Ricerca interna

Risultati per “attualità politica”

La ricerca considera titolo, riassunto, testo e tag e distribuisce i risultati su più pagine.

1101 risultati trovatiPagina 1 di 56
Scritto Pubblicato
Pertinenza 52
Archivio storico

L’Inghilterra è l’unico Paese occidentale in cui non esistono i Vigili Urbani. Per un motivo ben preciso: le funzioni di polizia giudiziaria, di ordine pubblico e perfino di polizia amministrativa non possono essere esercitate da nessun soggetto diverso dallo Stato. Questa particolarità della Gran Bretagna ci è venuta in mente osservando, questa mattina di buon’ora, la consueta colossale operazione volta alla ricerca, all’identificazione e all’annientamento degli utenti abusivi del trasporto pubblico. In cui però, questa volta, erano impegnati insieme ai solerti ispettori della "R.T." – moltiplicati di numero man mano che i conducenti non possono più superare l’esame di revisione della patente “E pubblica”, venendo di conseguenza sbarcati come i “marittimi” privi del libretto di navigazione – anche gli agenti e le agenti della “Vigile”. Cioè dipendenti di un soggetto di diritto privato. I quali non possono svolgere nessuna funzione di polizia amministrativa, né tanto meno di polizia giudiziaria, salvo incorrere nel reato di usurpazione di funzione pubblica. Siamo dunque giunti al punto in cui la cariocinesi dello Stato porta alla costituzione di milizie private. Esattamente come nell’Alto Medioevo. Il “Bassotto” agisce dunque come il mitico Arduino di Ivrea, che – nella dissoluzione dei regni barbarici – ne costituì uno proprio. Intanto, a Roma, la Meloni – assenti i colleghi francese, inglese e tedesco – ospita la Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina. Raccontavano Gianni e Susanna Agnelli di come il loro nonno – il mitico senatore Giovanni Agnelli – si fosse recato a Roma, nel fatidico giugno del 1940, per scongiurare Mussolini a non entrare in guerra. Il senatore tornò felice a Torino, avendo ricevuto dal “Duce” le più ampie rassicurazioni al riguardo. Poche ore dopo, Mussolini annunciò l’ingresso dell’Italia nel conflitto. Cui la Confindustria si opponeva – come anche la Casa Reale, il Vaticano ed una parte dello stesso Partito Fascista – per il semplice motivo che la distruzione delle fabbriche (l’aviazione non era più quella dei tempi di Francesco Baracca) avrebbe danneggiato i suoi interessi, senza essere compensata dalle commesse di guerra. Ora, invece, centinaia di “cummenda”, capi di altrettante piccole fabbriche (non solo lombarde), gongolano vedendosi promettere contratti con lo Stato italiano (quello ucraino non ha il becco di un quattrino), contribuendo per l’appunto alla “ricostruzione”. Che, in primo luogo, avviene dopo la guerra – ben lungi dall’essere finita – e, in secondo luogo, è realizzata dai vincitori. Vedi il caso della Siria, dove Erdoğan, essendo intervenuto per il tramite del cittadino turco Giulani, se l’è aggiudicata, facendola per giunta pagare dai sauditi. È vero che gli attuali “sciur Brambilla” hanno in comune con i loro antenati del 1915 il fatto di non poter essere bombardati (almeno per il momento), ma intanto andremo a ricostruire Kiev soltanto quando si sarà raggiunta un’improbabile e comunque remota pace vittoriosa. Per arrivare a questo obiettivo, ci vuole però una guerra mondiale. Durante la quale nessun obiettivo in Italia, ed in tutto l’Occidente, sarà al sicuro. Se dunque i “padroncini” italici si aggrappano a questa speranza quale “Ultima Dea”, ciò significa che sono tutti quanti dei disperati questuanti alla ricerca di qualche commessa pubblica per sopravvivere. Nel mondo sono in corso attualmente due guerre, una delle quali si combatte per l’appunto in Ucraina, e l’altra in Medio Oriente. L’una vede contrapporsi l’Est e l’Ovest del mondo, l’altra il Nord e il Sud. A ben vedere, però, questa distinzione risulta labile. La Russia fa infatti parte dei cosiddetti BRICS, cioè del cartello che riunisce i Paesi del meridione, mentre nell’altro conflitto si confrontano l’Oriente islamico e l’Occidente, essendo Israele l’avanguardia della civiltà giudaico-cristiana. La Meloni compie una scelta di campo. Se però i valori in gioco sono tanto elevati e importanti, la Presidente del Consiglio dovrebbe invocarli a fondamento di una causa nazionale. Quale venne concepita a suo tempo quella dell’Italia nel 1915-1918, quando, in effetti, un’adesione popolare permise la vittoria. Se la Meloni ritiene invece – e lo proclama apertamente – che siano in gioco soltanto le elemosine di qualche futura ed incerta commessa pubblica (per il momento stiamo soltanto ricostruendo la cattedrale di Odessa, dove sono all’opera i pur bravissimi esperti dell’Istituto Centrale del Restauro), risulta poco probabile che la Signora della Garbatella mobiliti gli italiani. Non avendo il necessario prestigio, e soprattutto considerando la guerra come l’occasione per regolare i conti con i propri competitori, a colpi di “Decreti Sicurezza”, grazie ai quali finiremo per chiederle il permesso perfino per andare ad orinare. Se vogliamo considerare l’aiuto a due Paesi aggrediti, in violazione del diritto internazionale, come una causa di tutti gli italiani, non possiamo affidarci a una persona che rappresenta soltanto l’estrema destra, e che tenta di raggranellare intorno al governo il consenso di qualche speculatore e di qualche brasseur d’affaires. I quali gremiscono la platea di Roma in qualità di “compagnia dell’applauso”. Avendo a che fare con i veri imprenditori come gli imbucati del Forte di Ventimiglia, accorsi per applaudire un economista che annunciava loro la fine della libertà di intrapresa. Di questo obiettivo, la destra ha sempre accusato la sinistra, malgrado i “comunisti” abbiano sempre affidato il governo dell’economia ai tecnici della Banca d’Italia. Analogamente, la destra si opponeva alla costituzione delle Regioni perché questi enti – essendo competenti in materia di “polizia urbana e rurale” – avrebbero armato un’armata rossa pronta a marciare dall’Emilia e dalla Toscana su Roma. Ora la destra non usa neanche più la polizia regionale, e si affida alle milizie private, i cui componenti vengono assunti senza ricorrere alla fictio juris costituita dalla celebrazione di un concorso. Nella “Vigile” si viene infatti assunti per chiamata diretta. Proprio come nel Comitato Olimpico. Dei “pallanuotisti”, però, non c’è più bisogno.

