Antonio Socci Il Segreto di Benedetto XVI Perché è ancora Papa Rizzoli Editore, 2018 222 pagine 17 euro

L’ambiente del Tradizionalismo Cattolico ritorna a diffondere questo volume, che avevamo già recensito a suo tempo. Evidentemente, lo si ritiene ritornato di attualità con l’elezione del nuovo Papa, il quale dovrebbe – seguendo la logica di chi promuove il libro di Socci – essere altrettanto illegittimo quanto Bergoglio. Prevost è stato infatti eletto da un Collegio dei Cardinali in parte nominato da Francesco, e dunque composto da soggetti che vestono la Porpora abusivamente. È giusta, dunque, l’interpretazione della cosiddetta “Profezia di Malachia”, secondo la quale al Pontificato di Ratzinger, definito “De Gloria Olivae”, non ne sarebbe seguito un altro, bensì un periodo di torbidi caratterizzato da un Potere Ecclesiastico per l’appunto illegittimo. “In extrema persecutione Sanctae Romanae Ecclesiae regnabit Petrus Secundus, vel Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus, quibus transactis Civitas Septicollis diruetur et Judex tremendus judicabit populum suum”. Questa fase, secondo l’Autore, sarebbe per l’appunto iniziata nel momento in cui qualcuno impose a Benedetto XVI di dare le dimissioni. Per dichiarare nullo tale atto, sarebbe stato tuttavia necessario fornire le prove di una Violenza Morale, di una “Vis Compulsiva”, come quella descritta – per l’appunto quale causa di invalidità – nel caso del Matrimonio. Socci, però, si limita a denunziare il “cui prodest” della Rinunzia, imputandola all’insieme, peraltro molto variegato, del Cattolicesimo “Progressista”, senza però fornire neanche un indizio in merito a come si sarebbe riusciti a estorcere al Papa le Dimissioni. Se si adotta, per l’appunto, il criterio del “cui prodest”, si trovano inesorabilmente i colpevoli di ogni Delitto, anche di quelli che in realtà non sono stati consumati. Per cui si giunge ad affermare – come è avvenuto in molti casi – che una certa persona sia stata uccisa, mentre le cause del decesso sono naturali. Oppure si sostiene – come nella fattispecie in esame – che il compimento di un Atto Giuridico sia conseguenza di una coartazione. Chiarito dunque che Socci non ne fornisce, nel caso in oggetto, nessuna prova, c’è un altro punto debole nelle argomentazioni dell’invasato di Siena, il quale sostiene che comunque Ratzinger avrebbe rinunziato al cosiddetto “Officium”, ma non al “Munus”. Il Papa avrebbe, in sostanza, cessato di occupare formalmente la sua carica, mantenendo però il relativo potere. In particolare, in materia dottrinale. Se così fosse, tutto quanto il Magistero esercitato da Bergoglio non avrebbe alcun valore giuridico. In realtà, nella prassi giuridica si può dare – e talvolta si è dato – il caso contrario, vale a dire il mantenimento di quella che in Diritto Pubblico si definisce come la “Incorporazione” di una persona fisica nell’organo, cessando però dall’esercizio delle relative competenze. Quando i Vescovi preposti alle Diocesi venivano nominati a vita, succedeva a volte che divenissero impediti fisicamente o mentalmente. In tal caso, essi mantenevano il loro titolo, ma le funzioni venivano esercitate da un Amministratore Apostolico detto “Sede Plena”. Lo stesso avveniva quando l’impedimento era determinato da circostanze esterne, come la privazione della libertà personale subita dall’Ordinario. Un altro caso fu l’assegnazione al Principe Ereditario della “Luogotenenza” del Regno d’Italia. Vittorio Emanuele III rimase Re, ma le sue competenze furono trasferite al Principe Umberto. Che senso avrebbe avuto – tanto nel caso di una rinunzia spontanea del Papa quanto nel caso di una rinunzia imposta da qualche altro soggetto – mantenere Benedetto XVI nel pieno delle sue funzioni, attribuendo al nuovo Pontefice soltanto le prerogative formali? Il Diritto Canonico contempla, per giunta, un solo Istituto della Rinunzia, che comprende tanto la cessazione da ogni competenza quanto la dismissione delle prerogative formali. Né Benedetto XVI, nel documento da lui redatto e firmato, ha fatto alcun cenno a tale distinzione. Quanto poi al titolo di “Papa Emerito”, esso venne attribuito a Ratzinger dal Successore, ma non comporta alcun potere effettivo, analogamente a quanto avviene per i Vescovi Emeriti, i quali certamente rimangono Vescovi e dunque permangono nella pienezza del