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Il testo prende spunto dalla necrologia di Renata Carli per denunciare il comportamento freddo e distaccato del Sindaco durante le esequie e per evidenziare le contraddizioni interne al ceto imprenditoriale imperiese. Si sottolinea la tensione tra libertà economica e controllo politico, il ruolo di resistenza affidato agli imprenditori locali e il rischio di compromessi forzati con il potere. In parallelo, viene richiamata la crisi europea legata alla guerra in Ucraina, vista come simbolo dell’impotenza del continente e della fragilità della libertà di intrapresa, da difendere come ultimo baluardo di identità civile.

Rispondiamo alle reazioni provocate dalla nostra necrologia della compianta Signora Renata Carli, incentrate su una asserita eccessiva “vis polemica” nei riguardi del Sindaco. Lo facciamo rilevando un dettaglio non insignificante della cerimonia religiosa cele…

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Il nuovo presidente della Confindustria ha esordito nell’incarico denunciando che l’attuale governo si caratterizza per il suo “pregiudizio anti industriale”.

Si potrebbe sostituire il termine “governo” con la parola “stato”. Quanto all’avversione nei confronti dell’industria ci pare invece che il presidente Bonomi abbia colto nel segno. Scrive infatti con ragione Stefano Folli: “nella maggioranza che sostiene Conte…

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La “Giornata Mondiale della Gioventù” si è conclusa offrendo un’ulteriore dimostrazione dell’influenza della Chiesa. Che non si manifesta, peraltro, solamente con la capacità di riunire centinaia di migliaia di persone intorno al Papa, potendo contare anche sull’espressione di una propria cultura, nonché sul prestigio di tanti vescovi e sacerdoti. Per non parlare del fatto che la Santa Sede dispone – a differenza di altre confessioni religiose – di una propria diplomazia, essendo munita di personalità giuridica di diritto internazionale. Ciò le consente di disporre di informazioni di prima mano sulla realtà di tanti Paesi. Rimane tuttavia un problema: come impiegare tutta questa forza e tutta questa influenza. Qui le possibilità variano a seconda delle situazioni. L’anteriore Pontefice aveva costituito, in seno al Sacro Collegio dei Cardinali, un’apparente amplissima maggioranza composta da “terzomondisti”. Al momento di scegliere il nuovo Papa, la gran parte di questi porporati ha dovuto però tenere conto della propria situazione economica. Che si può riassumere brutalmente in questi termini: praticamente tutte le Chiese extraeuropee dipendono dall’Occidente. L’aiuto di cui esse hanno necessità per proseguire non soltanto la propria azione di assistenza, ma anche la normale vita religiosa, proviene infatti dall’Europa e dall’America settentrionale. Lo prova il fatto che le spese necessarie per la riuscita del grande raduno di Tor Vergata sono state sostenute dal governo italiano. La Meloni non ha perso l’occasione per far valere tale contributo. Invece di congratularsi con il Papa per il consenso di cui Prevost ha indubbiamente manifestato di godere, la Presidente del Consiglio si è compiaciuta per il perfetto funzionamento di una gigantesca ed efficiente macchina organizzativa predisposta e gestita dalle autorità dello Stato. Gli svenimenti a catena hanno messo in luce i suoi aspetti sanitari, evitando che un collasso facesse schiattare qualche partecipante. Si ripete – sia pure “mutatis mutandis” – la situazione successiva al 1929. Anche allora venne celebrato un Giubileo, quello della “Redenzione” del 1933. In tale circostanza, il Tribunale Speciale erogò l’unica condanna a carico di oppositori cattolici del regime. Piero Malvestiti – futuro dirigente della Democrazia Cristiana – ed alcuni suoi compagni, componenti il cosiddetto “Movimento Neoguelfo”, vennero processati per avere distribuito ai pellegrini dei volantini critici nei confronti di Mussolini. La denominazione di questo sparuto gruppo di animosi, facendo riferimento per l’appunto ai Guelfi, rivelava che la Chiesa – ridottasi a costituire uno dei tanti movimenti di massa creati per promuovere e incanalare il consenso – vedeva affermarsi precisamente l’ideale dei Ghibellini, i quali volevano il potere spirituale subordinato a quello dello Stato. Non è un caso che sia stata pubblicata, in contemporanea con l’evento di Tor Vergata, un’intervista del cardinale Ruini, il quale invita bruscamente i figli di Berlusconi – in realtà solo Pier Silvio manifesta delle velleità politiche, mentre Marina si occupa più sagacemente delle aziende di famiglia – a “non disturbare il manovratore”, cioè la Meloni, di cui il cardinale rileva che non è cattolica. Mussolini, da parte sua, non rinnegò mai il proprio ateismo, mentre la Signora della Garbatella è neopagana. Come Tolkien, cui deve la propria formazione ideologica. Ruini rileva però che la Meloni ha delegato la propria azione politica, nel campo dei rapporti con la Chiesa, a Mantovano, il quale è viceversa un cattolico praticante, che ha avuto in precedenza occasione di collaborare direttamente con la Santa Sede. I giovani venuti a Roma dal “Terzo Mondo” scontano la stessa situazione in cui si trovano i loro pastori, che in alcuni casi – soprattutto in ambito islamico, ma non solo – è di aperta persecuzione. Per cui le comunità cristiane devono non soltanto fare appello alla generosità dell’Occidente per sopperire alle proprie necessità materiali, ma anche per richiedere un minimo di protezione. Che a volte, però, viene inopinatamente lesinata. Mentre i cardinali Pizzaballa e Parolin si indignano per la morte di tre correligionari, bombardati nella chiesa di Gaza da Israele, non fiattano quando quaranta credenti del Congo vengono sterminati – in questo caso deliberatamente – dai musulmani “estremisti”. Non si vede, peraltro, nessuna mobilitazione in favore di chi sconta la colpa ontologica di essere cristiano. L’Occidente laico odia se stesso e ritiene che le colpe del colonialismo debbano essere pagate non già dai discendenti di chi ne trasse beneficio, bensì da chi è stato abbandonato “in partibus infidelium”, che dunque sopravvive solamente quando è in grado di difendersi da sé. Come fa Israele. Anche se ciò dispiace ad alcuni cardinali e anche a molti laici. Non si ripete quel moto di solidarietà che accompagnò l’azione di Giovanni Paolo II volta a liberare l’Europa orientale dal comunismo. Anche se va rilevato come “Comunione e Liberazione” sfruttasse in realtà la situazione della Polonia in funzione del proprio ruolo nella politica interna italiana. Le alte sfere ecclesiastiche sapevano benissimo che la caduta del comunismo avrebbe determinato anche la fine della Democrazia Cristiana. Esse dunque predisponevano nuovi strumenti per esercitare la propria influenza sulla vita pubblica italiana. Il movimento di Formigoni, costituendosi come una sorta di “Chiesa nella Chiesa”, ma anche di “partito nel partito”, si preparava a confluire nei nuovi soggetti politici destinati a rappresentare la destra. Per giunta, persone come Ruini non nascondevano la propria diffidenza nei confronti del partito fondato da De Gasperi, di cui denunciavano continuamente le “contaminazioni moderniste”. La sua soppressione non venne dunque considerata come un fatto positivo in quanto eliminava un focolaio di corruzione, bensì perché toglieva di mezzo uno strumento usato dalle correnti cattoliche liberali per esprimersi, sia pure in posizione minoritaria. Si ripeté dunque quanto era successo per il Partito Popolare, la cui componente di destra confluì nel “Listone” fin dal 1924. La parte antifascista fu messa invece a tacere, in vista della “Conciliazione”. Mussolini avrebbe potuto commentare – parafrasando Enrico IV – che “Roma vale bene una messa”. Se i cattolici del Terzo Mondo sono abbandonati a se stessi, vedendosi offrire tutt’al più qualche buona parola, ovvero un posto di lavoro come “vigilantes” in Vaticano, quale sorte attende quelli dell’Occidente? La difesa della sua identità è affidata ai soggetti politici secolari, i quali incassano – e naturalmente gradiscono – l’appoggio di una parte rilevante della gerarchia. L’essere però priva di un proprio “braccio secolare” pone inevitabilmente la Chiesa in una condizione di dipendenza da chi si erge a difensore dell’identità cristiana, laddove essa può ancora contare – se non su un sostegno diretto delle masse, precluso dalla cosiddetta “secolarizzazione” – quanto meno sull’appoggio dei governi. Non importa dunque se essi sono guidati da “Atei Devoti”, ovvero da neopagani. L’importante è che questo connubio tuteli l’interesse immediato di entrambe le parti. Quando Berlusconi bestemmiò pubblicamente in diretta televisiva, un monsignore disse che la sua espressione doveva essere “contestualizzata”. Quanto alla “sinistra”, ben le si attaglia il motto “Qui gladio perit gladio ferit”. Monsignor Castellano sostenne attivamente l’elezione di sua nipote, ottenendo in cambio la remissione dei propri debiti da parte del Monte dei Paschi. Ora monsignor Ruini rileva che la Meloni non è cristiana, ma la Presidente del Consiglio si accinge a introdurre un emendamento alla Costituzione che – come abbiamo già rilevato – riconosce alla Santa Sede un “droit de regard” su Roma, oltre, naturalmente, a sostenere le spese del Giubileo. Il vecchio Ruini è dunque pronto a scendere nuovamente in campo in suo favore, le campagne elettorali essendo la specialità del quasi centenario prelato di Carpi, di cui ricordiamo la plateale rottura dell’amicizia con Romano Prodi e con la sua compianta consorte, rei entrambi di essersi opposti a Berlusconi. A Sua Santità vorremmo ricordare come la nostra sia un’identità molto complessa, in cui entra tanto De Maistre quanto Gioberti, Rosmini e Manzoni; confluisce tanto il Sillabo come il cattolicesimo sociale. L’Europa carolingia compone anche quell’area della teologia “renana” che si espresse nel Concilio. Bergoglio diceva di considerare “I promessi sposi” come uno dei propri testi preferiti. Non a caso, l’anteriore Pontefice riabilitò pienamente noi cattolici liberali, che ora si accingono a una nuova “traversata del deserto”. Nella prospettiva di una guerra, è logico che la Chiesa si ripieghi a difesa di se stessa, ma essa dovrebbe – a nostro modesto avviso – pensare, come sempre, non soltanto al domani, bensì anche al dopodomani.