L’Inghilterra è l’unico Paese occidentale in cui non esistono i Vigili Urbani. Per un motivo ben preciso: le funzioni di polizia giudiziaria, di ordine pubblico e perfino di polizia amministrativa non possono essere esercitate da nessun soggetto diverso dallo …

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 43
Archivio storico

Per comprendere le caratteristiche assunte da qualche anno a questa parte dallo svolgimento delle “Ghjurnate Internaziunali” di Corte, che sembrano fortemente accentuarsi nella imminente edizione del 2025, occorre riepilogare brevemente le ultime vicende del Movimento Autonomista ed Indipendentista della Corsica, nell’ambito del quale si è determinata una frattura. Da una parte sono schierati tutti i raggruppamenti tradizionali, che compongono la Maggioranza nell’Assemblea Regionale e sostengono l’attuale Governo dell’Isola. Dall’altra parte si colloca un nuovo soggetto politico, denominato “Corsica Nazione”: essendo di recente costituzione, e non avendo dunque partecipato alle ultime elezioni, conta su di una sola rappresentante nell’Assemblea di Ajaccio, distaccatasi da una delle formazioni già esistenti, la quale si è distinta per il suo atteggiamento particolarmente battagliero e polemico. L’oggetto del contendere è costituito dal nuovo accordo stipulato tra la Regione e le Autorità Nazionali della Francia. Tale patto ha già superato l’esame del Consiglio di Stato, che verteva sulla sua legittimità, e deve ora passare al vaglio dell’Assemblea Nazionale di Parigi, la quale deve approvarlo con una maggioranza di almeno i tre quinti dei propri componenti. I Corsi potranno infine accettarlo o respingerlo esprimendosi in un apposito referendum. L’iter ricalca sostanzialmente quello stabilito in Spagna per l’introduzione e l’emendamento degli Statuti di Autonomia. È indubbio che tale condizione risulti rafforzata, venendo ampliata la competenza legislativa e amministrativa attribuita alla Regione. Anche se, la Corsica essendo un Ente Pubblico Territoriale – e non un soggetto componente una Federazione o una Confederazione – viene posto all’esercizio dell’autonomia il limite cosiddetto “verticale”. Esattamente come in Italia, dove le Regioni possono introdurre le proprie norme “nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato”. Il Movimento “Corsica Nazione”, oltre a dissentire dal contenuto dell’accordo – come vedremo più avanti – in base alle mancate attribuzioni di nuove e più ampie competenze, denuncia che quanto recentemente stipulato procrastina “sine die” l’auspicato esercizio dell’autodeterminazione. Peraltro, anche gli altri Movimenti considerano l’autodeterminazione come il punto di arrivo della loro azione politica. La sua realizzazione dipende però da due condizioni, su cui attualmente nessuno può influire. Una di esse è costituita dal ridisegno complessivo di tutti gli attuali confini dell’Europa Occidentale, che porti a superare e a riaggregare gli Stati nazionali esistenti. Ciò avverrà solo quando si produrranno le circostanze storiche che lo rendano possibile. In Europa Orientale, questo avvenne a partire dal 1989. Nel frattempo, l’unico obiettivo che si può conseguire consiste, per l’appunto, nell’ampliamento delle Autonomie e nella loro corretta ed efficiente gestione. Risulta dunque sbagliato affermare che un accordo come quello stipulato tra Ajaccio e Parigi allontani questo momento. Si tratta viceversa di un atto che, nei limiti del possibile, lo avvicina, anche se non sappiamo quanto si dovrà ancora attendere per raggiungere la meta. Sarebbe troppo lungo, oltre che praticamente impossibile, elencare tutte le conquiste raggiunte in Europa Occidentale dai diversi movimenti regionalisti. La loro utilità risulta evidente – a parte tutte le considerazioni di ordine giuridico – per due motivi: Aver arrestato, ed anzi rovesciato, la tendenza – propria degli Stati nazionali – a praticare l’assimilazione culturale. Aver formato nuove classi dirigenti, capaci di gestire un’autonomia sempre più ampia. Veniamo comunque alle obiezioni mosse dal Movimento “Corsica Nazione” all’accordo con la Francia. In primo luogo, si denuncia la mancanza di misure volte a favorire la cosiddetta “corsizzazione” dell’amministrazione pubblica, vale a dire il reclutamento del personale tra i soggetti autoctoni. Nel caso del Tirolo Meridionale, questo obiettivo è stato raggiunto, pur senza scalfire né il principio costituzionale di uguaglianza, né le prerogative proprie dello Stato. A Bolzano, infatti, si è adottato il metodo delle “quote”: a ciascun gruppo etnico si riserva una presenza proporzionale al numero dei componenti nei quadri dell’amministrazione pubblica. I relativi concorsi si svolgono di conseguenza nella rispettiva lingua. Dato che il corso è già da tempo inserito nell’insegnamento scolastico, si può esigere la sua conoscenza ai dipendenti pubblici, come avviene per il francese in Valle d’Aosta. C’è poi il problema costituito dal divieto, per i non residenti, di acquistare beni immobili. A questo riguardo, ricordiamo che non si possono porre limitazioni – in base ai Trattati europei – neanche agli stranieri cittadini di Paesi membri dell’Unione. In questo caso, comunque – salvo naturalmente nel caso che venga acquisita l’indipendenza – non si può ledere una competenza che rimane dovunque attribuita allo Stato. C’è infine la pretesa di limitare l’acquisizione della residenza da parte di cittadini francesi non originari della Corsica, e perfino l’esercizio da parte di costoro del diritto di voto nelle elezioni amministrative. Al riguardo, vale lo stesso discorso sviluppato a proposito del divieto di acquistare beni immobili. Porre oggi dei problemi di questo genere significa, comunque, pretendere di costruire la casa partendo dal tetto. Per giunta, i movimenti autonomisti ed indipendentisti devono evitare di cadere nella logica – a nostro avviso sbagliata – del “tutto o niente”. A parte il fatto che questa scelta conduce, in genere, a non ottenere nulla – e perfino a perdere le conquiste già acquisite – essa deriva dal non capire come la causa dell’autonomia, e quella stessa dell’autodeterminazione, si inseriscano nel processo di costruzione di una democrazia più solida ed avanzata in tutta l’Europa Occidentale. Questa causa accomuna gli autonomisti e gli indipendentisti con tutte le forze che contrastano l’attuale tendenza all’autoritarismo, che si manifesta anche, anzi soprattutto, nel ritorno al centralismo. Non si può dunque fare a meno di distinguere tra le forze politiche nazionali disposte a concedere un ampliamento delle autonomie e quelle che, viceversa, lo rifiutano per principio. Alla logica del “tutto o niente” si contrappone dunque quella del negoziato. Anche qui, ci asteniamo dal citare il lungo elenco di situazioni nelle quali questa scelta ha portato benefici concreti. Un’ultima annotazione riguarda il fatto – già notato l’anno scorso – che non saranno presenti a Corte molti movimenti autonomisti dell’Europa Occidentale, mentre ci saranno gli indipendentisti della Nuova Caledonia e degli altri cosiddetti “Confettis de l’Empire”. La loro causa è certamente rispettabile, ma si inquadra in tutt’altro contesto politico e giuridico. Nel loro caso, l’alternativa è tra rimanere delle prefetture d’oltremare o distaccarsi del tutto dalla Francia. Nel nostro, si tratta invece di continuare un processo che ha portato a progressi concreti e positivi. La rottura consumata nell’ambito dell’autonomismo corso riflette infine quella tra quanti credono che comunque “i nemici dei miei nemici siano miei amici”. Il che, nel caso dell’Europa di oggi, conduce – esattamente come la logica del “tutto o niente” – all’isolamento, o peggio, al rischio di criminalizzazione. Allearsi con Hamas comporta stabilire rapporti pericolosi con certi servizi segreti stranieri che puntano alla destabilizzazione – anche violenta – dell’Europa Occidentale. Partecipando, viceversa, alla sua difesa non soltanto si rafforza la democrazia – che costituisce l’ambito indispensabile per ogni ampliamento delle autonomie regionali – ma si sceglie anche la parte vincente. Occorre dunque chiarire fin da ora quale compenso si esige per il nostro apporto, che consiste nel prendere atto delle nostre rivendicazioni, nella certezza che verrà inevitabilmente il momento propizio per affermarle.

