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Crisi della democrazia italiana e deriva del sistema politico

La Meloni ha dimostrato ulteriormente, conferendo un carattere istituzionale alla sua conferenza stampa di fine anno – portata allo stesso livello del Discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato dal Presidente nel Campidoglio di Washington – di ritenersi Cap…

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Crisi istituzionale e umiliazione del Quirinale: analisi politica

La crisi istituzionale aperta con la denuncia di un asserito comportamento scorretto tenuto da un consigliere di Mattarella si è conclusa con una pubblica, reiterata e definitiva umiliazione del Presidente della Repubblica. Il quale rimane formalmente alla gui…

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L’autunno si annuncia gravido non soltanto di pioggia, ma anche di crisi economica e sociale. Per non parlare del pericolo di guerra. Se dovessero riaccendersi le ostilità tra Israele e l’Iran, il blocco di Hormuz – scongiurato in occasione degli ultimi scontri – produrrebbe conseguenze disastrose su tutta l’Europa occidentale. La nave su cui l’Italia affronta questa congiuntura tempestosa è il Governo Meloni. Che – al pari di ogni regime basato su un’ideologia, anche se non espressamente adottata dallo Stato – tende inevitabilmente a discriminare tra chi vi aderisce e chi, viceversa, la rifiuta. Rimane, tra questi due schieramenti, la zona grigia costituita in particolare dagli imprenditori. I quali, pur non aderendovi espressamente, si astengono anche dal criticarla e dall’esprimere nei suoi confronti una aperta dissociazione. Restringendosi gli spazi in cui costoro si muovono – quando viene meno l’autentica libertà politica, quella economica risulta inevitabilmente inefficace – essi sono costretti a barcamenarsi per sopravvivere. Praticando la resilienza, ma nel contempo manifestando verso il Potere un omaggio formale. Che risulta necessario in quanto il Regime può ulteriormente restringere gli spazi disponibili per gli operatori economici. Quanto accade a livello nazionale trova puntuale riscontro nella nostra piccola realtà cittadina. Dove le imprese superstiti sono assoggettate a una grassazione che riduce in modo drammatico i loro margini di profitto. A tale condizione non è però possibile sottrarsi, se non si vuole chiudere definitivamente bottega. Un Governo che discrimina i cittadini in base alle rispettive convinzioni può naturalmente imporre loro una disciplina. Tanto più cogente quanto più la situazione evolve verso un’economia di guerra. Ciò che un simile potere non potrà tuttavia mai ottenere dai consociati è un’adesione che può risultare incondizionata solo in quanto sia spontanea. Basandosi su convinzioni profonde e condivise. Nel periodo tra il 1915 e il 1918 gli Italiani volevano tutti vincere la guerra, considerandola una causa nazionale. Non fu così durante il conflitto successivo, che venne viceversa percepito come la causa propria di una parte politica. Questo fu precisamente il risultato derivante dall’avere discriminato gli Italiani in base a un criterio ideologico. La Meloni e i suoi corifei sono incamminati su questa stessa strada. L’Opposizione ha certamente commesso degli errori, ma il processo di costruzione della democrazia – o meglio il tentativo di portare l’Italia in questa direzione – non è stato intrapreso a suo tempo contro qualcuno. Questo processo escludeva infatti soltanto chi rifiutava di prendervi parte. Oggi la discriminazione viene invece stabilita “a priori”. Il disastro cui Mussolini aveva condotto l’Italia rese indispensabile, a un certo punto, rovesciare le alleanze. Riportando l’Italia nel campo delle democrazie. Il Re d’Inghilterra, parlando dinanzi al nostro Parlamento, ha signorilmente evitato di ricordare come il Fascismo avesse predicato l’ostilità nei confronti del suo Paese, preferendo ricordare che gli Italiani non si erano lasciati convincere dalla propaganda sulla “Perfida Albione”, ed