…”, si preparava a confluire nei nuovi soggetti politici destinati a rappresentare la destra. Per giunta, persone come Ruini non nascondevano la propria diffidenza nei confronti del partito fondato da De Gasperi, di cui denunciavano continuamente le “contaminaz…

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Per comprendere le caratteristiche assunte da qualche anno a questa parte dallo svolgimento delle “Ghjurnate Internaziunali” di Corte, che sembrano fortemente accentuarsi nella imminente edizione del 2025, occorre riepilogare brevemente le ultime vicende del Movimento Autonomista ed Indipendentista della Corsica, nell’ambito del quale si è determinata una frattura. Da una parte sono schierati tutti i raggruppamenti tradizionali, che compongono la Maggioranza nell’Assemblea Regionale e sostengono l’attuale Governo dell’Isola. Dall’altra parte si colloca un nuovo soggetto politico, denominato “Corsica Nazione”: essendo di recente costituzione, e non avendo dunque partecipato alle ultime elezioni, conta su di una sola rappresentante nell’Assemblea di Ajaccio, distaccatasi da una delle formazioni già esistenti, la quale si è distinta per il suo atteggiamento particolarmente battagliero e polemico. L’oggetto del contendere è costituito dal nuovo accordo stipulato tra la Regione e le Autorità Nazionali della Francia. Tale patto ha già superato l’esame del Consiglio di Stato, che verteva sulla sua legittimità, e deve ora passare al vaglio dell’Assemblea Nazionale di Parigi, la quale deve approvarlo con una maggioranza di almeno i tre quinti dei propri componenti. I Corsi potranno infine accettarlo o respingerlo esprimendosi in un apposito referendum. L’iter ricalca sostanzialmente quello stabilito in Spagna per l’introduzione e l’emendamento degli Statuti di Autonomia. È indubbio che tale condizione risulti rafforzata, venendo ampliata la competenza legislativa e amministrativa attribuita alla Regione. Anche se, la Corsica essendo un Ente Pubblico Territoriale – e non un soggetto componente una Federazione o una Confederazione – viene posto all’esercizio dell’autonomia il limite cosiddetto “verticale”. Esattamente come in Italia, dove le Regioni possono introdurre le proprie norme “nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato”. Il Movimento “Corsica Nazione”, oltre a dissentire dal contenuto dell’accordo – come vedremo più avanti – in base alle mancate attribuzioni di nuove e più ampie competenze, denuncia che quanto recentemente stipulato procrastina “sine die” l’auspicato esercizio dell’autodeterminazione. Peraltro, anche gli altri Movimenti considerano l’autodeterminazione come il punto di arrivo della loro azione politica. La sua realizzazione dipende però da due condizioni, su cui attualmente nessuno può influire. Una di esse è costituita dal ridisegno complessivo di tutti gli attuali confini dell’Europa Occidentale, che porti a superare e a riaggregare gli Stati nazionali esistenti. Ciò avverrà solo quando si produrranno le circostanze storiche che lo rendano possibile. In Europa Orientale, questo avvenne a partire dal 1989. Nel frattempo, l’unico obiettivo che si può conseguire consiste, per l’appunto, nell’ampliamento delle Autonomie e nella loro corretta ed efficiente gestione. Risulta dunque sbagliato affermare che un accordo come quello stipulato tra Ajaccio e Parigi allontani questo momento. Si tratta viceversa di un atto che, nei limiti del possibile, lo avvicina, anche se non sappiamo quanto si dovrà ancora attendere per raggiungere la meta. Sarebbe troppo lungo, oltre che praticamente impossibile, elencare tutte le conquiste raggiunte in Europa Occidentale dai diversi movimenti regionalisti. La loro utilità risulta evidente – a parte tutte le considerazioni di ordine giuridico – per due motivi: Aver arrestato, ed anzi rovesciato, la tendenza – propria degli Stati nazionali – a praticare l’assimilazione culturale. Aver formato nuove classi dirigenti, capaci di gestire un’autonomia sempre più ampia. Veniamo comunque alle obiezioni mosse dal Movimento “Corsica Nazione” all’accordo con la Francia. In primo luogo, si denuncia la mancanza di misure volte a favorire la cosiddetta “corsizzazione” dell’amministrazione pubblica, vale a dire il reclutamento del personale tra i soggetti autoctoni. Nel caso del Tirolo Meridionale, questo obiettivo è stato raggiunto, pur senza scalfire né il principio costituzionale di uguaglianza, né le prerogative proprie dello Stato. A Bolzano, infatti, si è adottato il metodo delle “quote”: a ciascun gruppo etnico si riserva una presenza proporzionale al numero dei componenti nei quadri dell’amministrazione pubblica. I relativi concorsi si svolgono di conseguenza nella rispettiva lingua. Dato che il corso è già da tempo inserito nell’insegnamento scolastico, si può esigere la sua conoscenza ai dipendenti pubblici, come avviene per il francese in Valle d’Aosta. C’è poi il problema costituito dal divieto, per i non residenti, di acquistare beni immobili. A questo riguardo, ricordiamo che non si possono porre limitazioni – in base ai Trattati europei – neanche agli stranieri cittadini di Paesi membri dell’Unione. In questo caso, comunque – salvo naturalmente nel caso che venga acquisita l’indipendenza – non si può ledere una competenza che rimane dovunque attribuita allo Stato. C’è infine la pretesa di limitare l’acquisizione della residenza da parte di cittadini francesi non originari della Corsica, e perfino l’esercizio da parte di costoro del diritto di voto nelle elezioni amministrative. Al riguardo, vale lo stesso discorso sviluppato a proposito del divieto di acquistare beni immobili. Porre oggi dei problemi di questo genere significa, comunque, pretendere di costruire la casa partendo dal tetto. Per giunta, i movimenti autonomisti ed indipendentisti devono evitare di cadere nella logica – a nostro avviso sbagliata – del “tutto o niente”. A parte il fatto che questa scelta conduce, in genere, a non ottenere nulla – e perfino a perdere le conquiste già acquisite – essa deriva dal non capire come la causa dell’autonomia, e quella stessa dell’autodeterminazione, si inseriscano nel processo di costruzione di una democrazia più solida ed avanzata in tutta l’Europa Occidentale. Questa causa accomuna gli autonomisti e gli indipendentisti con tutte le forze che contrastano l’attuale tendenza all’autoritarismo, che si manifesta anche, anzi soprattutto, nel ritorno al centralismo. Non si può dunque fare a meno di distinguere tra le forze politiche nazionali disposte a concedere un ampliamento delle autonomie e quelle che, viceversa, lo rifiutano per principio. Alla logica del “tutto o niente” si contrappone dunque quella del negoziato. Anche qui, ci asteniamo dal citare il lungo elenco di situazioni nelle quali questa scelta ha portato benefici concreti. Un’ultima annotazione riguarda il fatto – già notato l’anno scorso – che non saranno presenti a Corte molti movimenti autonomisti dell’Europa Occidentale, mentre ci saranno gli indipendentisti della Nuova Caledonia e degli altri cosiddetti “Confettis de l’Empire”. La loro causa è certamente rispettabile, ma si inquadra in tutt’altro contesto politico e giuridico. Nel loro caso, l’alternativa è tra rimanere delle prefetture d’oltremare o distaccarsi del tutto dalla Francia. Nel nostro, si tratta invece di continuare un processo che ha portato a progressi concreti e positivi. La rottura consumata nell’ambito dell’autonomismo corso riflette infine quella tra quanti credono che comunque “i nemici dei miei nemici siano miei amici”. Il che, nel caso dell’Europa di oggi, conduce – esattamente come la logica del “tutto o niente” – all’isolamento, o peggio, al rischio di criminalizzazione. Allearsi con Hamas comporta stabilire rapporti pericolosi con certi servizi segreti stranieri che puntano alla destabilizzazione – anche violenta – dell’Europa Occidentale. Partecipando, viceversa, alla sua difesa non soltanto si rafforza la democrazia – che costituisce l’ambito indispensabile per ogni ampliamento delle autonomie regionali – ma si sceglie anche la parte vincente. Occorre dunque chiarire fin da ora quale compenso si esige per il nostro apporto, che consiste nel prendere atto delle nostre rivendicazioni, nella certezza che verrà inevitabilmente il momento propizio per affermarle.

…ire dal contenuto dell’accordo – come vedremo più avanti – in base alle mancate attribuzioni di nuove e più ampie competenze, denuncia che quanto recentemente stipulato procrastina “sine die” l’auspicato esercizio dell’autodeterminazione. Peraltro, anche gli a…