…utodeterminazione. Peraltro, anche gli altri Movimenti considerano l’autodeterminazione come il punto di arrivo della loro azione politica. La sua realizzazione dipende però da due condizioni, su cui attualmente nessuno può influire. Una di esse è costituita d…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 40
Archivio storico

Si è svolto a Roma l’ennesimo Convegno di Studi dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini, che abbiamo potuto in parte ascoltare su Radio Radicale. La ricerca sulla figura del grande intellettuale friulano è inesauribile. Non solo in quanto operò in campi molto diversi, ma soprattutto perché oggi più che mai si rivela l’attualità e la visione anticipatrice espressa nella sua opera. Quel che più stupisce è che gli studiosi – pur agendo con scopi ben più nobili rispetto all’aggiudicazione all’una o all’altra parte politica dell’eredità spirituale di Pasolini – si accapigliano per stabilire se egli fosse “di Destra” o “di Sinistra”. In realtà, come tutti i grandi uomini, egli superò già in vita i confini tra queste due appartenenze. Essendo soprattutto cosciente – trattandosi di un uomo radicale nelle sue scelte e nelle sue prese di posizione, ma mai fazioso né intollerante – di come il disastro che riteneva inevitabile avrebbe travolto tutti. Viene in mente, ripensando alla sua unica intervista televisiva, in cui disse di credere nel progresso, ma di non credere nello sviluppo, e soprattutto – aggiunse – “in questo tipo di sviluppo”, il Leopardi diffidente delle “magnifiche sorti e progressive”. Ci fu certamente un settore clericale che si dedicò a demonizzare Pasolini, denunciandolo come blasfemo. Quale in realtà egli fu, in molte delle sue opere cinematografiche, non essendo però certamente motivato dalla volgarità. Né tantomeno dalla volontà di perseguire una notorietà a buon mercato – o peggio un guadagno materiale – quanto perché Pasolini, volendo animare il dibattito sulle idee, era volutamente provocatorio. Laddove, come nell’attività di opinionista – che costituisce indubbiamente la parte migliore del suo lascito culturale – non risultava necessario impattare il pubblico, cioè per l’appunto épater les bourgeois, per indurre a una riflessione (sempre che non fosse fuorviato dalla repulsione piccolo-borghese nei riguardi dello scandalo), le idee di Pasolini hanno manifestato col trascorrere del tempo la loro sconvolgente attualità. Quando si usciva dalla polemica contingente con i censori, mossi tanto da un perbenismo retrogrado quanto da un’insuperabile incapacità di comprensione, le critiche mosse a Pasolini “da Sinistra” rivelavano un ritardo e un’ottusità in fondo ben più gravi di quelle manifestate dalla Destra cattolica. Se Pasolini si schierò con il Partito Comunista, fu in quanto vedeva in questa aggregazione politica l’unico soggetto in grado – se avesse voluto, e se ne fosse stato capace – di organizzare una resistenza delle masse popolari all’omologazione. Questa fu la ragione profonda per la quale Pasolini si schierava all’Opposizione. Si veda, al riguardo, quanto egli scrisse nel famoso articolo detto “delle lucciole”, che costituisce, se non un testamento spirituale, quanto meno un epitaffio per sé stesso. Dobbiamo però domandarci – a nostro modesto avviso – chi in realtà, al di là delle polemiche contingenti, contrastava le idee di Pasolini. Se riusciamo a dare una risposta spassionata e corretta a questo fondamentale quesito, ci accorgiamo che il regista di Casarsa non vedeva una sostanziale differenza di responsabilità, tra i diversi soggetti politici, per la tendenza presa dalla società italiana. Certamente la televisione di Stato – superata però in seguito di molte lunghezze da quella privata, di cui Pasolini non vide la devastazione spirituale indotta nel popolo soltanto perché morì a tempo – aveva svolto un ruolo determinante nel distruggere la cultura popolare italiana. E con essa la nostra identità. O meglio: le nostre identità. Che Pasolini andava inseguendo dove ancora sopravvivevano. Spostando la sua ambientazione dall’estremo Nord, in cui era nato e dove si era formato intellettualmente (le sue prime prove letterarie furono non a caso in lingua regionale), verso il Meridione. I personaggi di Pasolini si espressero dapprima in romanesco, poi in napoletano. Il regista uscì infine dall’ambito italiano, e andò a girare uno dei suoi film nello Yemen. Non essendo attratto da un esotico commerciale da cartolina, bensì perché la cultura popolare vi sopravviveva. E con essa un’identità che è rimasta irriducibile all’omologazione. Se Pasolini fosse ancora vivo, dialogherebbe probabilmente con quegli intellettuali occidentali che sono divenuti musulmani. Non in quanto condividerebbe la loro conversione religiosa, ma perché vedrebbe nella loro scelta un tentativo di resistere all’omologazione. Il Partito Comunista – anche se solo in alcuni momenti e su alcuni temi specifici i suoi rappresentanti ufficiali nel campo della cultura polemizzarono apertamente con Pasolini – non comprese tuttavia quali fossero i motivi profondi per cui l’essere il grande regista un suo “compagno di strada” sussumesse in realtà un disaccordo di fondo. Che non fu mai chiarito. Il Partito – per dirlo brutalmente – era pienamente disposto ad accettare senza alcuna remora l’omologazione, cioè la perdita di ogni identità, pur di essere cooptato nel sistema di potere che già aveva instaurato questa tendenza. Ci fu un momento in cui il dissenso tra Pasolini e i comunisti affiorò, e fu quando il regista si schierò dalla parte degli agenti di polizia che si erano scontrati con gli studenti a Valle Giulia. Non perché gli uni fossero “figli del popolo” e gli altri espressione di una borghesia – quella rappresentata dal cosiddetto “generone” romano – che non era stata neanche in grado di produrre in termini meramente economici, vivendo da parassita ai margini del potere. Se questa fosse stata la motivazione della scelta di Pasolini, avrebbe avuto ragione chi lo accusava, sia pure opportunisticamente, di essere un demagogo. Cosa che l’intellettuale friulano non fu assolutamente mai. Pasolini vedeva negli agenti meridionali dei soggetti che ancora avevano un’identità. Che avrebbero perduto anch’essi, proprio in quanto nessun soggetto politico si preoccupava di difenderla. C’è un’altra presa di posizione di Pasolini che rivela la sua consapevolezza: quella relativa alla scelta dei comunisti di difendere – dapprima prevalentemente, e poi esclusivamente – i diritti individuali. L’uomo arrivò non a caso ad opporsi alla libertà di abortire. Sacrificando, anzi sussumendo completamente, i diritti sociali e collettivi. Prendendo le parti degli omosessuali, anziché dei disoccupati, non si sarebbe comunque evitato il disastro. Quanto meno, però, si sarebbe mantenuto l’unico strumento di cui ancora il popolo disponeva per difendere la propria identità. Che consiste precisamente nella solidarietà collettiva. Per capire quanto le ragioni profonde di Pasolini non consistessero in un’epidermica – benché comprensibile – antipatia nei confronti dei borghesi “de Sinistra” (cui l’uomo preferiva giustamente i sottoproletari delle borgate), quanto piuttosto in una corretta individuazione del soggetto antagonista, basta vedere che fine hanno fatto gli studenti di Valle Giulia. Privi com’erano fin dall’inizio di un’identità culturale – vorremmo dire spirituale – hanno finito per non averne neanche una politica. La Schlein è la loro rappresentante più appropriata, dato che non si pone nessuna domanda di carattere filosofico, bensì solo quella inerente al colore degli abiti. Se Pasolini fosse vivo, la segretaria non chiederebbe lumi a lui, preferendogli la “consulente cromatica”. Un’ultima notazione vorremmo dedicarla al fatto che Pasolini – il quale non era un credente – vedesse nella religione, o meglio nella religiosità popolare, l’unico antidoto all’omologazione destinato a sopravvivere. Il suo Cristo, cui è dedicato il migliore dei film che ha prodotto, venne liquidato dalla Destra come la rappresentazione di un agitatore politico. Malgrado Pasolini non avesse scelto nessuna delle pagine del Vangelo che avrebbero potuto supportare una simile visione. Gesù è viceversa rappresentato precisamente come colui che oppone la sostanza – necessariamente identitaria – della Fede alla sua degenerazione formalistica. Oggi tanto la cosiddetta “Destra” quanto la cosiddetta “Sinistra” non trovano più una loro base. L’aggregazione politica, essendo precisamente fondata su un’identità che entrambe hanno contribuito a distruggere. Rimane il problema di ricostruirla. Nessuno, per ora, sembra porselo, ma dovrà partire necessariamente da qui la ricostruzione di un equilibrio che si è perduto.

