammirare sul Pincio e sul Gianicolo – c’era perfino un finlandese.
Il quale, non potendo combattere l’Impero Russo, aveva scelto di agire contro l’Impero Austriaco.
Tra i Garibaldini del Vascello, che difesero eroicamente ma invano la Repubblica Romana, c’era anche l’israelita Giacomo Venezian, originario di Trieste, destinato come tale a non far parte comunque dello Stato unitario.
Suo nipote Felice fu in seguito capo degli irredentisti della sua città.
Accorsi anch’essi come volontari nell’Esercito Italiano durante la Grande Guerra.
Il denominatore comune di tutti questi grandi e piccoli personaggi consisteva nella loro adesione alla causa della libertà dei popoli.
Noi non sappiamo se Teodoro Herzl avesse letto Mazzini, ma certamente la sua idea dello Stato nazionale degli Ebrei fu concepita nel clima suscitato dall’Apostolo dell’Unità Italiana.
La Storia avrebbe dato in seguito ragione ad entrambi.
Se la Repubblica Italiana sorse nel 1946, lo Stato di Israele venne proclamato due anni dopo.
Ora i “Flotilleros” si schierano con chi lo vuole distruggere.
Per quanto i Palestinesi abbiano diritto a una patria, non potranno costruirla eliminando quella degli altri.
Chissà che cosa penserebbero di costoro Giacomo e Felice Venezian, che combatterono per la causa di un Paese cui sentivano di appartenere per via dei legami culturali e affettivi instaurati nel corso di più di novanta generazioni.
Tante quante ne sono trascorse dal principio della Diaspora.
A parte l’obiettivo, non certo condivisibile, per cui le successive “Flottiglie” hanno salpato le ancore dai porti italiani, non si vede quale aiuto concreto costoro potessero recare alla popolazione di Gaza.
Tutti gli aiuti umanitari canalizzati attraverso il Patriarcato Latino di Gerusalemme, in prevalenza raccolti dalla Chiesa italiana e destinati non solo alla piccola comunità cristiana, bensì anche ai residenti musulmani, raggiungono i destinatari godendo dello status di corriere diplomatico.
Questo materiale è esonerato di conseguenza anche dall’ispezione doganale.
Il costo del trasporto risulterebbe inoltre infinitamente inferiore rispetto a quello che comporta una crociera per centinaia di passeggeri nel Mediterraneo.
L’obiettivo di questa comitiva consisteva dunque esclusivamente nel farsi arrestare.
Tanto meglio se davanti alle telecamere e subendo un trattamento certamente brusco da parte dell’Esercito Israeliano, in particolare del ministro Ben Gvir.
Il quale ha assunto la parte di un barbaro posto a confronto con gli antichi Romani della decadenza.
Costoro, dimenticata da tempo la proverbiale probità dei loro antenati, vivevano nel lusso.
Esattamente come i “Flotilleros”, tutti reclutati nella cosiddetta “Gauche Caviar” dell’Occidente.
Certamente, il “modus operandi” di Ben Gvir non è condivisibile, ma risulta comprensibile per chi conosce i “Sabra”.
Con questo termine si designano gli israeliani nati o comunque cresciuti nel loro nuovo Stato.
I quali assomigliano ai pionieri colonizzatori dell’Ovest americano.
Si tratta cioè di uomini rudi, cresciuti dividendosi tra il duro lavoro nei campi, volto a far fiorire il deserto, e la difesa degli insediamenti che hanno dato vita allo Stato di Israele.
Se dunque il ministro può invocare molte attenuanti, i croceristi da lui maltrattati non ne hanno – a nostro avviso – nessuna.
Anche quando si visita un Paese “en touriste”, è consigliabile portare con sé una guida.
Questi manuali venivano un tempo denominati “Baedeker” e spiegavano non soltanto i monumenti, bensì anche le vicende e il carattere delle popolazioni con cui i visitatori venivano a contatto.
Un testo redatto dal Foreign Office per i viaggiatori britannici avvertiva, per esempio, in questi termini chi si recava “in partibus infidelium”: «Ricordatevi che per i musulmani gli infedeli siete voi».
Ciò vale naturalmente per tutte le genti di altra religione.
Gli israeliti, anche quando non attribuiscono un significato messianico alla riconquista della Terra Promessa, considerano il proprio insediamento in essa come il momento più alto del riscatto della loro identità nazionale.
Risulta dunque logico che non gradiscano che questo loro diritto venga negato in via di principio.
Ciò malgrado, l’intera politica nazionale è insorta come un sol uomo nel deprecare quanto avvenuto.
Non ci addentreremo, in questa sede, in una valutazione dell’accaduto in punta di diritto internazionale, limitandoci a ricordare che i “Flotilleros” sono intervenuti in una guerra, schierandosi con uno dei belligeranti.
A parte il fatto che le guerre navali sono sempre state logicamente combattute nelle acque internazionali, ci limitiamo a ricordare la massima per cui “À la guerre comme à la guerre”.
Se si vuole sinceramente la pace, ci si deve astenere dall’intervenire nelle ostilità.
Se lo si fa nel ruolo della Croce Rossa, si agisce secondo le regole stabilite a questo riguardo dal diritto internazionale.
Tutti gli ospedali pediatrici d’Italia hanno per esempio curato i bambini palestinesi, ed anche i combattenti feriti.
Se poi si vuole propiziare la cessazione della guerra, non mancano le iniziative volte alla mediazione e alla conciliazione.