avessero anzi sentito spontaneamente la necessità di ristabilire una collaborazione e un’amicizia che affondavano le loro radici nel Risorgimento. Tutto ciò conduce inevitabilmente a una conclusione: non ci sono alternative alle alleanze nelle quali oggi il nostro Paese è inserito. L’Opposizione dovrebbe dunque compiere una scelta tanto difficile quanto inevitabile. Consistente nel distinguere tra il doveroso dissenso nei confronti dell’indirizzo autoritario dell’attuale Governo e – dall’altra parte – la necessità di mantenere l’Italia nel campo occidentale. Una volta dato alla sua causa il nostro contributo, verrà il momento di esigere il compenso dovuto per questa scelta. Nel frattempo, ricordiamo ai nostri Alleati come il loro rapporto con una forza politica che non nasconde la propria ispirazione e la propria vocazione autoritaria risulti in primo luogo spurio, una sorta di “mésalliance” che prima o poi rivelerà le contraddizioni su cui è fondata. Questo è il messaggio che noi abbiamo modestamente ma fermamente espresso agli amici di Nizza. Ben prima che le necessità della “realpolitik” inducessero il Sindaco–Presidente Estrosi a offrire al suo omologo, installato su questo lato del confine, il proprio riconoscimento “diplomatico”. O meglio politico, oltre che basato sulle ragioni economiche che abbiamo già avuto modo di illustrare. Chi però sta sbagliando è l’attuale dirigenza dell’Opposizione italiana. Ci sono state autorevolmente riferite le voci che circolano in merito ai finanziamenti giunti ai capi del Partito Democratico e a quelli del Movimento 5 Stelle da certi ambienti islamisti. Se queste voci risultassero fondate, ne saremmo molto rattristati, ma non certo stupiti. L’attuale Maggioranza ha ormai acquisito l’egemonia sui diversi soggetti sociali del nostro Paese. Si identificano infatti in essa non soltanto le varie rappresentanze del padronato imprenditoriale, ma anche molte di quelle espresse da altri ceti. Tanto per fare due esempi, il vecchio sindacato “Bianco”, che aveva un proprio radicamento nella classe operaia, nonché la Coldiretti, espressione dei piccoli imprenditori agrari, si annoverano ormai tra le organizzazioni di massa che incanalano il consenso verso il nuovo Regime. Esonerandolo dalla necessità di costituirle, come invece aveva dovuto fare Mussolini. Un discorso a parte riguarda la Chiesa. La Meloni concluderà con una prevedibile apoteosi l’adunanza annuale di Rimini dei Confessionalisti. Ai quali non si presenterà a mani vuote. Come il Duce poté offrire a Pio XI la trasformazione dello Stato laico in uno Stato sostanzialmente confessionale, così la Presidente del Consiglio potrà esibire non tanto l’abrogazione di alcune norme di legge – o l’introduzione di altre – quanto piuttosto i fatti compiuti che si stanno determinando nei campi dove chi si accinge ad ospitarla opera concretamente. Sostituendosi allo Stato e agli altri enti pubblici nella governance di due settori vitali, quali sono la Sanità e l’Istruzione. Che permettono sia di arricchirsi, sia di estendere la propria base, tanto tra gli utenti quanto tra gli operatori. Che infatti vengono assunti per chiamata diretta da parte di soggetti di diritto privato. Quanto il Concordato del 1929 dichiarava espressamente, e quello del 1984 aveva invece abrogato, si riafferma nella sostanza. Il problema che si pone davanti al nuovo Papa consiste dunque nel mantenere l’alterità – che non significa certamente ostilità, ma comporta necessariamente una distinzione – tra la Chiesa e lo Stato. O meglio tra la Chiesa e il Governo. Il che risulta difficile quando il Governo tende a costituirsi in Regime. È logico che una platea fanatizzata, la quale detesta chiunque le venga additato come “modernista”, o addirittura “comunista”, veda nella Meloni il proprio punto di riferimento. Questa gente stava a suo tempo nella Democrazia Cristiana, ma sempre considerando con sospetto la sua radice popolare – cioè sturziana – poiché scorgeva in essa per l’appunto una contaminazione “modernista”. La