…to operò in campi molto diversi, ma soprattutto perché oggi più che mai si rivela l’attualità e la visione anticipatrice espressa nella sua opera. Quel che più stupisce è che gli studiosi – pur agendo con scopi ben più nobili rispetto all’aggiudicazione all’un…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 37
Archivio storico

Nel 1894, la Francia e l’Inghilterra arrivarono a un passo dalla guerra. Dopo il Trattato di Francoforte, che aveva posto fine alla guerra franco-prussiana, procurando alla Germania i territori contesi dell’Alsazia e della Lorena, il Cancelliere Bismarck, preoccupato dalle tentazioni “revansciste” che covavano negli ambienti nazionalisti di Parigi, decise di lanciare la nazione rivale alla conquista dell’Africa. Costituendo un impero coloniale, la Francia avrebbe appagato le proprie ambizioni e compensato le proprie frustrazioni, allontanando così il pericolo di un nuovo conflitto in Europa. Fu così che le autorità della “Terza Repubblica” concepirono il progetto di saldare da est a ovest i loro domini, collegando Gibuti con l’Africa Occidentale Francese. L’Inghilterra, che già controllava l’Egitto e il Sudan, voleva a sua volta stabilire una continuità territoriale che andasse dal settentrione al meridione, essendo già in possesso del Sudafrica. Avvenne così che gli “Spahis” ingaggiarono una scaramuccia con i Lancieri del Bengala. Salvo gli ufficiali – uno dei quali era addirittura un russo, distaccato presso l’esercito francese – si trattava di soldati extraeuropei. L’unico francese autentico coinvolto nel fatto d’armi, tale capitano Marchand, fu considerato un eroe nazionale. L’impatto sull’opinione pubblica risultò enorme, e la stampa di Parigi, inneggiando ai propri soldati, scatenò un’azione di propaganda bellicista contro la Gran Bretagna. Sei anni dopo, rovesciando tale tendenza, francesi e inglesi stipularono la cosiddetta “Entente Cordiale”. Ricordiamo che l’alleanza che avrebbe combattuto dal 1914 al 1918 venne per l’appunto denominata “Intesa”. Le autorità di Parigi, smaltita la sbornia nazionalista, avevano fatto i loro conti: In primo luogo, la Francia si trovava in condizioni di inferiorità rispetto alla potenza d’oltremanica. In secondo luogo, il contenzioso più importante non riguardava i territori africani, bensì quelli europei. Fedele alla consegna espressa da Léon Gambetta riguardo alla Lorena – “Pensiamoci sempre, non parliamone mai” – la Francia cercava la “revanche” e non rinunciava a riportare il confine sul Reno. Soltanto con l’aiuto dell’Inghilterra questo obiettivo sarebbe risultato possibile, a causa della superiorità territoriale, demografica e industriale dell’Impero tedesco. La possibilità che l’Inghilterra potesse varcare la Manica era determinata dal timore – alimentato costantemente da Londra – dell’esistenza di una potenza egemone sul continente. La Prima guerra mondiale fu dunque decisa nel 1904. Gli anni successivi trascorsero nell’attesa del “casus belli”, caratterizzati da un riarmo frenetico che incrementò l’industria e produsse l’effimero benessere proprio della “Belle Époque”. È facile scorgere le analogie con quanto avvenuto tra il momento in cui Trump ha innalzato i dazi imposti all’Europa e la giornata di ieri, in cui l’Unione si è inchinata all’America in cambio di una “diminuzione dell’aumento”, ma soprattutto impegnandosi, quale contropartita, sia a investire oltre Atlantico, sia – soprattutto – a rinunciare allo sviluppo di una propria industria militare. Le armi verranno naturalmente prodotte, ma negli Stati Uniti, che ce ne imporranno il prezzo. Perché il Vecchio Continente, senza che l’annuncio dell’aumento dei dazi abbia causato una pur effimera ondata di avversione all’America – fummo gli unici, “sans vouloir nous flatter”, a rilevarne la mancanza – si è inchinato alla volontà del “Tycoon”? Come la Francia dell’inizio del XX secolo temeva la Germania e manteneva un contenzioso aperto con Berlino, così l’Unione Europea di oggi ha paura di due nemici: la Russia e l’Islam, di cui il Vecchio Continente sente il fiato sul collo. Non è casuale che, in contemporanea con l’accordo raggiunto in Scozia – dove Trump ha fatto comunque attendere la von der Leyen la fine della sua partita di golf – Israele abbia permesso l’ingresso del cibo a Gaza, ponendo fine alle lamentele umanitarie degli europei. A Netanyahu non interessa far morire di fame i palestinesi, ma piuttosto il controllo territoriale. Quanto alle armi, non essendo prodotte in Europa, potranno essere usate solo nelle guerre autorizzate – o decise – dall’America. Trump ha ricordato come gli F-35 possano perfino venire disattivati a distanza da chi li ha prodotti. La Meloni si rafforza, non avendo neanche partecipato alle pur flebili proteste per l’aumento dei dazi ed essendosi viceversa schierata fin dal principio sulla linea del negoziato, che in sostanza significa una resa dell’Europa alle pretese di Trump. Un’ultima annotazione riguarda i movimenti regionali autonomisti o indipendentisti dell’Europa occidentale. Abbiamo commentato ampiamente come l’edizione di quest’anno delle “Ghjurnate” di Corte segni una rottura definitiva tanto nell’ambito del nazionalismo corso, catalano e basco quanto tra i soggetti radicali di queste regioni e altre realtà ugualmente importanti. A quanto risulta dal programma, mancheranno in questa edizione i rappresentanti di Scozia, Fiandra e soprattutto Irlanda, schierati unanimemente sulla linea del negoziato con le autorità dei rispettivi Stati “nazionali”. Questa frattura rivela innanzitutto che la guerra – pur non risultando imminente – viene ormai considerata inevitabile. Di conseguenza, ciascuno sceglie da che parte stare. C’è chi decide – come abbiamo già rilevato – in base alla logica per cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”, il che porta però talvolta a un errore fatale: schierarsi dalla parte sbagliata. Se dunque risulta sempre necessario valutare attentamente il rapporto di forze tra le parti in conflitto, occorre anche calcolare quello che si instaura con i propri alleati. Un’ipotetica islamizzazione dell’Europa occidentale cancellerebbe completamente quel contesto politico, culturale e giuridico in cui le rivendicazioni autonomistiche – come quella dell’autodeterminazione – possono trovare compimento. Lo stesso vale per la visione “grande russa” che ispira la strategia di Putin. Dugin ha messo in chiaro come il contenzioso con l’Occidente non sia solo né tanto di carattere territoriale. L’ideologo del Cremlino, ispiratore del Presidente e soprattutto del Patriarca, ha chiarito che la Russia rigetta tutto lo sviluppo del pensiero occidentale a partire dal Tomismo, passando per la Riforma protestante, giungendo all’Illuminismo e infine alle nostre attuali scuole politiche. Occorre anche considerare come, al di fuori dell’Occidente, nessuna reale autonomia sia goduta dalle minoranze etniche o religiose, che si trovano di conseguenza nell’alternativa tra insorgere per conquistare l’indipendenza “manu militari” oppure subire la “pulizia etnica”. Solo in Occidente, in un contesto di pieno sviluppo della democrazia rappresentativa, risulta praticabile l’opzione della effettiva autonomia. Questa non soddisfa gli indipendentisti, ma rimane l’unica praticabile nell’attuale contesto internazionale. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, alcuni leader nazionalisti – Chandra Bose in India e Jabotinsky nel futuro Stato di Israele – proposero di allearsi rispettivamente con il Giappone e con la Germania contro l’Inghilterra. Gandhi e Ben Gurion – pur mantenendo aperto il contenzioso con la potenza coloniale dominante – proposero invece la scelta opposta. Il Giappone militarista e la Germania nazista erano entrambi avversi alla causa dell’autodeterminazione dei popoli, ma soprattutto destinati a perdere. La storia diede ragione a chi non ragionava in base al presupposto che necessariamente “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Per questo dissentiamo dalle scelte compiute da “Corsica Nazione”, tanto più avendo constatato come il terrorismo praticato a lungo in Irlanda e nel Paese Basco abbia danneggiato – e non certo aiutato – il progresso dell’autonomia, che rimane anche per noi l’unica meta attualmente praticabile. Nella prospettiva delle restrizioni che verranno imposte ai diritti civili, il rispetto delle identità minoritarie rimane una base acquisita e intangibile su cui si potrà riprendere a costruire nel futuro.

Nel 1894, la Francia e l’Inghilterra arrivarono a un passo dalla guerra. Dopo il Trattato di Francoforte, che aveva posto fine alla guerra franco-prussiana, procurando alla Germania i territori contesi dell’Alsazia e della Lorena, il Cancelliere Bismarck, preo…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 37
Archivio storico