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Gli ultimi avvenimenti di Diano Marina, di Sanremo e di Imperia risultano molto inquietanti: non tanto e non solo per la loro gravità, quanto per il modo in cui sono stati portati – o meglio, non sono stati portati – a conoscenza dell’opinione pubblica. A Diano Marina, tre automobili – tutte appartenenti allo stesso proprietario, un noto politico locale – bruciano nottetempo nello stesso cortile, senza che l’incendio danneggi le altre vetture. Normalmente i giornalisti informano i loro lettori di un cosiddetto “giallo” e, in seguito, quando le solerti indagini compiute dalla Polizia individuano il responsabile, ne annunciano la soluzione. In questo caso, invece, si è venuti a conoscenza del fatto solo dopo che ne era stata appurata la presunta origine accidentale. Delle due l’una: o non si voleva allarmare il pubblico comunicandogli l’esistenza di un ignoto piromane, non ancora identificato, oppure si voleva nascondere la consumazione di un reato. La notizia avrebbe infatti indotto la gente a domandarsi per quale motivo un concittadino fosse stato preso di mira da ignoti malviventi, finendo per scavare nelle vicende della sua vita privata, pubblica o professionale. Di qui la necessità di trovare una spiegazione dell’incendio come “accidentale”. Esclusa l’autocombustione, che sarebbe risultata poco credibile, si è attribuita l’origine del rogo alla ricarica difettosa di un’automobile elettrica parcheggiata nello stesso cortile. I vicini hanno però potuto constatare come né questa vettura, né il filo che la collegava alla batteria risultassero danneggiati. Nel mondo dei “gialli” esiste il famoso enigma della persona uccisa – e non suicida – ritrovata in una stanza chiusa. Ora gli inquirenti di Diano Marina hanno escogitato un problema di ancor più difficile soluzione: quello di un incendio in cui brucia tutto, tranne l’esca che lo ha appiccato. A noi capitò una volta che un personaggio con cui coabitavamo nello stesso alloggio venisse pugnalato nel bagno, rimanendo gravemente ferito. Costui non volle però che il tentato omicidio fosse denunciato all’Autorità di Polizia Giudiziaria né alla Magistratura inquirente. Il motivo era molto semplice: questo soggetto si era reso responsabile di uno “sgarro” ai danni dell’associazione a delinquere a cui era affiliato e, naturalmente, aveva interesse a nascondere tale imbarazzante condizione. Ad Imperia, l’incendio di autoveicoli si è ripetuto nel parcheggio di un supermercato, ma questa volta la Polizia ha prontamente individuato il presunto colpevole. Non si sa ancora se la coincidente comparsa, nei pressi del luogo del delitto, di scritte murali di contenuto razzistico risulti casuale o debba essere messa in relazione con l’incendio doloso. In ogni caso, le indagini sono state coronate da un esito fulmineo, per cui non rimane che congratularsi con le Forze di Polizia per la “brillante operazione”. Quando invece il Sindaco venne minacciato con il famoso distico in cui “infame” faceva rima con “lame” (quale triste conclusione per la storia della letteratura italiana, iniziata con l’Alighieri!), si rese necessario l’arrivo da Roma di una nutrita spedizione dei Servizi Segreti, che infine smascherarono e sbaragliarono un pericoloso gruppo estremista, pronto a trasformarsi nel nucleo iniziale di una più ampia e temibile formazione terroristica. È destino che la violenza politica, in provincia di Imperia, rimanga sempre allo stato embrionale. Le Brigate Rosse, pur contando a Genova su ben quattro “Colonne” – denominate rispettivamente “Cittadina”, “Porto”, “Fabbriche” e “Sanitaria” (la pubblicità che invitava all’arruolamento sottolineava come questa organizzazione terroristica fosse l’unico soggetto munito di una Mutua in grado di visitare a domicilio tutti gli assistiti) – non riuscirono tuttavia ad allungare i loro tentacoli fino al Ponente. Un gruppo di scalzacani, tra cui figuravano i nipoti di una sindachessa democristiana, si fece scoprire con un arsenale nascosto in un muro a secco nelle campagne della zia. Un altro aspirante terrorista venne individuato grazie a una “soffiata”, in quanto deteneva una quantità di esplosivo inversamente proporzionale alle sue capacità operative. Il caso più tragicomico ebbe per teatro Taggia, dove un giovane aspirante “brigatista”, volendo essere arruolato senza però disporre di contatti nell’organizzazione, dapprima incendiò un filobus della STEL parcheggiato nottetempo in piazza Reghezza, poi fece il giro dei bar vantandosi di tale impresa, nella speranza che qualcuno informasse Renato Curcio o chi per lui. Vennero informati invece i Carabinieri, e il padre dell’aspirante terrorista – uomo molto facoltoso – dovette risarcire di tasca propria l’Azienda dei Trasporti. Per scoprire gli autori delle minacce al “Basotto” non bastava evidentemente qualche maresciallo della “Benemerita” né qualche ispettore della Questura. Di qui la mobilitazione del SISDE, se non addirittura del SISMI, anche se gli autori delle scritte risultarono essere italiani. Ora le nostre “barbe finte” potranno rimanere a Roma, giacché un incendio è risultato accidentale e dell’altro si è immediatamente individuato il responsabile. L’ordine regna dunque a Imperia. Almeno in apparenza. Se anche ciò vale per il capoluogo, Sanremo è viceversa al centro delle tensioni che, ogni estate, tornano a manifestarsi puntualmente in ambito carcerario. Una rivolta nella prigione di Bussana ha causato tra gli agenti della Polizia Penitenziaria ben otto feriti gravi, tutti colpiti con armi da taglio, e alcuni addirittura sfregiati. Dell’accaduto si è venuti a conoscenza soltanto per via di un comunicato di protesta emesso dal sindacato che rappresenta il personale degli istituti di pena. Perché i giornali non sono stati avvertiti? E perché, soprattutto, non si ha notizia né di un rapporto penale di denuncia inoltrato alla Procura, né tantomeno dell’inizio di un’azione penale a carico dei responsabili? Il carcere di Bussana è un feudo dominato dai detenuti islamisti, i quali vi dettano legge, ricorrendo anche a metodi violenti. Ne ha fatto le spese tempo fa un recluso italiano, ridotto in fin di vita e salvato “in extremis” dopo il trasporto in ospedale. La vittima non poteva logicamente dare l’allarme, essendo in coma, e tanto meno intendevano farlo gli autori dell’aggressione. Gli agenti si limitano evidentemente a vigilare affinché nessuno evada. Né si può pretendere di più da personale costretto a lavorare sotto organico per vigilare su una struttura sovraffollata, e soprattutto controllata da musulmani radicalizzati. La comunità islamica di Imperia ha raccolto dei fondi per dotare la moschea della prigione di tappeti per la preghiera. La devozione, nei soggetti fanatici, può però evidentemente portare a degli eccessi. Qui ci vorrebbe un’indagine dei servizi di sicurezza, la situazione risultando ben più grave e pericolosa rispetto a quella causata dal “Pasquino” che prendeva a gabbo il Sindaco. Ci domandiamo come mai un governo che non nasconde le sue mire autoritarie ometta di pubblicizzare episodi talmente gravi da non avere alcun bisogno di essere enfatizzati, tali inoltre da causare nei cittadini l’effetto – auspicato dalla Meloni e conveniente per la sua parte politica – detto in inglese “Law and Order”. Il motivo è difficile da individuare. La nostra opinione è questa: l’esecutivo si trova costretto ad amministrare una situazione che non è tanto di progressiva anarchia, quanto piuttosto di dilagante “anomia”. Non è infatti venuta meno l’autorità, ma essa risulta ormai incapace di far rispettare la legge, salvo laddove le conviene, in considerazione degli interessi privati di chi la rappresenta. La rivolta carceraria costituisce una faccia della medaglia. Sull’altro verso troviamo un sindaco che emana atti amministrativi in forma verbale, cioè nulli, e non semplicemente illegittimi. Peccato però che una magistratura compiacente eviti di accertarlo, emanando una sentenza dichiarativa e non costitutiva. Se, per altro verso, non si reprime la violenza islamista e anzi si censurano le sue manifestazioni – anche le più gravi ed estreme – il motivo può essere ricercato nel fatto che certi Paesi musulmani sono a disposizione, per il tramite dei loro fiduciari locali, di chi intende esportare all’estero denaro di provenienza illecita. Un tempo provvedevano le autorità di Belgrado; oggi sono a disposizione emiri e sceicchi.

… nello stesso alloggio venisse pugnalato nel bagno, rimanendo gravemente ferito. Costui non volle però che il tentato omicidio fosse denunciato all’Autorità di Polizia Giudiziaria né alla Magistratura inquirente. Il motivo era molto semplice: questo soggetto s…