fine della Democrazia Cristiana non ha dunque indebolito questo settore, ma anzi ha finito per rafforzarlo, essendo stato eliminato il suo principale nemico interno al mondo cattolico. Rimini segna dunque la sua adesione alla Maggioranza, come avvenne nel 1924, quando la destra del Partito Popolare entrò nel “Listone” fascista. L’Opposizione, anziché affrontare questo pericolo, si dedica a sostenere Hamas. Ripetendo l’errore commesso dopo la Prima e poi dopo la Seconda guerra mondiale. Consistente nel riferirsi a modelli stranieri, appartenenti ad altre culture e ad altre realtà sociali, completamente diverse da quelle proprie dell’Italia e dell’Occidente. Il mito della Rivoluzione d’Ottobre, e poi quello dell’Armata Rossa che “marcia alla riscossa”, portarono per due volte allo stesso tragico errore: Perseverare diabolicum. Si può – anzi si deve – simpatizzare con la causa dell’emancipazione dei popoli. A parte il fatto che noi non riteniamo si debba annoverare Hamas tra quanti la perseguono, se non aveva senso proporre per l’Italia il modello sovietico, ancor meno ne ha proporre oggi quello islamista. Credendo di giustificarsi con l’asserzione secondo cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Con un risultato paradossale: il Partito Democratico neanche si accorge che i nostri reparti ospedalieri vengono dati in gestione – naturalmente senza licitazione – alle cooperative appartenenti alla “Società delle Opere”. Svuotando inoltre la Sanità pubblica dei medici comunisti che l’avevano invasa al tempo del dottor Castellano, e riempiendola invece di confessionalisti. Il che dovrebbe allarmare perfino chi – come certi dirigenti democratici nostrani – pensa solo alla carriera. Mentre però la Sanità viene privatizzata, l’unica preoccupazione dei capi della Sinistra consiste nel sostenere lo Stato Palestinese. Il bello è che il segretario della Federazione ci accusava a suo tempo di ignorare che “la Rivoluzione si fa nel proprio Paese”. A parte il fatto che costui preferiva farla a Belgrado, questo signore dovrebbe rivolgere la sua critica precisamente a chi gli è succeduto. Questi soggetti procedono nella direzione esattamente opposta rispetto a quella su cui cammina la Storia. La cosiddetta Sinistra dovrebbe competere con la Destra dimostrando di rappresentare meglio l’identità italiana, anzi le diverse identità regionali che vengono nuovamente soffocate dal centralismo. Se sapesse farlo, la Sinistra dimostrerebbe di avere assimilato la grande lezione di Gramsci, conquistando l’egemonia, anziché lasciarla – come sta avvenendo – alla parte politica opposta. La Schlein e Conte ritornano invece all’antico costume, consistente nel proporre i mai abbastanza vituperati modelli stranieri. Se il paradigma rappresentato da Stalin era semi-asiatico, quello di Hamas risulta ancora più lontano dalla nostra cultura. La sua proposta produce dunque l’effetto di allontanare la cosiddetta Sinistra non soltanto dalla possibilità di assumere la guida dello Stato, ma anche dalla capacità di rappresentare le aspirazioni della nostra gente. Come può la Schlein, che non sfila alla testa degli operai disoccupati, ma partecipa ai cortei degli omosessuali, andare d’accordo con chi li precipita dai grattacieli? È vero che anche l’affermazione dell’identità islamica confluisce nel processo di emancipazione dei popoli, ma proprio la necessità di contribuirvi dovrebbe indurci a valorizzare quanto esprime la cultura italiana. Che è certamente – almeno in parte – di matrice cristiana, ed anzi cattolica, ma ha saputo esprimere Manzoni, Rosmini e Gioberti. Cioè il cattolicesimo liberale. Nell’ambito della cosiddetta Sinistra, questa tradizione dovrebbe essere rappresentata dall’ex democristiano Renzi. Il quale apparteneva alla corrente di Fanfani. Ora, però, il “rottamatore” propone per l’Italia il modello dell’Arabia Saudita, che può attrarre soltanto chi è a libro paga del principe ereditario. La Boschi faccia attenzione: verrà reclusa in un “harem”, insieme con le altre concubine.