I nostri Fratelli Corsi annunciano l’imminente celebrazione – che ha luogo ininterrottamente ogni anno fin dal 1981 – dell’edizione 2025 delle “Ghjurnate Internaziunale di Corti”, località della loro Isola chiamata Corte in francese e in italiano. Mentre, però, in vista delle precedenti edizioni veniva pubblicato con largo anticipo – sull’apposito sito ufficiale – il programma dettagliato, quest’anno soltanto una scarna notizia appare su una pubblicazione indipendentista sarda, che annuncia la presenza delle “delegazioni del mondo indipendentista” di quest’altra Isola. Ciò non costituisce certamente una novità, dato lo stretto coordinamento instaurato ormai da moltissimo tempo tra i fautori dell’Autodeterminazione di entrambe le Regioni, i quali – dipendendo ancora gli uni da Parigi e gli altri da Roma – scontano l’analoga condizione riservata alle “Colonie interne”. La situazione di noi Liguri, che abbiamo viceversa partecipato – “bon gré, mal gré” – alla conquista e alla sottomissione delle altre Regioni confluite nello Stato unitario, risulta certamente diversa. Se i Nizzardi – cioè i Liguri francesi – sono i nostri vicini di casa, i Corsi sono i nostri dirimpettai. Nelle giornate più terse possiamo scorgere la loro terra, come essi vicendevolmente possono vedere la nostra. Speriamo dunque che un giorno si realizzi l’aspirazione di una nostra presenza a Corte. In attesa di riuscirvi, facciamo giungere tuttavia ai Fratelli Corsi il nostro apprezzamento e il nostro sostegno a una causa che accomuna – come leggiamo sul giornale degli amici sardi – “tutte le Nazioni senza Stato”. Tanto più che il nostro fu all’origine delle loro sventure, fin da quando la Repubblica di Genova, non essendo in grado di soffocare – nella sua estrema decadenza – l’insurrezione indipendentista guidata da Pasquale Paoli e da Domenico Bonaparte (padre del futuro Imperatore), cedette la Corsica alla Francia, che con il suo Esercito riuscì a frustrare il tentativo dei Corsi di ottenere l’Indipendenza. Napoleone nacque politicamente anch’egli come indipendentista, esattamente come Stalin, il quale ripeté a distanza di tempo la sua parabola, avendo approfittato di una rivoluzione scoppiata nello Stato che dominava la sua Nazione. Il rivoluzionario Giugasvili esordì infatti quale fautore dell’Indipendenza della Georgia, nonché degli altri Paesi caucasici, per cui combatté in gioventù a Baku, prima di intrupparsi nei bolscevichi. L’anno scorso potemmo consultare con largo anticipo il programma delle “Ghjurnate”, inclusivo di “eventi, convegni, concerti e conferenze”. L’estensore sardo dell’articolo da cui attingiamo le scarne informazioni relative all’edizione di quest’anno dimentica le esposizioni di artigianato e le degustazioni dei cibi tipici, che comunque non stonano in un’occasione dedicata all’identità in tutte le sue espressioni. La locandina della manifestazione riproduce innumerevoli bandiere, e certamente i Fratelli Corsi accoglieranno con la loro proverbiale ospitalità mediterranea anche le delegazioni provenienti da tutta l’Europa occidentale. Il baricentro politico della manifestazione tende però a spostarsi ormai da tempo verso il Sud del mondo. Molta attenzione viene infatti dedicata ai movimenti indipendentisti attivi nei superstiti frammenti dell’Impero francese, quali la Nuova Caledonia e le isole dei Caraibi. Questi soggetti costituiscono però la retroguardia dei grandi movimenti di liberazione che hanno contraddistinto la storia del dopoguerra. Esiste inoltre la Palestina, e probabilmente il silenzio sul programma è dovuto al fatto che i Corsi – con un “coup de théâtre” tenuto ancora segreto – esibiranno la presenza di qualche dirigente di Gaza. Di qui la necessità di celare le proprie intenzioni alle Autorità francesi, che potrebbero impedirgli l’ingresso. Su questo orientamento del Fronte Nazionale di Liberazione della Corsica – che ha fatto approvare dall’Assemblea Regionale il “riconoscimento” dello Stato palestinese – esprimiamo doverosamente e con franchezza le nostre riserve. Gli Ebrei costituirono fino al 1948 una delle tante Nazioni senza Stato. Il fatto che abbiano raggiunto la meta consistente nel costituirlo rappresenta un avanzamento ed un esempio positivo per tutti quanti sono ancora nelle stesse condizioni in cui essi si trovarono per ben venti secoli. I Palestinesi hanno certamente anch’essi diritto a uno Stato, ma non al prezzo di revocare gli effetti dell’esercizio dell’Autodeterminazione da parte degli Israeliti. Non si può dunque accettare il programma di Hamas, altrimenti rischieremmo di veder annullare – una volta conquistata l’Indipendenza – il risultato dei nostri attuali sforzi. Ciò premesso, se l’aspirazione all’Indipendenza costituisce