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Si è svolto a Roma l’ennesimo Convegno di Studi dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini, che abbiamo potuto in parte ascoltare su Radio Radicale. La ricerca sulla figura del grande intellettuale friulano è inesauribile. Non solo in quanto operò in campi molto diversi, ma soprattutto perché oggi più che mai si rivela l’attualità e la visione anticipatrice espressa nella sua opera. Quel che più stupisce è che gli studiosi – pur agendo con scopi ben più nobili rispetto all’aggiudicazione all’una o all’altra parte politica dell’eredità spirituale di Pasolini – si accapigliano per stabilire se egli fosse “di Destra” o “di Sinistra”. In realtà, come tutti i grandi uomini, egli superò già in vita i confini tra queste due appartenenze. Essendo soprattutto cosciente – trattandosi di un uomo radicale nelle sue scelte e nelle sue prese di posizione, ma mai fazioso né intollerante – di come il disastro che riteneva inevitabile avrebbe travolto tutti. Viene in mente, ripensando alla sua unica intervista televisiva, in cui disse di credere nel progresso, ma di non credere nello sviluppo, e soprattutto – aggiunse – “in questo tipo di sviluppo”, il Leopardi diffidente delle “magnifiche sorti e progressive”. Ci fu certamente un settore clericale che si dedicò a demonizzare Pasolini, denunciandolo come blasfemo. Quale in realtà egli fu, in molte delle sue opere cinematografiche, non essendo però certamente motivato dalla volgarità. Né tantomeno dalla volontà di perseguire una notorietà a buon mercato – o peggio un guadagno materiale – quanto perché Pasolini, volendo animare il dibattito sulle idee, era volutamente provocatorio. Laddove, come nell’attività di opinionista – che costituisce indubbiamente la parte migliore del suo lascito culturale – non risultava necessario impattare il pubblico, cioè per l’appunto épater les bourgeois, per indurre a una riflessione (sempre che non fosse fuorviato dalla repulsione piccolo-borghese nei riguardi dello scandalo), le idee di Pasolini hanno manifestato col trascorrere del tempo la loro sconvolgente attualità. Quando si usciva dalla polemica contingente con i censori, mossi tanto da un perbenismo retrogrado quanto da un’insuperabile incapacità di comprensione, le critiche mosse a Pasolini “da Sinistra” rivelavano un ritardo e un’ottusità in fondo ben più gravi di quelle manifestate dalla Destra cattolica. Se Pasolini si schierò con il Partito Comunista, fu in quanto vedeva in questa aggregazione politica l’unico soggetto in grado – se avesse voluto, e se ne fosse stato capace – di organizzare una resistenza delle masse popolari all’omologazione. Questa fu la ragione profonda per la quale Pasolini si schierava all’Opposizione. Si veda, al riguardo, quanto egli scrisse nel famoso articolo detto “delle lucciole”, che costituisce, se non un testamento spirituale, quanto meno un epitaffio per sé stesso. Dobbiamo però domandarci – a nostro modesto avviso – chi in realtà, al di là delle polemiche contingenti, contrastava le idee di Pasolini. Se riusciamo a dare una risposta spassionata e corretta a questo fondamentale quesito, ci accorgiamo che il regista di Casarsa non vedeva una sostanziale differenza di responsabilità, tra i diversi soggetti politici, per la tendenza presa dalla società italiana. Certamente la televisione di Stato – superata però in seguito di molte lunghezze da quella privata, di cui Pasolini non vide la devastazione spirituale indotta nel popolo soltanto perché morì a tempo – aveva svolto un ruolo determinante nel distruggere la cultura popolare italiana. E con essa la nostra identità. O meglio: le nostre identità. Che Pasolini andava inseguendo dove ancora sopravvivevano. Spostando la sua ambientazione dall’estremo Nord, in cui era nato e dove si era formato intellettualmente (le sue prime prove letterarie furono non a caso in lingua regionale), verso il Meridione. I personaggi di Pasolini si espressero dapprima in romanesco, poi in napoletano. Il regista uscì infine dall’ambito italiano, e andò a girare uno dei suoi film nello Yemen. Non essendo attratto da un esotico commerciale da cartolina, bensì perché la cultura popolare vi sopravviveva. E con essa un’identità che è rimasta irriducibile all’omologazione. Se Pasolini fosse ancora vivo, dialogherebbe probabilmente con quegli intellettuali occidentali che sono divenuti musulmani. Non in quanto condividerebbe la loro conversione religiosa, ma perché vedrebbe nella loro scelta un tentativo di resistere all’omologazione. Il Partito Comunista – anche se solo in alcuni momenti e su alcuni temi specifici i suoi rappresentanti ufficiali nel campo della cultura polemizzarono apertamente con Pasolini – non comprese tuttavia quali fossero i motivi profondi per cui l’essere il grande regista un suo “compagno di strada” sussumesse in realtà un disaccordo di fondo. Che non fu mai chiarito. Il Partito – per dirlo brutalmente – era pienamente disposto ad accettare senza alcuna remora l’omologazione, cioè la perdita di ogni identità, pur di essere cooptato nel sistema di potere che già aveva instaurato questa tendenza. Ci fu un momento in cui il dissenso tra Pasolini e i comunisti affiorò, e fu quando il regista si schierò dalla parte degli agenti di polizia che si erano scontrati con gli studenti a Valle Giulia. Non perché gli uni fossero “figli del popolo” e gli altri espressione di una borghesia – quella rappresentata dal cosiddetto “generone” romano – che non era stata neanche in grado di produrre in termini meramente economici, vivendo da parassita ai margini del potere. Se questa fosse stata la motivazione della scelta di Pasolini, avrebbe avuto ragione chi lo accusava, sia pure opportunisticamente, di essere un demagogo. Cosa che l’intellettuale friulano non fu assolutamente mai. Pasolini vedeva negli agenti meridionali dei soggetti che ancora avevano un’identità. Che avrebbero perduto anch’essi, proprio in quanto nessun soggetto politico si preoccupava di difenderla. C’è un’altra presa di posizione di Pasolini che rivela la sua consapevolezza: quella relativa alla scelta dei comunisti di difendere – dapprima prevalentemente, e poi esclusivamente – i diritti individuali. L’uomo arrivò non a caso ad opporsi alla libertà di abortire. Sacrificando, anzi sussumendo completamente, i diritti sociali e collettivi. Prendendo le parti degli omosessuali, anziché dei disoccupati, non si sarebbe comunque evitato il disastro. Quanto meno, però, si sarebbe mantenuto l’unico strumento di cui ancora il popolo disponeva per difendere la propria identità. Che consiste precisamente nella solidarietà collettiva. Per capire quanto le ragioni profonde di Pasolini non consistessero in un’epidermica – benché comprensibile – antipatia nei confronti dei borghesi “de Sinistra” (cui l’uomo preferiva giustamente i sottoproletari delle borgate), quanto piuttosto in una corretta individuazione del soggetto antagonista, basta vedere che fine hanno fatto gli studenti di Valle Giulia. Privi com’erano fin dall’inizio di un’identità culturale – vorremmo dire spirituale – hanno finito per non averne neanche una politica. La Schlein è la loro rappresentante più appropriata, dato che non si pone nessuna domanda di carattere filosofico, bensì solo quella inerente al colore degli abiti. Se Pasolini fosse vivo, la segretaria non chiederebbe lumi a lui, preferendogli la “consulente cromatica”. Un’ultima notazione vorremmo dedicarla al fatto che Pasolini – il quale non era un credente – vedesse nella religione, o meglio nella religiosità popolare, l’unico antidoto all’omologazione destinato a sopravvivere. Il suo Cristo, cui è dedicato il migliore dei film che ha prodotto, venne liquidato dalla Destra come la rappresentazione di un agitatore politico. Malgrado Pasolini non avesse scelto nessuna delle pagine del Vangelo che avrebbero potuto supportare una simile visione. Gesù è viceversa rappresentato precisamente come colui che oppone la sostanza – necessariamente identitaria – della Fede alla sua degenerazione formalistica. Oggi tanto la cosiddetta “Destra” quanto la cosiddetta “Sinistra” non trovano più una loro base. L’aggregazione politica, essendo precisamente fondata su un’identità che entrambe hanno contribuito a distruggere. Rimane il problema di ricostruirla. Nessuno, per ora, sembra porselo, ma dovrà partire necessariamente da qui la ricostruzione di un equilibrio che si è perduto.

…e delle “magnifiche sorti e progressive”. Ci fu certamente un settore clericale che si dedicò a demonizzare Pasolini, denunciandolo come blasfemo. Quale in realtà egli fu, in molte delle sue opere cinematografiche, non essendo però certamente motivato dalla vo…