Sacerdozio. Un Vescovo Emerito può dunque impartire la Cresima – attualmente, peraltro, può esserne delegato anche un Presbitero – ma cessa precisamente di esercitare il Governo della Diocesi. Il Papa Emerito, a sua volta, cessa di governare la Chiesa Universale. Di conseguenza, spetta al Successore stabilire il suo Magistero. Per quale ragione Socci – senza peraltro addurre argomenti giuridici validi – afferma che Benedetto XVI avrebbe continuato fino alla morte a essere il titolare del Magistero? Per un motivo molto semplice: l’Autore non condivide quello stabilito da Bergoglio. Di qui il tentativo di inficiarlo. È da considerare, viceversa, valido quello elaborato da Prevost? Socci parla del Magistero, ma si presume che, secondo lui, risultino analogamente illegittimi tutti gli atti con cui si esercita il Governo della Chiesa, cioè – tra l’altro – le nomine dei Vescovi e dei Cardinali. Se però le Persone riunite in Conclave non sono Cardinali, quello che costoro eleggono non è il Papa legittimo, bensì un Antipapa. Paradossalmente, Bergoglio non sarebbe stato tale, essendo stato il vero Pontefice, sia pure munito di poteri ridotti rispetto a tutti i suoi Predecessori. Prevost è invece – se si applica il criterio stabilito da Socci – solo un Vescovo, essendo stato nominato in tale carica da Benedetto XVI, cioè dal Papa Legittimo. La creazione a Cardinale da parte di Bergoglio risulterebbe invece invalida. È vero che il Conclave può eleggere come Papa ogni fedele Cattolico adulto di sesso maschile – non è richiesto nemmeno, quale requisito, l’essere Sacerdote – ma Socci mette in discussione la titolarità dell’Elettorato Attivo, esercitato, l’anno scorso, da sedicenti Cardinali. Ecco perché il libro viene rilanciato dai Tradizionalisti proprio in questo momento. Si è atteso dapprima di vedere che cosa il Papa – o sedicente tale – avrebbe scritto nelle sue Encicliche e, in base alla valutazione del loro contenuto, si sarebbe accettato o respinto il suo Magistero. Prevost ha rivalutato addirittura – almeno in parte – il Pensiero di Marx. È vero che il Pontefice ha voluto chiamarsi come il Predecessore che redasse la “Rerum Novarum”. Mentre però Pecci riteneva illecito lo sciopero, anche se pochi anni dopo il futuro Papa Roncalli ne avrebbe sostenuto uno, indetto dalle Lavoratrici Tessili della Bergamasca, Prevost fa propria la teoria dell’alienazione del Lavoro nel sistema produttivo capitalista e anche quella del Plusvalore. Ciò significa che abbiamo un Papa marxista? Niente affatto; vuol dire, però, che il Professor Prevost, facendo parte a pieno titolo e con pieno merito della comunità Scientifica Internazionale, impiega delle categorie elaborate dal Pensatore di Treviri che ormai vengono usate comunemente nella nostra “Koiné” Accademica. Il Papa va però al di là di questo. Essendo ben consapevole del pericolo che corre l’Occidente, e che consiste nel vedere travolte la sua comune Cultura e la sua identità da altri soggetti diversamente ispirati, intende attribuire alla Chiesa il compito di salvare il salvabile del nostro patrimonio ideale, compresi certi contributi presi dall’Opera di Marx. Non aveva, d’altronde, fatto lo stesso il Concilio con alcuni portati del Pensiero Illuminista e Liberale, in particolare la Libertà di Espressione, di Pensiero e di Coscienza? Il Sillabo affermava l’esatto contrario, ma, secondo i Padri Conciliari e secondo il Papa di allora, cioè il Cattolico Liberale Montini, era tempo di superarlo. Così, secondo Prevost, è tempo di superare la condanna dello Sciopero, che è un Diritto riconosciuto dal Magistero della Chiesa. I Tradizionalisti percepiscono anch’essi il pericolo in cui si trova l’Occidente Giudaico-Cristiano, ma traggono da questa situazione una conclusione opposta. La Chiesa non deve ispirarsi alle Abbazie Benedettine, in cui si conservò la Cultura Pagana, bensì all’Arca di Noè, dove il Patriarca mise in salvo soltanto sé stesso e gli stretti Familiari. “Pereat mundus, fiat Veritas”: ci pare che si dica così. In questo modo, però, non ragionano nemmeno i Reazionari, i quali accettano pur sempre di prendere in considerazione le opinioni diverse, sia pure per condannarle. Così ragionano gli Oscurantisti, i quali tendono a censurare lo stesso Magistero della Chiesa, che Prevost sta sviluppando in linea con il Pensiero Cattolico Liberale.

Mario Castellano