un denominatore comune insostituibile, non si può paragonare la situazione dell’Europa occidentale (e dell’America settentrionale, per quanto riguarda il Québec) con quella degli altri Continenti. Il pieno sviluppo della democrazia rappresentativa ha infatti permesso l’esercizio di una autonomia effettiva, accompagnata da un’altra conquista altrettanto importante, e cioè l’eliminazione – mediante la tutela delle culture minoritarie – del rischio e dell’ingiustizia rappresentati dall’assimilazione forzata. Ciò, beninteso, non soddisfa le nostre ambizioni e le nostre rivendicazioni. Dobbiamo tuttavia prendere atto del fatto che un corso, un fiammingo, un catalano, un abitante del Tirolo meridionale non soltanto possono parlare liberamente nella loro lingua, ma anche perpetuarla attraverso un sistema scolastico conforme alle proprie esigenze. Recentemente, grazie a un accordo stipulato tra la Calabria e l’Albania, gli studenti “arbresh” – circa sessantamila – potranno disporre di un insegnamento bilingue. Un tibetano o un uiguro vengono invece arrestati solo perché non rinunciano alla loro identità. Da questa fondamentale differenza non deriva – lo ripetiamo – la rinuncia all’Autodeterminazione, ma la coscienza che tutti gli stadi intermedi tra l’imposizione del centralismo perseguita in origine – tanto sul piano culturale quanto sul piano giuridico – dagli Stati nazionali costituiscono altrettanti passi importanti sulla strada della piena Indipendenza. Di qui deriva una conseguenza di ordine politico: con le Autorità centrali è necessario mantenere un rapporto dialettico, basato certamente sulla vertenzialità, che permette tuttavia degli avanzamenti importanti. I Fratelli Corsi meditino sull’apporto decisivo recato dai loro omologhi della Sardegna all’affermazione elettorale della Sinistra, che ha accolto nel suo programma molte loro rivendicazioni. E considerino anche quanto avvenuto in Spagna con la costituzione del Governo Sanchez. Le cosiddette “Autonomie” – ed in particolare la Catalogna e il Paese Basco – hanno ottenuto, in cambio del sostegno offerto all’Esecutivo dai loro Deputati, un ampliamento rilevante delle rispettive competenze. Se questo rapporto dialettico e vertenziale viene a cessare, se si entra cioè nella logica del “Tutto o niente”, si corre il rischio di uscire dall’ambito legalitario, aprendo un varco alla violenza e soprattutto fornendo un’occasione ai fautori del centralismo, i quali – siano essi la Meloni o Abascal – vorrebbero cancellare anche l’Autonomia già raggiunta e consolidata. È vero che anche gli altri partiti nazionali rifiutano – almeno per ora – la prospettiva indipendentista. La posizione di chi è disposto a negoziare un ampliamento dell’Autonomia non deve tuttavia essere confusa con quella di chi rifiuta tale prospettiva. La logica del “Tutto o niente” porta non solo alla tentazione di cadere nell’illegalità, e perfino nella violenza, ma determina anche il rischio che i movimenti indipendentisti vengano diretti – per i loro scopi – da servizi segreti stranieri. Questo rischio aumenta con l’avvicinarsi di una guerra. Di fronte a tale prospettiva, occorre evitare anche un’altra tentazione perniciosa, consistente nel credere che comunque “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Gandhi e Ben Gurion ottennero l’Indipendenza proprio perché avevano evitato questo errore. Essi costrinsero piuttosto la Potenza dominante a firmare una cambiale, che fu presentata all’incasso non appena cessate le ostilità in Europa. Hamas, non avendo nulla da perdere, può certamente dire che sostiene l’Indipendenza della Corsica o perfino della Liguria. Bisogna però fare accettare questa prospettiva all’Occidente, ponendo il problema di ridisegnare la mappa dell’Europa. Se gli Stati nazionali hanno bisogno del nostro sostegno, dobbiamo offrirlo, stabilendo naturalmente dei patti chiari ed esigendo un prezzo adeguato. Altrimenti continueremo a cullarci nell’illusione – coltivata nei tempi in cui andavano di moda le ideologie – che la soluzione dei nostri problemi potesse venire da soggetti estranei alla cultura e all’identità occidentale, e comunque non in grado di incidere sulla nostra realtà. Il “colonnello” Gheddafi – il quale, non essendo in realtà un colonnello, non era mai andato all’Accademia Militare – finanziava notoriamente tanto l’IRA quanto i nazionalisti “kanak” della Nuova Caledonia. Una volta, confondendo questi due Paesi, disse: “L’Irlanda, quella piccola isola vicina al Polo Sud”. A Corte si produrrà, come sempre, Cultura, e la radice della Libertà sta precisamente nella Cultura. Buon lavoro ai Fratelli Corsi e auguri a tutti quanti combattono – come diceva il Manzoni – “per difendere o conquistare una Patria”.