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Pertinenza 40
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L’autunno si annuncia gravido non soltanto di pioggia, ma anche di crisi economica e sociale. Per non parlare del pericolo di guerra. Se dovessero riaccendersi le ostilità tra Israele e l’Iran, il blocco di Hormuz – scongiurato in occasione degli ultimi scontri – produrrebbe conseguenze disastrose su tutta l’Europa occidentale. La nave su cui l’Italia affronta questa congiuntura tempestosa è il Governo Meloni. Che – al pari di ogni regime basato su un’ideologia, anche se non espressamente adottata dallo Stato – tende inevitabilmente a discriminare tra chi vi aderisce e chi, viceversa, la rifiuta. Rimane, tra questi due schieramenti, la zona grigia costituita in particolare dagli imprenditori. I quali, pur non aderendovi espressamente, si astengono anche dal criticarla e dall’esprimere nei suoi confronti una aperta dissociazione. Restringendosi gli spazi in cui costoro si muovono – quando viene meno l’autentica libertà politica, quella economica risulta inevitabilmente inefficace – essi sono costretti a barcamenarsi per sopravvivere. Praticando la resilienza, ma nel contempo manifestando verso il Potere un omaggio formale. Che risulta necessario in quanto il Regime può ulteriormente restringere gli spazi disponibili per gli operatori economici. Quanto accade a livello nazionale trova puntuale riscontro nella nostra piccola realtà cittadina. Dove le imprese superstiti sono assoggettate a una grassazione che riduce in modo drammatico i loro margini di profitto. A tale condizione non è però possibile sottrarsi, se non si vuole chiudere definitivamente bottega. Un Governo che discrimina i cittadini in base alle rispettive convinzioni può naturalmente imporre loro una disciplina. Tanto più cogente quanto più la situazione evolve verso un’economia di guerra. Ciò che un simile potere non potrà tuttavia mai ottenere dai consociati è un’adesione che può risultare incondizionata solo in quanto sia spontanea. Basandosi su convinzioni profonde e condivise. Nel periodo tra il 1915 e il 1918 gli Italiani volevano tutti vincere la guerra, considerandola una causa nazionale. Non fu così durante il conflitto successivo, che venne viceversa percepito come la causa propria di una parte politica. Questo fu precisamente il risultato derivante dall’avere discriminato gli Italiani in base a un criterio ideologico. La Meloni e i suoi corifei sono incamminati su questa stessa strada. L’Opposizione ha certamente commesso degli errori, ma il processo di costruzione della democrazia – o meglio il tentativo di portare l’Italia in questa direzione – non è stato intrapreso a suo tempo contro qualcuno. Questo processo escludeva infatti soltanto chi rifiutava di prendervi parte. Oggi la discriminazione viene invece stabilita “a priori”. Il disastro cui Mussolini aveva condotto l’Italia rese indispensabile, a un certo punto, rovesciare le alleanze. Riportando l’Italia nel campo delle democrazie. Il Re d’Inghilterra, parlando dinanzi al nostro Parlamento, ha signorilmente evitato di ricordare come il Fascismo avesse predicato l’ostilità nei confronti del suo Paese, preferendo ricordare che gli Italiani non si erano lasciati convincere dalla propaganda sulla “Perfida Albione”, ed avessero anzi sentito spontaneamente la necessità di ristabilire una collaborazione e un’amicizia che affondavano le loro radici nel Risorgimento. Tutto ciò conduce inevitabilmente a una conclusione: non ci sono alternative alle alleanze nelle quali oggi il nostro Paese è inserito. L’Opposizione dovrebbe dunque compiere una scelta tanto difficile quanto inevitabile. Consistente nel distinguere tra il doveroso dissenso nei confronti dell’indirizzo autoritario dell’attuale Governo e – dall’altra parte – la necessità di mantenere l’Italia nel campo occidentale. Una volta dato alla sua causa il nostro contributo, verrà il momento di esigere il compenso dovuto per questa scelta. Nel frattempo, ricordiamo ai nostri Alleati come il loro rapporto con una forza politica che non nasconde la propria ispirazione e la propria vocazione autoritaria risulti in primo luogo spurio, una sorta di “mésalliance” che prima o poi rivelerà le contraddizioni su cui è fondata. Questo è il messaggio che noi abbiamo modestamente ma fermamente espresso agli amici di Nizza. Ben prima che le necessità della “realpolitik” inducessero il Sindaco–Presidente Estrosi a offrire al suo omologo, installato su questo lato del confine, il proprio riconoscimento “diplomatico”. O meglio politico, oltre che basato sulle ragioni economiche che abbiamo già avuto modo di illustrare. Chi però sta sbagliando è l’attuale dirigenza dell’Opposizione italiana. Ci sono state autorevolmente riferite le voci che circolano in merito ai finanziamenti giunti ai capi del Partito Democratico e a quelli del Movimento 5 Stelle da certi ambienti islamisti. Se queste voci risultassero fondate, ne saremmo molto rattristati, ma non certo stupiti. L’attuale Maggioranza ha ormai acquisito l’egemonia sui diversi soggetti sociali del nostro Paese. Si identificano infatti in essa non soltanto le varie rappresentanze del padronato imprenditoriale, ma anche molte di quelle espresse da altri ceti. Tanto per fare due esempi, il vecchio sindacato “Bianco”, che aveva un proprio radicamento nella classe operaia, nonché la Coldiretti, espressione dei piccoli imprenditori agrari, si annoverano ormai tra le organizzazioni di massa che incanalano il consenso verso il nuovo Regime. Esonerandolo dalla necessità di costituirle, come invece aveva dovuto fare Mussolini. Un discorso a parte riguarda la Chiesa. La Meloni concluderà con una prevedibile apoteosi l’adunanza annuale di Rimini dei Confessionalisti. Ai quali non si presenterà a mani vuote. Come il Duce poté offrire a Pio XI la trasformazione dello Stato laico in uno Stato sostanzialmente confessionale, così la Presidente del Consiglio potrà esibire non tanto l’abrogazione di alcune norme di legge – o l’introduzione di altre – quanto piuttosto i fatti compiuti che si stanno determinando nei campi dove chi si accinge ad ospitarla opera concretamente. Sostituendosi allo Stato e agli altri enti pubblici nella governance di due settori vitali, quali sono la Sanità e l’Istruzione. Che permettono sia di arricchirsi, sia di estendere la propria base, tanto tra gli utenti quanto tra gli operatori. Che infatti vengono assunti per chiamata diretta da parte di soggetti di diritto privato. Quanto il Concordato del 1929 dichiarava espressamente, e quello del 1984 aveva invece abrogato, si riafferma nella sostanza. Il problema che si pone davanti al nuovo Papa consiste dunque nel mantenere l’alterità – che non significa certamente ostilità, ma comporta necessariamente una distinzione – tra la Chiesa e lo Stato. O meglio tra la Chiesa e il Governo. Il che risulta difficile quando il Governo tende a costituirsi in Regime. È logico che una platea fanatizzata, la quale detesta chiunque le venga additato come “modernista”, o addirittura “comunista”, veda nella Meloni il proprio punto di riferimento. Questa gente stava a suo tempo nella Democrazia Cristiana, ma sempre considerando con sospetto la sua radice popolare – cioè sturziana – poiché scorgeva in essa per l’appunto una contaminazione “modernista”. La fine della Democrazia Cristiana non ha dunque indebolito questo settore, ma anzi ha finito per rafforzarlo, essendo stato eliminato il suo principale nemico interno al mondo cattolico. Rimini segna dunque la sua adesione alla Maggioranza, come avvenne nel 1924, quando la destra del Partito Popolare entrò nel “Listone” fascista. L’Opposizione, anziché affrontare questo pericolo, si dedica a sostenere Hamas. Ripetendo l’errore commesso dopo la Prima e poi dopo la Seconda guerra mondiale. Consistente nel riferirsi a modelli stranieri, appartenenti ad altre culture e ad altre realtà sociali, completamente diverse da quelle proprie dell’Italia e dell’Occidente. Il mito della Rivoluzione d’Ottobre, e poi quello dell’Armata Rossa che “marcia alla riscossa”, portarono per due volte allo stesso tragico errore: Perseverare diabolicum. Si può – anzi si deve – simpatizzare con la causa dell’emancipazione dei popoli. A parte il fatto che noi non riteniamo si debba annoverare Hamas tra quanti la perseguono, se non aveva senso proporre per l’Italia il modello sovietico, ancor meno ne ha proporre oggi quello islamista. Credendo di giustificarsi con l’asserzione secondo cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Con un risultato paradossale: il Partito Democratico neanche si accorge che i nostri reparti ospedalieri vengono dati in gestione – naturalmente senza licitazione – alle cooperative appartenenti alla “Società delle Opere”. Svuotando inoltre la Sanità pubblica dei medici comunisti che l’avevano invasa al tempo del dottor Castellano, e riempiendola invece di confessionalisti. Il che dovrebbe allarmare perfino chi – come certi dirigenti democratici nostrani – pensa solo alla carriera. Mentre però la Sanità viene privatizzata, l’unica preoccupazione dei capi della Sinistra consiste nel sostenere lo Stato Palestinese. Il bello è che il segretario della Federazione ci accusava a suo tempo di ignorare che “la Rivoluzione si fa nel proprio Paese”. A parte il fatto che costui preferiva farla a Belgrado, questo signore dovrebbe rivolgere la sua critica precisamente a chi gli è succeduto. Questi soggetti procedono nella direzione esattamente opposta rispetto a quella su cui cammina la Storia. La cosiddetta Sinistra dovrebbe competere con la Destra dimostrando di rappresentare meglio l’identità italiana, anzi le diverse identità regionali che vengono nuovamente soffocate dal centralismo. Se sapesse farlo, la Sinistra dimostrerebbe di avere assimilato la grande lezione di Gramsci, conquistando l’egemonia, anziché lasciarla – come sta avvenendo – alla parte politica opposta. La Schlein e Conte ritornano invece all’antico costume, consistente nel proporre i mai abbastanza vituperati modelli stranieri. Se il paradigma rappresentato da Stalin era semi-asiatico, quello di Hamas risulta ancora più lontano dalla nostra cultura. La sua proposta produce dunque l’effetto di allontanare la cosiddetta Sinistra non soltanto dalla possibilità di assumere la guida dello Stato, ma anche dalla capacità di rappresentare le aspirazioni della nostra gente. Come può la Schlein, che non sfila alla testa degli operai disoccupati, ma partecipa ai cortei degli omosessuali, andare d’accordo con chi li precipita dai grattacieli? È vero che anche l’affermazione dell’identità islamica confluisce nel processo di emancipazione dei popoli, ma proprio la necessità di contribuirvi dovrebbe indurci a valorizzare quanto esprime la cultura italiana. Che è certamente – almeno in parte – di matrice cristiana, ed anzi cattolica, ma ha saputo esprimere Manzoni, Rosmini e Gioberti. Cioè il cattolicesimo liberale. Nell’ambito della cosiddetta Sinistra, questa tradizione dovrebbe essere rappresentata dall’ex democristiano Renzi. Il quale apparteneva alla corrente di Fanfani. Ora, però, il “rottamatore” propone per l’Italia il modello dell’Arabia Saudita, che può attrarre soltanto chi è a libro paga del principe ereditario. La Boschi faccia attenzione: verrà reclusa in un “harem”, insieme con le altre concubine.

L’autunno si annuncia gravido non soltanto di pioggia, ma anche di crisi economica e sociale. Per non parlare del pericolo di guerra. Se dovessero riaccendersi le ostilità tra Israele e l’Iran, il blocco di Hormuz – scongiurato in occasione degli ultimi scontr…

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Pertinenza 37
Politica e società

Scajola, Bracco e il Partito trasversale a Imperia

…nnunci mirabolanti di nuove «opere del regime», titola oggi testualmente: «Scajola: ho denunciato Bracco per diffamazione». L’Ufficio legale del Comune di Imperia dovrebbe spiegare al «primo cittadino» quale sia la differenza che intercorre tra la denuncia e l…

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Pertinenza 28
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Lettera aperta a Enrico Lupi - Mario Castellano – 12 settembre 2025

…rte del “Sindaco–Presidente”. Il quale – sapendo che anche la parte opposta apprezza la tua opera – potrebbe denunciarti, nella sua paranoia, come “comunista”. Tale timore è stato rafforzato dalla tua ingiusta esclusione dal ricevimento offerto a bordo di un p…

