La locandina di un giornale munito di cronaca locale, che normalmente spara annunci mirabolanti di nuove «opere del regime», titola oggi testualmente: «Scajola: ho denunciato Bracco per diffamazione».
L’Ufficio legale del Comune di Imperia dovrebbe spiegare al «primo cittadino» quale sia la differenza che intercorre tra la denuncia e la querela.
La prima è la *notitia criminis*, trasmessa alla magistratura inquirente da un *quivis de populo* e riguardante l’asserita commissione di un reato perseguibile d’ufficio.
In tal caso, si consiglia a chi la presenta di limitarsi a esporre i fatti di cui è a conoscenza.
Il denunciante deve astenersi dall’affermare che l’eventuale denunciato sia incorso in un reato.
Qualora, infatti, la magistratura inquirente non ritenga fondata la denuncia e decida dunque di non procedere, oppure qualora la magistratura giudicante assolva il denunciato, chi ha presentato la denuncia rischia di essere, a sua volta, imputato per calunnia.
La querela viene invece definita dalla dottrina come la rimozione di una condizione ostativa alla promozione del procedimento penale, che, in questi casi, non può essere iniziato d’ufficio.
Bracco — *si vera sunt exposita* — avrebbe commesso il reato di diffamazione, che è per l’appunto perseguibile soltanto a querela di parte.
La denuncia risulta dunque inefficace ai fini dell’eventuale promozione di un procedimento penale.
A tale scopo occorre, viceversa, presentare una querela, facendo naturalmente attenzione alla scadenza dei termini.
Se Bracco, ad avviso del suo acerrimo rivale, è incorso nella diffamazione un anno fa, la Procura può soltanto archiviare l’eventuale querela, che però, a detta dello stesso Scajola, non risulta neppure presentata.
Il «sindaco-presidente» ha dunque perso tempo, e lo ha fatto perdere anche al personale della Procura, per intraprendere una cosiddetta «iniziativa di agitazione», non destinata a produrre alcun effetto giuridico.
Il gesto dimostra, anzi, che il «Bassotto» è insofferente alle critiche, che possono naturalmente risultare infondate.
Ciò, però, non dà necessariamente luogo a una diffamazione.
L’eventuale mancanza di fondamento delle critiche rivolte all’Amministrazione costituisce comunque una ragione in più per rispondere all’opposizione nella sede competente, che è l’assemblea elettiva.
Se uno dei due contendenti ricorre alle «iniziative di agitazione», l’altro fa lo stesso, come quando si fa portare di peso fuori dal Consiglio comunale, offrendo ai vigili urbani una delle rare occasioni in cui costoro giustificano, con un immane sforzo fisico, la corresponsione dello stipendio.
In questo caso, l’errore *in procedendo* era stato commesso dal presidente, il quale può procedere all’espulsione di chi disturba la seduta solo dopo averla sospesa, facendo poi seguire una denuncia per «turbativa di funzione pubblica».
Non capiamo perché Scajola, così sensibile agli attacchi di Bracco, non ci abbia mai degnato neppure di una smentita.
Probabilmente tale distrazione si deve al fatto che le critiche gli vengono tenute nascoste dai suoi cortigiani proprio perché risultano fondate.
Gli adulatori sono le stesse persone che non spiegano al «sindaco-presidente» la differenza tra la denuncia e la querela, temendo di mettere in risalto la sua ignoranza.
Fin qui quanto c’era da dire sul «Bassotto».
Quanto all’Ispettore, forse ignora perfino l’esistenza del «Partito trasversale».
In tal caso, oltre a dimostrarsi completamente digiuno della storia di Imperia, prova di non essere preparato né a fare il sindaco né a fare il capo dell’opposizione.
Il «Partito trasversale» è composto pariteticamente da rappresentanti della maggioranza e dell’opposizione, i quali concordano segretamente tra loro la gestione dell’ente pubblico secondo i propri interessi personali, fingendo però di mantenersi fedeli ai rispettivi ruoli.
Ciò comporta, in primo luogo, l’adesione alle ideologie ufficiali.
I componenti del «Partito della selvaggina» erano, da una parte, democristiani dediti all’anticomunismo più viscerale e, dall’altra, staliniani irriducibili, i quali non perdevano mai l’occasione per accusare i nemici interni di «deviazionismo».
Un’altra caratteristica del vecchio «Partito trasversale» consisteva nel fatto che i suoi componenti democristiani appartenevano tutti alla stessa corrente.
I loro soci comunisti risparmiavano loro ogni critica, attaccando viceversa quei democristiani che si contrapponevano ai «trasversali» nelle beghe interne.