I “Flotilleros” ritengono invece che la ragione sia solo da una parte e hanno scelto di conseguenza di agire quali alleati di Hamas per distruggere lo Stato di Israele.
Il quale ha il diritto di difendersi, stabilendo quali mezzi impiegare per questo scopo.
La Comunità Internazionale non dispone purtroppo di un tribunale che possa stabilire fino a dove arrivi la legittima difesa e dove inizi il suo eccesso.
Questa decisione è dunque rimessa alla discrezione dei combattenti.
Il dilettantismo esibito dai “Flotilleros”, i quali dimostrano di ignorare la storia delle popolazioni e dei luoghi dove intendono operare, né hanno alcuna preparazione professionale da mettere al servizio di chi si trova coinvolto in una guerra, ci ricorda quanto abbiamo vissuto per ben sedici anni nel Paese di adozione.
L’aneddotica che potremmo ricordare al riguardo è sterminata, ma in questa sede ci limitiamo alle conclusioni di quanto abbiamo illustrato già infinite volte.
Con piena cognizione di causa.
Il Partito Comunista Italiano, che decideva in ultima istanza chi inviare nel Nicaragua in qualità di cooperante – anche noi, pur non appartenendo a questa forza politica, dovemmo seguire questa trafila – non si curava minimamente di selezionare i candidati in base alla loro rispettiva serietà e competenza.
Con l’unica eccezione rappresentata dalla nostra amica Maria Croce.
La quale, prima di autorizzare il nostro trasferimento, valutò attentamente per un anno intero la nostra attitudine al compito cui ci accingevamo.
Ricordiamo che ci fece mangiare male di proposito per accertarsi che non fossimo schizzinosi.
I “cooperanti” venivano però scelti regolarmente in base ai criteri richiesti dai sandinisti.
Non contava essere preparati: bisognava essere degli “utili idioti”.
I dirigenti del Paese di adozione gradivano cioè delle persone cui offrire piacevoli soggiorni turistici, in cambio della propaganda che avrebbero fatto in loro favore una volta tornati nei luoghi di origine.
Se poi capitava qualcuno intenzionato a lavorare seriamente, gli si faceva capire che non era gradito.
Pur essendo in linea di massima favorevole al Governo, costui avrebbe comunque finito per scoprire, nel campo di sua competenza, quanto si voleva accuratamente nascondere.
Nel nostro caso specifico, notammo che non si intendeva munire il Paese né di un apparato normativo nel campo del diritto pubblico, né di un’amministrazione preparata ed efficiente.
I funzionari, naturalmente, si sforzavano di studiare per adempiere al loro compito, in quanto non mancavano tra loro persone oneste e disinteressate.
Questo sforzo era però malvisto dalle autorità.
E tale ostilità finì per coinvolgere la nostra pur modesta persona.
Qualcuno, dopo averci valutato, pensò dunque di impiegarci per favorire un’operazione di spionaggio diretta contro il Paese di origine.
Avendo naturalmente rifiutato, l’ostilità che ci circondava crebbe.
Fino a giungere all’insulto.
Gli emissari del Partito Comunista si schierarono con chi pretendeva da noi quanto la nostra coscienza civica ci vietava.
In questa sede vorremmo soffermarci però sul comportamento delle autorità diplomatiche italiane.
In particolare, su quello dell’Ambasciatore Luigi Mercolini.
Il quale era iscritto al Partito Socialista Democratico di Saragat e quindi, teoricamente, anticomunista, ma ugualmente rifiutò di tutelarci.
Benché fosse stato testimone diretto della situazione in cui ci trovavamo.
Il nostro massimo rappresentante diplomatico assistette infatti al pubblico rimprovero rivolto a noi dal fiduciario del Partito Comunista.
Il quale ci deplorava per non esserci prestati a quanto richiesto dalle autorità locali.
Il ministro Ben Gvir ha certamente violato le norme del diritto internazionale, ed anche quelle interne del suo Paese.
Costui non ha però messo in alcun modo in pericolo la sicurezza dello Stato italiano.
Le autorità del Nicaragua erano invece incorse in tale atto ostile.
Possiamo capire che si volesse evitare un incidente diplomatico.
Quale noi, in sedici anni, non abbiamo assolutamente mai causato.
Meritando anche per questo l’apprezzamento del Ministero degli Esteri e della nostra rappresentanza diplomatica.
In occasione dell’apertura del corso impartito presso l’Università Cattolica di Managua, ci venne dunque concesso il privilegio detto “della Bandiera”, potendo esibire quella messa a disposizione dall’Ambasciata.
La Prima Segretaria ci ammonì tuttavia che avremmo dovuto riparare il danno di tasca nostra qualora il labaro non fosse stato restituito.
Questa distinzione viene comunque concessa raramente.
Avremmo però preferito che si dimostrasse maggior cura per la nostra sicurezza nazionale.
Che non viene insidiata in alcun modo dallo Stato di Israele.
Bensì da Hamas, come dimostra la vicenda di Hanoun.
Il quale è un esponente dei “Fratelli Musulmani”, dei quali Hamas costituisce la sezione palestinese.
Ed è notorio che le “Flottiglie” sono patrocinate precisamente dalla consorteria dei Fratelli Musulmani.
Il nostro Governo protesta però soltanto contro quello di Israele.
Ci pare dunque che si stiano usando due pesi e due misure.