…, cedette la Corsica alla Francia, che con il suo Esercito riuscì a frustrare il tentativo dei Corsi di ottenere l’Indipendenza. Napoleone nacque politicamente anch’egli come indipendentista, esattamente come Stalin, il quale ripeté a distanza di tempo la sua …

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 37
Archivio storico

La scelta dei papi da parte della Chiesa cattolica – come anche, secondo alcuni, l’individuazione del momento in cui si rende matura e necessaria la successione sul soglio di Pietro – rivela sovente una capacità di prevedere il futuro. Da ciò deriva tanto un aggiornamento dei criteri con cui viene governata la “barca di Pietro”, quanto la tendenza ad assecondare certi mutamenti nell’assetto internazionale. Quando venne eletto Giovanni Paolo II, nessuno – salvo chi aveva una conoscenza diretta e approfondita della realtà dell’Europa orientale – poteva immaginare il crollo del sistema comunista. Che, in effetti, rimase apparentemente immutato ancora per un decennio, nel corso del quale non mancò chi giunse a prendersi gioco del Pontefice. Il quale, secondo costoro, si era rivelato non soltanto un illuso, ma anche un ingannatore, avendo coinvolto molte altre persone nella propria convinzione. Poi venne il crollo del Muro di Berlino. In altri casi, l’elezione del papa avviene quando la crisi è ormai imminente. Come abbiamo ricordato molte volte, fu così nel 1914 e poi nel 1939. Ci è venuto spontaneo, nel maggio scorso, associare a queste date l’avvento di Leone XIV, il quale ha assunto in effetti la guida della Chiesa poco prima che scoppiasse un’altra guerra in Medio Oriente, rendendo sempre più evidente che l’Occidente deve affrontare la tendenza espansiva propria dell’Islam. Non certo per bandire una nuova crociata, come fece Urbano II a Clermont nel 1095, ma rafforzando l’identità cristiana. Nessuno prevedeva però l’imminente dissoluzione dell’Occidente quale entità politica. Cioè quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo mese di luglio, quasi senza dare a Leone XIV il tempo necessario per familiarizzarsi con il suo nuovo incarico. Aveva visto giusto Massimo Cacciari quando intravedeva la tendenza – che l’ex sindaco attribuiva al settore anglosassone della Chiesa, e cioè alla sua componente nordamericana – a perseguire un progetto che egli definiva “carolingio”. Cioè a compattare una sorta di nucleo forte del cristianesimo, incentrato su quelle terre – e su quei popoli – che avevano costituito per l’appunto il Sacro Romano Impero. Questa entità ebbe precisamente in Carlo Magno il suo fondatore, ma non avrebbe potuto definirsi né come “sacro”, né tanto meno come “romano”, senza la solenne incoronazione del suo sovrano, che avvenne in San Pietro la notte di Natale dell’anno 800. Chi aveva concepito il disegno storico di cui questo atto costituì la manifestazione visibile dai popoli cristiani del nostro continente? Carlo Magno fu certamente un grande della storia, ma le sue ambizioni si sarebbero concretizzate soltanto nella costituzione di un regno, sia pure esteso su entrambe le rive del Reno, se non fosse stato per l’appunto beneficiato dal gesto del papa. Lasciamo agli storici la risposta alla domanda su quale tra le due autorità – quella spirituale e quella temporale – abbia deciso di promuovere questa alleanza e questa unione. Se consideriamo l’attualità, vediamo come il papa sia rimasto – a causa del conflitto irreversibile scoppiato tra le due parti dell’Occidente – l’unica autorità la cui estensione comprende ambedue gli ambiti territoriali che lo compongono: quello europeo e quello nordamericano. Il fatto che il Pontefice provenga dagli Stati Uniti riveste un significato ulteriore: la Chiesa non vuole che la deriva presa dalla sponda occidentale dell’Atlantico possa giungere a rescindere il legame spirituale con la sua sponda orientale. Trump può litigare con l’Unione Europea fino al punto di causarne l’irrilevanza, ma non potrà mai opporsi al connazionale installato in Vaticano. Non soltanto per motivi connessi con gli equilibri politici interni agli Stati Uniti, ma soprattutto perché non può negare l’appartenenza del suo Paese all’ambito giudaico-cristiano. Il presidente non ha infatti mai messo in discussione l’appoggio a Israele, che costituisce – insieme con il Vaticano – l’altro punto di riferimento spirituale dell’America. Gerusalemme e Roma rimangono le capitali la cui autorità – nell’ambito religioso – continua a essere riconosciuta. Se l’America può muovere guerra contro l’Europa, contando sulla propria autosufficienza energetica e alimentare, nel nostro continente si apre un vuoto di potere dalle conseguenze imprevedibili. L’Europa non può naturalmente gettarsi nelle braccia dell’Islam, della Russia o della Cina, in quanto perderebbe la propria stessa identità. Essa peraltro non dispone né delle risorse materiali, né degli strumenti politici che le permettano di difendersi. Le manca però soprattutto la volontà necessaria. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli abitanti del nostro continente presero semplicemente atto – sia pure con soddisfazione – della volontà dell’America di farsi carico di questa necessità. Ora essi si trovano nella condizione di chi è rimasto improvvisamente orfano, o è stato abbandonato. Nel qual caso sopravvive soltanto chi ha già sviluppato una volontà propria, che a sua volta può esistere quando si è coscienti della propria identità. Quanti l’hanno definita in termini di dipendenza dall’America – i cosiddetti “oltranzisti atlantici” – sono improvvisamente ammutoliti. Tacciono, a maggior ragione, quanti devono la loro carriera agli americani, come è la signora Meloni, la quale si limita a dire che bisogna trattare sui dazi. Che cosa facciamo, però, se non riusciamo a convincere Trump ad abbassarli? Tra chi ha scelto di essere la “quinta colonna” dei nemici dell’Occidente, e dunque vede nella sua divisione l’occasione propizia per attendere l’arrivo dei musulmani, dei russi o dei cinesi, e chi viceversa crede soltanto nella dipendenza dallo Zio Sam, manca una terza opzione, che diviene oggi l’unica praticabile, ed è quella rappresentata dagli autentici patrioti europei, che non immaginano il continente come un’entità ostile agli altri grandi soggetti della politica internazionale, ma potrebbero cogliere l’occasione per rivendicarne l’indipendenza. È già successo altrove che i dominatori lasciassero all’improvviso un Paese fino a quel momento sottoposto a loro, e dunque in sostanza governato dall’esterno. A questo punto, i sudditi hanno dovuto provvedere a sé stessi. Certamente, la fase che si è aperta con i famosi “dazi al trenta per cento” sarà caratterizzata dalla confusione politica e dalle tentazioni autoritarie derivanti da una situazione sociale disastrosa, che tuttavia ci fornisce l’occasione per governarci come vogliamo, e soprattutto per riscoprire e affermare la nostra identità. Nei giorni scorsi, l’arcivescovo di Monaco di Baviera – che è un monaco benedettino – ha ricordato l’attualità della “Regola”, redatta dal fondatore nel V secolo, nel momento, cioè, in cui cadeva l’Impero romano ed iniziava il Medioevo. Questo documento si presta a molte e diverse chiavi di lettura. Se però lo consideriamo come una sorta di atto costitutivo dell’Europa, lo si deve al fatto che esso fornisce un metodo per governare la povertà, traendone certamente spunto per l’arricchimento spirituale, come anche per la solidarietà nella ripartizione delle risorse, che costituì allora, e può costituire oggi, il fondamento per una ricostruzione su nuove basi della società. Il papa rimane oggi l’unica autorità riconosciuta da tutto l’Occidente, ma soprattutto in grado di ispirare la costruzione dell’Europa unita. I burocrati di Bruxelles hanno fallito in questo compito, in quanto non si sono mai curati di definire l’identità del continente, credendo viceversa di poter costruire la sua unità contando soltanto sulla crescita economica. Costoro si trovano oggi completamente spiazzati, perché anche questo presunto fondamento è venuto a mancare. Non esiste però un soggetto politico in grado di corrispondere, nella sfera temporale, al disegno delineato e alla funzione assunta dal papa, che attende invano l’arrivo di un nuovo Carlo Magno, calato su Roma per ricevere l’incoronazione. Pio XII rimase l’unica autorità effettiva sopravvissuta nell’Italia del 1943. Pacelli non ne approfittò per ricostituire il potere temporale, limitandosi a influenzare fortemente gli indirizzi dello Stato nel dopoguerra. Oggi il papa si trova in una situazione analoga rispetto all’Europa. Il nostro continente non uscirà dalla sua crisi restaurando il Sacro Romano Impero, cioè attraverso la consacrazione dell’autorità civile. Occorre però sacralizzare la responsabilità che l’esercizio di questa autorità inevitabilmente comporta. Non si deve costituire né una teocrazia, né uno Stato confessionale, ma è inevitabile che la fede torni a ispirare l’esercizio del potere.