Questo criterio era stato addirittura consacrato in una circolare diramata dalla segreteria della Federazione.
Se dunque il vecchio Partito Comunista operava di fatto come una corrente esterna della Democrazia Cristiana, il Partito Democratico non può fare altrettanto, a causa del monolitismo della parte politica guidata dal «sindaco-presidente», il quale mette sull’attenti anche i componenti dei partiti alleati.
Ai «trasversali» non rimane dunque che rendere pubbliche le proprie scelte.
Quando i loro predecessori attaccavano un settore della Democrazia Cristiana, potevano ancora fingere di essere all’opposizione.
Se invece Bracco sa che il Partito trasversale esiste, fa finta di non vederlo.
Ci domandiamo, infatti, quale sia il motivo di alcune sue omissioni.
Quando il segretario comunale dei Democratici invita pubblicamente a votare per Scajola, il candidato a sindaco non ha bisogno di denunciare il responsabile dinanzi agli organi disciplinari, ma deve dichiararlo già virtualmente fuori dal partito.
Lo stesso si deve fare quando il segretario provinciale aderisce a un’amministrazione comunale retta dalla destra.
Diversi, ma altrettanto gravi, sono i casi di Risso e dei «Granatini», che coinvolgono il Nipote della Nonna.
Nella prima di queste situazioni, un iscritto al partito assume un incarico attribuito dall’Amministrazione comunale, rispetto alla quale i Democratici si collocano all’opposizione.
Un’opposizione, per giunta, tanto radicale e irriducibile che Bracco ritiene di esercitarla violando le norme regolatrici dell’attività delle assemblee elettive.
Può essere, tuttavia, che la gestione della casa di riposo venga condotta secondo criteri condivisi e concordati tra la maggioranza e l’opposizione.
In questo caso, occorre però che tali criteri risultino da un confronto o da un negoziato di cui si deve mettere al corrente la cittadinanza.
Questo confronto deve essere comunque autorizzato dagli organi dirigenti del partito e condotto da chi ne sia stato incaricato.
I rappresentanti del partito devono inoltre attenersi a quanto tali organi abbiano stabilito.
Non risulta che sia avvenuto nulla di tutto ciò.
Vediamo comunque a quali criteri si conforma l’attività amministrativa svolta dal compagno Risso.
Seguendo l’esempio offerto dalla gestione della casa di riposo di Diano Marina, l’Amministrazione comunale ha scelto di privatizzare i beni con i quali la struttura veniva, fino a oggi, sostenuta.
Venendo meno i relativi proventi, l’unico modo possibile per proseguire l’assistenza consiste nella privatizzazione, escludendo in prospettiva dall’accesso alla casa di riposo i meno abbienti.
Questo criterio risulta conforme all’orientamento del Partito Democratico?
A livello nazionale, ci risulta che questa forza politica si opponga alla privatizzazione dei servizi pubblici, che costituisce invece l’orientamento perseguito dalla destra.
Veniamo ora ai «Granatini».
Nessuno discute il diritto della Nonna del Nipote di stipulare tutti i contratti di compravendita che vuole.
Il Nipote rappresenta però l’opposizione.
Può essere che, anche in questo caso, l’edificazione di un’area — tanto nella parte trasferita alla proprietà del Comune quanto in quella rimasta di pertinenza della Nonna — venga ritenuta conforme ai criteri espressi in materia urbanistica dal Partito Democratico.
Questa valutazione deve però risultare da un dibattito tra gli iscritti e da un voto espresso dalla base.
Meglio se in sede di assemblea degli iscritti, ma quanto meno in sede di direzione comunale, che non è stata informata né prima né dopo la stipula del contratto.
A questo punto, si dovrebbe chiedere conto al Nipote della Nonna del suo atteggiamento nei confronti del partito, revocandogli la rappresentanza qualora si rilevi un’incompatibilità.
Nessuno — lo ripetiamo — mette in discussione i suoi diritti *uti civis*.
Ciò che si deve valutare è la conformità tra i comportamenti privati e la linea del partito, al quale questo soggetto non appartiene in qualità di semplice iscritto, bensì ricoprendo incarichi dirigenziali.
L’Ispettore Bracco, in conclusione, o non conosce l’esistenza del Partito trasversale, oppure ritiene compatibile quanto esso decide con l’orientamento proprio dei Democratici.
Noi siamo del parere esattamente opposto.
Riteniamo, pertanto, che prima si debba fare pulizia in casa propria e che, solo dopo, si avrà titolo per esigere un’eguale…
Mario Castellano