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Pertinenza 20
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I nostri Fratelli Corsi annunciano l’imminente celebrazione – che ha luogo ininterrottamente ogni anno fin dal 1981 – dell’edizione 2025 delle “Ghjurnate Internaziunale di Corti”, località della loro Isola chiamata Corte in francese e in italiano. Mentre, però, in vista delle precedenti edizioni veniva pubblicato con largo anticipo – sull’apposito sito ufficiale – il programma dettagliato, quest’anno soltanto una scarna notizia appare su una pubblicazione indipendentista sarda, che annuncia la presenza delle “delegazioni del mondo indipendentista” di quest’altra Isola. Ciò non costituisce certamente una novità, dato lo stretto coordinamento instaurato ormai da moltissimo tempo tra i fautori dell’Autodeterminazione di entrambe le Regioni, i quali – dipendendo ancora gli uni da Parigi e gli altri da Roma – scontano l’analoga condizione riservata alle “Colonie interne”. La situazione di noi Liguri, che abbiamo viceversa partecipato – “bon gré, mal gré” – alla conquista e alla sottomissione delle altre Regioni confluite nello Stato unitario, risulta certamente diversa. Se i Nizzardi – cioè i Liguri francesi – sono i nostri vicini di casa, i Corsi sono i nostri dirimpettai. Nelle giornate più terse possiamo scorgere la loro terra, come essi vicendevolmente possono vedere la nostra. Speriamo dunque che un giorno si realizzi l’aspirazione di una nostra presenza a Corte. In attesa di riuscirvi, facciamo giungere tuttavia ai Fratelli Corsi il nostro apprezzamento e il nostro sostegno a una causa che accomuna – come leggiamo sul giornale degli amici sardi – “tutte le Nazioni senza Stato”. Tanto più che il nostro fu all’origine delle loro sventure, fin da quando la Repubblica di Genova, non essendo in grado di soffocare – nella sua estrema decadenza – l’insurrezione indipendentista guidata da Pasquale Paoli e da Domenico Bonaparte (padre del futuro Imperatore), cedette la Corsica alla Francia, che con il suo Esercito riuscì a frustrare il tentativo dei Corsi di ottenere l’Indipendenza. Napoleone nacque politicamente anch’egli come indipendentista, esattamente come Stalin, il quale ripeté a distanza di tempo la sua parabola, avendo approfittato di una rivoluzione scoppiata nello Stato che dominava la sua Nazione. Il rivoluzionario Giugasvili esordì infatti quale fautore dell’Indipendenza della Georgia, nonché degli altri Paesi caucasici, per cui combatté in gioventù a Baku, prima di intrupparsi nei bolscevichi. L’anno scorso potemmo consultare con largo anticipo il programma delle “Ghjurnate”, inclusivo di “eventi, convegni, concerti e conferenze”. L’estensore sardo dell’articolo da cui attingiamo le scarne informazioni relative all’edizione di quest’anno dimentica le esposizioni di artigianato e le degustazioni dei cibi tipici, che comunque non stonano in un’occasione dedicata all’identità in tutte le sue espressioni. La locandina della manifestazione riproduce innumerevoli bandiere, e certamente i Fratelli Corsi accoglieranno con la loro proverbiale ospitalità mediterranea anche le delegazioni provenienti da tutta l’Europa occidentale. Il baricentro politico della manifestazione tende però a spostarsi ormai da tempo verso il Sud del mondo. Molta attenzione viene infatti dedicata ai movimenti indipendentisti attivi nei superstiti frammenti dell’Impero francese, quali la Nuova Caledonia e le isole dei Caraibi. Questi soggetti costituiscono però la retroguardia dei grandi movimenti di liberazione che hanno contraddistinto la storia del dopoguerra. Esiste inoltre la Palestina, e probabilmente il silenzio sul programma è dovuto al fatto che i Corsi – con un “coup de théâtre” tenuto ancora segreto – esibiranno la presenza di qualche dirigente di Gaza. Di qui la necessità di celare le proprie intenzioni alle Autorità francesi, che potrebbero impedirgli l’ingresso. Su questo orientamento del Fronte Nazionale di Liberazione della Corsica – che ha fatto approvare dall’Assemblea Regionale il “riconoscimento” dello Stato palestinese – esprimiamo doverosamente e con franchezza le nostre riserve. Gli Ebrei costituirono fino al 1948 una delle tante Nazioni senza Stato. Il fatto che abbiano raggiunto la meta consistente nel costituirlo rappresenta un avanzamento ed un esempio positivo per tutti quanti sono ancora nelle stesse condizioni in cui essi si trovarono per ben venti secoli. I Palestinesi hanno certamente anch’essi diritto a uno Stato, ma non al prezzo di revocare gli effetti dell’esercizio dell’Autodeterminazione da parte degli Israeliti. Non si può dunque accettare il programma di Hamas, altrimenti rischieremmo di veder annullare – una volta conquistata l’Indipendenza – il risultato dei nostri attuali sforzi. Ciò premesso, se l’aspirazione all’Indipendenza costituisce un denominatore comune insostituibile, non si può paragonare la situazione dell’Europa occidentale (e dell’America settentrionale, per quanto riguarda il Québec) con quella degli altri Continenti. Il pieno sviluppo della democrazia rappresentativa ha infatti permesso l’esercizio di una autonomia effettiva, accompagnata da un’altra conquista altrettanto importante, e cioè l’eliminazione – mediante la tutela delle culture minoritarie – del rischio e dell’ingiustizia rappresentati dall’assimilazione forzata. Ciò, beninteso, non soddisfa le nostre ambizioni e le nostre rivendicazioni. Dobbiamo tuttavia prendere atto del fatto che un corso, un fiammingo, un catalano, un abitante del Tirolo meridionale non soltanto possono parlare liberamente nella loro lingua, ma anche perpetuarla attraverso un sistema scolastico conforme alle proprie esigenze. Recentemente, grazie a un accordo stipulato tra la Calabria e l’Albania, gli studenti “arbresh” – circa sessantamila – potranno disporre di un insegnamento bilingue. Un tibetano o un uiguro vengono invece arrestati solo perché non rinunciano alla loro identità. Da questa fondamentale differenza non deriva – lo ripetiamo – la rinuncia all’Autodeterminazione, ma la coscienza che tutti gli stadi intermedi tra l’imposizione del centralismo perseguita in origine – tanto sul piano culturale quanto sul piano giuridico – dagli Stati nazionali costituiscono altrettanti passi importanti sulla strada della piena Indipendenza. Di qui deriva una conseguenza di ordine politico: con le Autorità centrali è necessario mantenere un rapporto dialettico, basato certamente sulla vertenzialità, che permette tuttavia degli avanzamenti importanti. I Fratelli Corsi meditino sull’apporto decisivo recato dai loro omologhi della Sardegna all’affermazione elettorale della Sinistra, che ha accolto nel suo programma molte loro rivendicazioni. E considerino anche quanto avvenuto in Spagna con la costituzione del Governo Sanchez. Le cosiddette “Autonomie” – ed in particolare la Catalogna e il Paese Basco – hanno ottenuto, in cambio del sostegno offerto all’Esecutivo dai loro Deputati, un ampliamento rilevante delle rispettive competenze. Se questo rapporto dialettico e vertenziale viene a cessare, se si entra cioè nella logica del “Tutto o niente”, si corre il rischio di uscire dall’ambito legalitario, aprendo un varco alla violenza e soprattutto fornendo un’occasione ai fautori del centralismo, i quali – siano essi la Meloni o Abascal – vorrebbero cancellare anche l’Autonomia già raggiunta e consolidata. È vero che anche gli altri partiti nazionali rifiutano – almeno per ora – la prospettiva indipendentista. La posizione di chi è disposto a negoziare un ampliamento dell’Autonomia non deve tuttavia essere confusa con quella di chi rifiuta tale prospettiva. La logica del “Tutto o niente” porta non solo alla tentazione di cadere nell’illegalità, e perfino nella violenza, ma determina anche il rischio che i movimenti indipendentisti vengano diretti – per i loro scopi – da servizi segreti stranieri. Questo rischio aumenta con l’avvicinarsi di una guerra. Di fronte a tale prospettiva, occorre evitare anche un’altra tentazione perniciosa, consistente nel credere che comunque “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Gandhi e Ben Gurion ottennero l’Indipendenza proprio perché avevano evitato questo errore. Essi costrinsero piuttosto la Potenza dominante a firmare una cambiale, che fu presentata all’incasso non appena cessate le ostilità in Europa. Hamas, non avendo nulla da perdere, può certamente dire che sostiene l’Indipendenza della Corsica o perfino della Liguria. Bisogna però fare accettare questa prospettiva all’Occidente, ponendo il problema di ridisegnare la mappa dell’Europa. Se gli Stati nazionali hanno bisogno del nostro sostegno, dobbiamo offrirlo, stabilendo naturalmente dei patti chiari ed esigendo un prezzo adeguato. Altrimenti continueremo a cullarci nell’illusione – coltivata nei tempi in cui andavano di moda le ideologie – che la soluzione dei nostri problemi potesse venire da soggetti estranei alla cultura e all’identità occidentale, e comunque non in grado di incidere sulla nostra realtà. Il “colonnello” Gheddafi – il quale, non essendo in realtà un colonnello, non era mai andato all’Accademia Militare – finanziava notoriamente tanto l’IRA quanto i nazionalisti “kanak” della Nuova Caledonia. Una volta, confondendo questi due Paesi, disse: “L’Irlanda, quella piccola isola vicina al Polo Sud”. A Corte si produrrà, come sempre, Cultura, e la radice della Libertà sta precisamente nella Cultura. Buon lavoro ai Fratelli Corsi e auguri a tutti quanti combattono – come diceva il Manzoni – “per difendere o conquistare una Patria”.

I nostri Fratelli Corsi annunciano l’imminente celebrazione – che ha luogo ininterrottamente ogni anno fin dal 1981 – dell’edizione 2025 delle “Ghjurnate Internaziunale di Corti”, località della loro Isola chiamata Corte in francese e in italiano. Mentre, però…

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Il Professore Gustavo Zagrebelsky, intervistato da “La Stampa” di Torino del 19 ottobre in merito alle accuse di parzialità mosse alla Dottoressa Iolanda Apostolico di Catania, denunzia come un pericolo per la sopravvivenza dello Stato di Diritto non tanto il fatto – già di per sé comunque molto grave – che qualcuno abbia assunto informazioni sulle vicende personali di questo Magistrato, bensì il fatto che queste notizie siano state raccolte (compensando chi le aveva fornite) nell’ambito di una evidente attività di schedatura.

Il Professore Gustavo Zagrebelsky, intervistato da “La Stampa” di Torino del 19 ottobre in merito alle accuse di parzialità mosse alla Dottoressa Iolanda Apostolico di Catania, denunzia come un pericolo per la sopravvivenza dello Stato di Diritto non tanto il …

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Matteo Messina Denaro si è costituito, dopo avere usato ab immemorabili – come si dice in latino – la identità di un complice: il quale – invocando la propria buona fede (!?) - pare sia riuscito addirittura ad evitare una denunzia per favoreggiamento.