…omanda su quale tra le due autorità – quella spirituale e quella temporale – abbia deciso di promuovere questa alleanza e questa unione. Se consideriamo l’attualità, vediamo come il papa sia rimasto – a causa del conflitto irreversibile scoppiato tra le due pa…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 31
Archivio storico

D’Alema, Agnelli e Kissinger: le radici della crisi politica italiana

… dei rarissimi dirigenti dell’ex Partito Comunista che avevano realmente e completamente espunto l’eredità della cultura politica marxista-leninista. O, per meglio dire, dell’influenza staliniana di cui questa formazione era ancora imbevuta. C’era in realtà an…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 31
Archivio storico

Geopolitica globale: USA, Iran, Cina e il nuovo ordine mondiale

…rmate e dei diversi Corpi di Polizia, parte inevitabilmente da un dato riferito all’attualità, vale a dire l’attacco degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Questa azione, a suo dire, viene ritardata non già in quanto si creda nella possibilità di ottene…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 31
Archivio storico

Geopolitica globale: Ucraina, Medio Oriente e la nuova Guerra Fredda

… islamisti, che colpiscono a caso la popolazione innocente, è stata perpetrata a Mosca. Se i musulmani estremisti sapessero fare politica, invece di agire in base al fanatismo religioso, avrebbero operato per aggravare la contraddizione tra la Russia, impegnat…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 31
Archivio storico

Crisi della democrazia italiana e deriva del sistema politico

…ile. Non rimane dunque che sopportare la Meloni, tentando di attenuarne le peggiori degenerazioni, coltivando la nostra identità e preservando la nostra cultura politica in attesa di tempi migliori. Praticando, in una parola, la resilienza. La Presidente del C…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 31
Archivio storico

Il testo prende spunto dalla necrologia di Renata Carli per denunciare il comportamento freddo e distaccato del Sindaco durante le esequie e per evidenziare le contraddizioni interne al ceto imprenditoriale imperiese. Si sottolinea la tensione tra libertà economica e controllo politico, il ruolo di resistenza affidato agli imprenditori locali e il rischio di compromessi forzati con il potere. In parallelo, viene richiamata la crisi europea legata alla guerra in Ucraina, vista come simbolo dell’impotenza del continente e della fragilità della libertà di intrapresa, da difendere come ultimo baluardo di identità civile.

… trattava della stessa persona incaricata a suo tempo di dire chiaro e tondo ai nostri imprenditori che l’intenzione di tale parte politica – all’epoca non ancora insediata al Governo, ma ormai prossima a conquistarlo – consisteva nell’abolire l’effettiva libe…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 29
Archivio storico

Imperia Calcio, Biblioteca Civica e politica locale

… ci si può rifare al suo romanzo “Amore e Ginnastica”, il primo di ambiente sportivo scritto da un autore italiano. Il quale illustrò anche l’ideale socialista ne “La carrozza di tutti”, ma la sua opzione politica, già sottaciuta sotto il fascismo, viene nuova…

Apri l’articolo
Scritto Pubblicato
Pertinenza 29
Archivio storico

Golfo Persico, Oriente e Occidente: crisi globale e politica locale

…pongono, al contrario, un logoramento della parte avversa. Quando le sue vicende interne ne trasformeranno la corruzione morale in debolezza politica, economica e soprattutto spirituale, verrà l’ora in cui l’Oriente prevarrà sull’Occidente. Ogni tentativo di c…

Apri l’articolo