L’autunno si annuncia gravido non soltanto di pioggia, ma anche di crisi economica e sociale. Per non parlare del pericolo di guerra. Se dovessero riaccendersi le ostilità tra Israele e l’Iran, il blocco di Hormuz – scongiurato in occasione degli ultimi scontr…

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Il testo prende spunto dalla necrologia di Renata Carli per denunciare il comportamento freddo e distaccato del Sindaco durante le esequie e per evidenziare le contraddizioni interne al ceto imprenditoriale imperiese. Si sottolinea la tensione tra libertà economica e controllo politico, il ruolo di resistenza affidato agli imprenditori locali e il rischio di compromessi forzati con il potere. In parallelo, viene richiamata la crisi europea legata alla guerra in Ucraina, vista come simbolo dell’impotenza del continente e della fragilità della libertà di intrapresa, da difendere come ultimo baluardo di identità civile.

…a che fare, malgrado il nome, con il defunto Monsignor Castellano) – devono lottare per sopravvivere. Cosa che naturalmente auguriamo, a loro e a noi stessi, in quanto la crisi della libertà politica può essere almeno in parte contrastata con il mantenimento d…

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Nella sua bella rubrica della domenica mattina su “Radio Radicale”, Giuseppe Di Leo ha riferito l’analisi prodotta su “Le Figaro” da un noto “maitre à penser” d’Oltralpe in merito alla crisi culturale e spirituale dell’Occidente.

…analisi prodotta su “Le Figaro” da un noto “maitre à penser” d’Oltralpe in merito alla crisi culturale e spirituale dell’Occidente. Secondo l’Autore, dobbiamo oggi fronteggiare due soggetti potenzialmente ostili, che con la loro espansione minacciano la nostra…

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I giornali dedicano pagine e pagine alla crisi di governo. Chi - come noi - è più anziano, ricorda bene situazioni analoghe negli anni del primo centro-sinistra. Le tensioni, in quel tempo, si producevano tra le due anime della coalizione, una delle quali - composta dai socialisti e dai democristiani di sinistra - propugnava delle riforme più radicali, mentre l'altra si opponeva. La destra agiva dal canto suo come una corrente esterna di questa tendenza presente nella coalizione, e attraverso il terrorismo economico tentava - con successo - di sabotare l'unico tentativo serio di riformare l'Italia seguendo un disegno omogeneo e coerente: quello proprio della sinistra liberaldemocratica e cattolica. La battaglia decisiva fu sulla legge edilizia, ed il fatto di non essere riusciti a svincolare in linea di principio il diritto di edificare da quello di proprietà sul suolo ebbe come conseguenza non soltanto la distruzione del paesaggio italiano, ma soprattutto uno sviluppo urbanistico che prescindeva dalla corrispondente e necessaria espansione dei servizi sociali. L'errore commesso dai dirigenti comunisti fu quello di opporsi "in toto" a quel tentativo riformista. Se i seguaci di Togliatti avessero agito - analogamente alla destra - come corrente esterna della maggioranza, equilibrando la spinta conservatrice che veniva dalla parte opposta, i risultati di quella stagione sarebbero stati meno deludenti.