Matteo Messina Denaro si è costituito, dopo avere usato ab immemorabili – come si dice in latino – la identità di un complice: il quale – invocando la propria buona fede (!?) - pare sia riuscito addirittura ad evitare una denunzia per favoreggiamento. Questo p…

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Pertinenza 14
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Lo Stato italiano assomiglia a quegli abitanti delle metropoli del Terzo Mondo che ogni mattina, al risveglio, devono inventarsi qualcosa per sbarcare il lunario. Essendo naturalmente privi di una fonte di entrate regolare, sono dediti dunque ai cosiddetti “lavori irregolari”: per cui si affannano intorno ai semafori, intenti a vendere giornali, bibite e generi alimentari. Nel giro di pochi giorni, i leghisti hanno dapprima annunciato un aumento dei pedaggi autostradali, per poi smentirlo nel giro di poche ore. Pretendendo per giunta che i cittadini fossero grati per aver loro evitato una maggiore spesa. Deliberata, guarda caso, proprio dai seguaci di Salvini. Un altro ex separatista, cioè Giorgetti, ha parlato davanti alla platea degli assicuratori, incaricandoli di redigere essi stessi la nuova legge regolatrice della loro attività. L’esecutivo rinuncia dunque a mediare tra gli interessi degli erogatori del servizio e i suoi utenti: i venditori di polizze avendogli conferito il proprio suffragio. Il ministro ha però lamentato che i titolari di agenzie di assicurazioni, dovendo indirizzare i clienti verso investimenti che preservino e possibilmente incrementino i loro risparmi, consiglino l’acquisto di buoni del tesoro tedeschi. Ritenendoli naturalmente più sicuri di quelli italiani. Se gli assicurati faranno rientrare in patria il proprio denaro, comprando viceversa dei titoli del tesoro nazionale, il governo chiuderà in cambio tutti e due gli occhi sulle loro evasioni fiscali. Un altro esponente dell’esecutivo ha infine prospettato che l’iscrizione alla mutua malattie sia considerata obbligatoria e a pagamento. Poiché però molti cittadini non sono in grado di sopportare questa spesa, verrà piuttosto istituito un onere. A chi sarà portato in ospedale – anche se in stato di incoscienza – verrà chiesto di esibire la polizza di assicurazione contro le malattie. Come avviene negli Stati Uniti d’America. Qualora non la possegga, gli verranno rifiutate le cure. I poveri disgraziati continueranno di conseguenza a non pagare, condannandosi a morte qualora si ammalino. I più ricchi preferiranno invece contrarre un’assicurazione privata, che permetterà loro di essere curati nelle cliniche di lusso. Non si calcola né l’aumento di prezzo delle merci trasportate “su ruota”, né il danno sociale – che ha logicamente il suo costo economico – derivante dall’aumento delle morbilità: per non parlare delle conseguenze causate dalle malattie sulle attività lavorative. L’importante è trovare quattro soldi per tirare a campare. Facendo fronte alla spesa corrente. Vale a dire mantenendo l’esercito composto dai dipendenti dello Stato e degli altri enti pubblici, nonché dai pensionati detti “di lusso”. Cui si deve aggiungere la truppa di complemento composta dai finti liberi professionisti che in realtà sono tali solo formalmente. In quanto lavorano soltanto per le amministrazioni pubbliche. Come i solerti avvocati cui si rivolge il nostro sindaco quando sta per intraprendere una manovra spericolata, e si tutela con un “parere” che naturalmente attesta in anticipo la liceità e la legittimità del suo operato. Non essendo però vincolante per l’autorità giudiziaria. Un altro espediente consiste nel destinare alla spesa corrente i fondi elargiti dall’Unione Europea per altri fini. I gerarchi di Bruxelles si sono però tutelati da tale abuso, facendo sottoscrivere a tutti gli Stati membri dell’Unione un trattato che riconosce la competenza della Procura Europea per i reati di cui l’Unione risulta parte lesa. Sarà dunque difficile fermare l’azione penale già promossa contro il nostro sindaco. Il fatto che ciò sia avvenuto all’insaputa della persona riguardata non è influente. L’indagato viene infatti avvertito quando si compie il primo adempimento processuale che richiede la partecipazione sua o dei suoi difensori. Il primo cittadino passò alla storia quando gli venne regalato un immobile “a sua insaputa”. Le donazioni di tali beni esigono l’accettazione di chi le riceve, che deve esprimerla mediante un atto notarile. L’inconsapevolezza di quanto avvenuto non era dunque sostenibile. Dulcis in fundo, le cronache ci informano che i componenti del Consiglio di Amministrazione della “Rivieracqua” richiedono un aumento dei loro emolumenti, tale da equipararli agli omologhi delle società a capitale privato. Malgrado la norma di legge che stabilisce un “tetto” per tali compensi. I poveri utenti penseranno naturalmente che gli aumenti delle tariffe non vengano impiegati per tappare i buchi nei tubi dell’acquedotto, bensì per ingrassare questi signori. L’ingresso di soci privati fu salutato come un evento foriero di nuovi investimenti, che però non si sono mai visti. In realtà, questa operazione avvenne in parallelo con un’altra, cioè la trasformazione in azioni dei crediti vantati dal Comune di Imperia nei confronti della vecchia azienda erogatrice. Lo stesso trattamento non venne però disposto per gli altri comuni, anch’essi creditori. I quali videro invece azzerato il proprio credito. Sommando le azioni di cui è titolare il Comune di Imperia e quelle acquistate dai privati, provenienti dal lontano Molise, la maggioranza assoluta nell’assemblea dei soci fu così garantita alla componente “bassotta”. Che procederà ora all’aumento dei compensi pagati ai propri e agli altrui rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione. Rischiando tutt’al più delle osservazioni da parte della Corte dei Conti. Tale organo può rifiutare la registrazione di un atto emanato da un ente pubblico. Esso non può viceversa impedire che produca i suoi effetti giuridici un atto compiuto da un soggetto di diritto privato. Rimane soltanto la possibilità che la magistratura inquirente rilevi in tale comportamento un profilo penale. Se un privato entra nella gestione di un servizio pubblico, si sente inevitabilmente puzza di bruciato. L’erogazione di tali servizi non deve infatti essere finalizzata a realizzare un guadagno. Come è invece perfettamente lecito e naturale nelle normali attività imprenditoriali. Naturalmente, gli amministratori devono evitare il dissesto dei soggetti erogatori. Se però essi sono motivati a entrare nel “business” dalla ricerca di un profitto, finiscono o per trascurare la quantità e la qualità delle prestazioni, o addirittura per cadere nell’illecito, pur di realizzare un guadagno. La vicenda di “Rivieracqua” conferma puntualmente questa regola. Peccato che non se ne siano accorti i rappresentanti dell’opposizione, espressi dai comuni amministrati dalla sinistra. La quale dovrebbe tutelare gli interessi dei cosiddetti “ceti popolari”. Cui però non appartengono i rappresentanti della grande proprietà edilizia, né gli altrettanto grandi commercialisti. I quali detengono la “leadership” di tale parte politica in sede locale.

Lo Stato italiano assomiglia a quegli abitanti delle metropoli del Terzo Mondo che ogni mattina, al risveglio, devono inventarsi qualcosa per sbarcare il lunario. Essendo naturalmente privi di una fonte di entrate regolare, sono dediti dunque ai cosiddetti “la…

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Diversi anni or sono, l’allora Arcivescovo di Siena, Monsignor Mario Ismaele Castellano, ebbe la malaugurata idea di invitare nella sua diocesi il Cardinale Cottier, suo confratello domenicano originario della Svizzera francofona. L’illustre porporato venne alloggiato nella foresteria del Seminario, che funge da confortevole albergo, immerso in un parco di piante secolari nel Chianti e ospitato in una splendida villa rinascimentale. Cottier, però, malauguratamente inciampò nella storica magione e si ruppe una gamba. La coppia di simpatici coniugi napoletani che gestisce la struttura lo confortò, ricordando che l’assicurazione, debitamente contrattata, avrebbe coperto tutti i danni. Il Cardinale, però, ritenendo che la sua gamba valesse più del “massimale”, intentò una causa civile e la vinse, costringendo i malcapitati gestori a corrispondergli la differenza. Egli confermò così la tradizionale “fetenzia” – come appunto si dice a Napoli – tanto degli Elvetici quanto dei Domenicani, che nella sua persona si sommavano producendo un effetto letale. Ora questa situazione si sta ripetendo ai danni di Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo. Quando il suo noto locale venne sottoposto a una radicale ristrutturazione, il titolare dell’impresa incaricata dei lavori gli consigliò di “pianellare” – come si dice nella nostra lingua – eliminando il dislivello esistente tra la parte del locale affacciata sul porto e quella collocata a monte. Il nostro amico si oppose energicamente a tale suggerimento, adducendo che l’eliminazione dello scalino che divide in due la sala da pranzo avrebbe significato un tradimento della Tradizione: tanto familiare quanto linguistica e soprattutto spirituale. Di cui si sentiva responsabile, e dunque tenuto a perpetuarla. Data l’irremovibilità del Titolare, lo scalino esiste tuttora. Già in passato, un cliente – malgrado fosse stato ammonito, come tutti gli altri avventori, da “Braccioforte” con il suo “Facci attenzione al scalino!” – trascurò l’avvertimento e andò a sbattere per terra “col muro”. In italiano si direbbe che l’uomo prese una facciata. Puntualmente risarcita dall’assicurazione. Dopo questo episodio, il giovane Riccardo Martini Sartorelli, subentrato al padre nella direzione del ristorante, provvide a munire lo scalino di un avveniristico impianto di illuminazione, che serve a segnalarlo nottetempo. Il dramma, ciò malgrado, si è ripetuto: un cliente si è “ingarambato” e si è “imbattuto” sul pavimento, rompendosi “i ginocchi”. In realtà la frattura ha riguardato uno solo, ma la tentazione di comporre un plurale braccese è più forte del dovere di riferire fedelmente quanto accaduto. La moglie dell’infortunato, anziché rivolgersi all’assicurazione, minaccia un’azione civile. Segno evidente dell’intenzione di sfondare il massimale, lucrando ulteriormente sull’infortunio occorso al marito. Esprimiamo la nostra solidarietà al Presidente dell’Accademia della Lingua Braccese, che – con il proprio rischio e con ulteriore sacrificio economico (il nostro amico già finanzia tutta l’attività di ricerca e di insegnamento) – testimonia il proprio attaccamento alla comune identità e Tradizione. L’episodio dimostra anche che lo Stato italiano, servendosi dei propri servili sostenitori, non rinuncia alla sua politica di assimilazione forzata. Cui non soltanto noi resistiamo. Se la giovane Mafalda Martini Bisson, nipote di “Braccioforte”, ha scritto in un tema della prima elementare che “i” Evangelisti erano quattro, uno studente sardo ha redatto l’intero elaborato d’italiano della maturità nella propria lingua. Venendo ugualmente promosso dalla commissione. Un avvocato di Albenga, a sua volta, ha preteso che il suo matrimonio fosse celebrato con il rito civile in lingua “regionale”. È invece cessata, per disposizione della Curia Arcivescovile di Genova, la celebrazione della Messa in ligure, che riuniva un gruppo di fedeli nel Santuario della Vittoria, situato sopra Mignanego e così chiamato perché i Genovesi vi vinsero nel Settecento una battaglia contro i Piemontesi, i quali tentavano di sottomettere la Repubblica. La scusa addotta dall’autorità ecclesiastica consiste nel fatto che la Conferenza Episcopale – non a caso “italiana” – ha negato l’autorizzazione alla traduzione del Canone. Ciò non avrebbe comunque impedito al celebrante di predicare nella nostra lingua. Che viene impiegata per dire Messa nel Principato di Monaco, dove è altrettanto ufficiale quanto il francese. Anche il Principe Ranieri era orgogliosamente bilingue. La Conferenza Episcopale del piccolo Stato ha deliberato l’approvazione del Messale in ligure all’unanimità. Raggiunta agevolmente, dato che a Monaco esiste un solo Vescovo, “immune da soggezione”. Raccomandiamo a tutti coloro che desiderano sostenere la nostra causa di preferire per i loro convivi il ristorante “Braccioforte”, il quale destina ad essa una parte del guadagno. “Fando” attenzione, naturalmente, “al” scalino. Altrimenti, i soldi saranno spesi tutti per i risarcimenti.