…" veniva assunta dai "pentastellati". Con il risultato che i democratici sono diventati un partito affiliato a quello di Conte. Rispetto alle crisi di governo dell'epoca del primo centro-sinistra, come rispetto a quelle del tempo dell'unità nazionale, l'attual…

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I giornali dedicano pagine e pagine alla crisi di governo. Chi - come noi - è più anziano, ricorda bene situazioni analoghe negli anni del primo centro-sinistra. Le tensioni, in quel tempo, si producevano tra le due anime della coalizione, una delle quali - composta dai socialisti e dai democristiani di sinistra - propugnava delle riforme più radicali, mentre l'altra si opponeva. La destra agiva dal canto suo come una corrente esterna di questa tendenza presente nella coalizione, e attraverso il terrorismo economico tentava - con successo - di sabotare l'unico tentativo serio di riformare l'Italia seguendo un disegno omogeneo e coerente: quello proprio della sinistra liberaldemocratica e cattolica. La battaglia decisiva fu sulla legge edilizia, ed il fatto di non essere riusciti a svincolare in linea di principio il diritto di edificare da quello di proprietà sul suolo ebbe come conseguenza non soltanto la distruzione del paesaggio italiano, ma soprattutto uno sviluppo urbanistico che prescindeva dalla corrispondente e necessaria espansione dei servizi sociali. L'errore commesso dai dirigenti comunisti fu quello di opporsi "in toto" a quel tentativo riformista. Se i seguaci di Togliatti avessero agito - analogamente alla destra - come corrente esterna della maggioranza, equilibrando la spinta conservatrice che veniva dalla parte opposta, i risultati di quella stagione sarebbero stati meno deludenti.

…" veniva assunta dai "pentastellati". Con il risultato che i democratici sono diventati un partito affiliato a quello di Conte. Rispetto alle crisi di governo dell'epoca del primo centro-sinistra, come rispetto a quelle del tempo dell'unità nazionale, l'attual…

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Probabilmente, il tentativo, esperito da Conte, di costituire una dittatura personale si può considerare fallito. Con le dimissioni delle due ministre renziane, la crisi di Governo è aperta, anche se per formalizzarla il Presidente del Consiglio volesse - come è sua facoltà - provocare un dibattito ed un voto del Parlamento. E' tuttavia escluso che qualche transfuga, comprato da Casalino supplisca ai voti venuti meno alla maggioranza. Il già potentissimo Tigellino di Conte si è ormai ridotto a fare il sensale in quel parco buoi cui il suo padrone ha ridotto le Camere. Se anche fossero stati comprati dei senatori, l'obbligo costituzionale delle dimissioni sarebbe valso comunque, non esistendo più la maggioranza sulla quale il Governo si era costituito.

…sonale si può considerare fallito. Con le dimissioni delle due ministre renziane, la crisi di Governo è aperta, anche se per formalizzarla il Presidente del Consiglio volesse - come è sua facoltà - provocare un dibattito ed un voto del Parlamento. E' tuttavia …