Diversi anni or sono, l’allora Arcivescovo di Siena, Monsignor Mario Ismaele Castellano, ebbe la malaugurata idea di invitare nella sua diocesi il Cardinale Cottier, suo confratello domenicano originario della Svizzera francofona. L’illustre porporato venne al…

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Pertinenza 8
Archivio storico

Massimo Viglione – Habemus Papam?

…attendibile. C’è in realtà chi si è spinto addirittura oltre, ipotizzando una violenza fisica subita dal Pontefice, sottomesso a “torture” denunciate cripticamente nei suoi interventi pubblici. Osserviamo a tale riguardo come, qualora la condizione del “Papa e…

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Pertinenza 8
Archivio storico

Un amico musulmano, il quale ha già acquisito la cittadinanza italiana, ci ha confidato che voterà per il Sindaco uscente, avendone apprezzato la presenza alla Festa del Fitr.

Un amico musulmano, il quale ha già acquisito la cittadinanza italiana, ci ha confidato che voterà per il Sindaco uscente, avendone apprezzato la presenza alla Festa del Fitr. Il suo rivale, Ispettore Bracco, è offeso con noi perché ci siamo permessi di dire a…

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Pertinenza 8
Archivio storico

Il giornale radio delle otto di mattina di domenica 29 gennaio 2023 si è aperto con la trasmissione di un bollettino di guerra, fosco presagio di quanto si prepara per le nostre truppe sul fronte ucraino.

Il giornale radio delle otto di mattina di domenica 29 gennaio 2023 si è aperto con la trasmissione di un bollettino di guerra, fosco presagio di quanto si prepara per le nostre truppe sul fronte ucraino. Si è riferito di una aspra pugna ingaggiata a Trastever…

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Pertinenza 6
Archivio storico

Nel suo articolo pubblicato ieri su La Stampa di Torino, Massimo Cacciari constata lucidamente – anticipando i risultati del “Vertice” di Anchorage – il modo in cui la guerra in Ucraina si avvia sostanzialmente a concludersi. Quanto ci attende, in sostanza, è il cosiddetto “decoupling” dell’Europa dalla Russia, o meglio dalla parte orientale del nostro continente. Se è vero che gli avvenimenti successivi alla caduta del Muro di Berlino hanno permesso di includere molti Paesi dell’Est tanto nell’Unione Europea quanto nell’Alleanza Atlantica, è altrettanto vero che non solo permane la contrapposizione tra la “Prima” e la “Terza Roma”, ma soprattutto si manifesta l’impossibilità di saldare in una nuova unità le due parti del continente. Ciò faceva parte tanto dei piani concepiti dai nostri grandi dirigenti del dopoguerra quanto, soprattutto, dei grandi Papi. In particolare Giovanni Paolo II, senza dimenticare che già Paolo VI – incontrando a Gerusalemme il Patriarca Atenagora – mostrava di ritenere imprescindibile la prospettiva della riconciliazione tra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente. Laddove – annota Cacciari – il Concilio Vaticano II “poneva la complementarietà, oggi si erge una muraglia cinese”. Se è vero che il vertice tra Putin e Trump si è concluso con un accordo tanto solido quanto inconfessabile, in base al quale l’America riconosce in prospettiva alla Russia l’estensione della sua egemonia sull’intera Ucraina – mentre gli “esperti” si domandavano quanti territori sarebbero stati attribuiti alla sovranità de facto di Mosca – è altresì vero che l’innalzamento di una nuova “Cortina di Ferro” (o di una nuova Muraglia Cinese, come la definisce Cacciari) sul suo confine orientale mette l’Europa nell’impossibilità di divenire “una potenza economica globale, né dal punto di vista demografico, né per le risorse energetiche disponibili, né sotto il profilo economico, produttivo, tecnologico”. L’Europa occidentale si riduce dunque a costituire un avamposto isolato, o meglio contrapposto, simile alla fortezza del Deserto dei Tartari rispetto al suo entroterra euroasiatico. Con la prospettiva di rinchiudersi in una dimensione ristretta e asfittica. Di chi è la colpa di questa situazione? La “vulgata” più diffusa tra gli analisti la attribuisce a Putin, il quale indubbiamente ha voluto affermare le ragioni del suo Paese – deciso a riconquistare tanto la propria integrità territoriale quanto lo status di grande potenza – mediante una violazione del Diritto Internazionale. Solo Putin – si domanda Cacciari – è dunque l’Anticristo? “Piace crederlo? Bene, lasciamolo credere.” Il professore pone allora la questione delle responsabilità dell’Occidente, che non ha voluto fermare la propria espansione militare verso Est, suscitando nella Russia l’atavica paura delle invasioni: prima quella svedese, poi quella napoleonica e infine quella nazista. Quel che conta, però – a prescindere dall’attribuzione delle responsabilità – è che l’Europa ha perduto la sua grande occasione storica. Il nostro continente, “una volta caduto il socialismo reale, avrebbe finalmente potuto essere Occidente ed Eurasia insieme: speranza crollata”. Non oggi, quando Trump abbandona al suo destino l’Ucraina, senza riconoscere espressamente che questo è il risultato del vertice con Putin. Un esito tanto più inconfessabile in quanto contraccambiato con le concessioni sullo sfruttamento dell’Artico. Lenin disse che i “capitalisti” avrebbero venduto ai “bolscevichi” persino “la corda per impiccarli”. Putin, che si atteggia a fedele ortodosso, è in realtà – tra tutti i suoi successori – il più fedele all’insegnamento di Vladimiro Il’ič Ul’janov. Con una strana eterogenesi dei fini, la Russia si espande non già per respingere un’invasione, né semplicemente per estendere il territorio incluso nei propri confini militari, quanto piuttosto nel nome di un’ideologia. Che non è più, naturalmente, quella socialista, ma piuttosto il pensiero panslavista e panortodosso: il pensiero, cioè, che sostiene la sua identità nazionale. Proprio per questo, l’Europa occidentale non deve temere un’ulteriore espansione verso Ovest che – quand’anche risultasse possibile – finirebbe per contaminare, appunto, l’identità della Russia. Ciò nondimeno, l’erezione di un confine impenetrabile a Est ci rinchiude in una visione difensiva e ristretta della nostra identità cristiana occidentale. Cacciari aveva già indovinato – durante la Vacatio Sedis – l’esito del Conclave, intuendo il disegno di un Papato, o meglio di un Cattolicesimo, che l’ex sindaco definiva “carolingio”. Ora il professore ha intravisto con qualche ora di anticipo l’esito del vertice di Anchorage, che risultava prevedibile tenendo conto della situazione internazionale. Trump si preoccupa soltanto del tornaconto economico, che già lo ha spinto a rinnegare la “solidarietà occidentale”. L’Europa, naturalmente, protesta ad alta voce, ma si compiace per non dover aggiungere al danno derivante dai dazi la spesa necessaria per comprare in America le armi da destinare all’Ucraina. Ammesso che il tycoon sia ancora disposto a venderle. Per arricchirlo, basta la vendita delle materie prime energetiche, senza le quali andremo a piedi e passeremo l’inverno al freddo. Putin ha vinto su tutta la linea: avendo ritrovato lo status di grande potenza e accingendosi a restaurare l’unità del “Mondo Russo”, umiliando per giunta l’Europa occidentale, che non poteva avventurarsi in Ucraina con le proprie truppe senza l’apporto americano e soprattutto senza rischiare una guerra mondiale. Ora dovremo tuttavia continuare a fare a meno del nostro migliore fornitore di gas. Risulta evidente la contraddizione tra i nostri proclami altisonanti, in difesa del Diritto Internazionale e della causa della libertà dei popoli, e la convenienza di mantenere un relativo benessere, comunque declinante e soprattutto non supportato da una nostra forza militare, politica ed economica. L’Europa occidentale assomiglia sempre più al Basso Impero Romano.

Nel suo articolo pubblicato ieri su La Stampa di Torino, Massimo Cacciari constata lucidamente – anticipando i risultati del “Vertice” di Anchorage – il modo in cui la guerra in Ucraina si avvia sostanzialmente a concludersi. Quanto ci attende, in sostanza, è …

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Pertinenza 2
Politica e società

Ceuta, Fratelli Musulmani e migrazioni: analisi geopolitica

Lo sbarco di Ceuta è stato organizzato dai Fratelli Musulmani, i quali controllano l’Islam in tutta l’Europa occidentale, gestendo la rete delle moschee. In Italia, queste fanno capo all’Unione delle Comunità Islamiche, notoriamente considerata un’interfaccia …

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