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Le Pubbliche Relazioni della Presidenza del Consiglio attribuiscono naturalmente un carattere “storico” all’incontro tra il Papa e la Meloni. In realtà, la Signora della Garbatella è la tipica provinciale che si ritiene importante solo perché – uscendo dall’ambito ristretto delle sue originarie frequentazioni – si trova proiettata in un ambito internazionale. Il Doge di Genova Francesco Maria Imperiale Lercari, essendo stato invitato nel 1686 nella Reggia di Versailles (la “Superba” si trovava all’epoca in una condizione di sostanziale vassallaggio dalla Francia), alla domanda su che cosa lo avesse colpito di più di quella splendida dimora, rispose con la famosa frase: “Mi chi”. Che testimonia l’icasticità della nostra lingua regionale e significa: “Il fatto che un poveraccio come me si trovi in questo luogo”. I rapporti formali tra lo Stato italiano e la Santa Sede datano dal 1929. Prima di quella data, il Vaticano si era ostinato a ignorare l’Italia unita, nella speranza – coltivata fino alla Grande Guerra – che questa compagine, sostanzialmente debole, venisse prima o poi travolta nel grande gioco tra le Potenze d’Europa. È vero che dopo la rotta di Caporetto la Chiesa aveva salvato l’Unità Nazionale – come avrebbe fatto in seguito anche l’8 settembre – ma l’esistenza dello Stato italiano aveva finito per essere considerata il male minore. Dovendosi preferire al caos in cui stava precipitando l’intero Continente. Non si dimentichi che Caporetto precede di pochi giorni la Rivoluzione d’Ottobre in Russia, dove la monarchia dei Romanov – precedendo quelle degli Asburgo e degli Hohenzollern – era già stata abbattuta dalla Rivoluzione di Febbraio. L’esito della Grande Guerra propiziò dunque la stipula dei Patti Lateranensi. Considerati dalla parte ecclesiastica come un primo passo in vista di una completa restaurazione delle prerogative temporali del Papato. Che, nel secondo dopoguerra, avrebbe sostanzialmente assunto la guida dello Stato italiano per il tramite della Democrazia Cristiana. La visita della Meloni al Papa avviene in un momento paragonabile, per molti versi, al 1929. Quando Mussolini e il cardinale Gasparri firmarono l’intesa tra Italia e Santa Sede, i traumi determinati dalla Prima Guerra Mondiale e dalla successiva guerra civile, vinta dal Fascismo, erano appena superati. Oggi l’affermazione elettorale della Meloni e la sua tendenza a instaurare un nuovo regime chiudono un’altra fase storica di crisi e di transizione, iniziata con la caduta della Prima Repubblica. Che ha segnato anche quella della Democrazia Cristiana. Questo partito venne abbandonato al suo destino proprio dal Papa polacco, che pure era stato appoggiato dai governi italiani nella rivendicazione dell’indipendenza per il suo Paese d’origine. Era tuttavia maturata, sulla sponda destra del Tevere, la persuasione che fosse necessario cercare altri strumenti per esercitare l’influenza della Chiesa sulla società e sullo Stato italiano. I cattolici liberali confluiti nel Partito Democratico hanno fatto la fine dei “Popolari”. Mentre la Democrazia Cristiana venne liquidata dopo un lungo periodo di gestione del potere, i Democratici – come a suo tempo i seguaci di Don Sturzo – sono stati un’effimera meteora, destinata ad avere vita breve. Coincidente con i pochi anni in cui l’Italia – venuto meno il suo anteriore equilibrio – ne cercava uno nuovo. Il Partito Popolare avrebbe potuto sopravvivere ed esercitare un ruolo di governo soltanto qualora la crisi dello Stato liberale – iniziata nel 1918, anzi con lo scoppio della guerra e il successivo intervento – avesse avuto uno sbocco democratico, e non autoritario. Lo stesso si può affermare in riferimento al processo iniziato con la caduta del Muro di Berlino. Se, a partire dalla vittoria nella Grande Guerra, si erano appropriati della conduzione dello Stato quanti rappresentavano per l’appunto le correnti nazionaliste e interventiste, rafforzate dalla massa d’urto costituita dagli ex combattenti, dopo la fine del comunismo era inevitabile che la tendenza prevalente in Europa avrebbe favorito gli elementi anticomunisti più radicali. In un nostro scritto precedente, abbiamo ricordato come Sassoli si dedicasse a picconare il Muro di Berlino quando era già caduto. Se lo avesse fatto prima, adesso avremmo al governo il suo partito, e non quello della Meloni. La quale, sbaragliati gli oppositori – divisi su tutto salvo che sul rifiuto del nuovo regime, esattamente come era avvenuto nel caso degli “Aventiniani” – può negoziare da posizioni di forza con il Papa. Mantenendo quelle prerogative che lo Stato aveva acquisito fin dall’introduzione del divorzio. Non è casuale che la Destra, dovendo necessariamente legiferare sull’eutanasia, lo faccia nei termini definiti dalla nota sentenza della Consulta. Che esprime il principio in base al quale la legislazione dello Stato non deve coincidere con il precetto di una specifica confessione religiosa. Il Vaticano non pare opporsi alla nuova legge, che giunge peraltro a chiudere il ciclo iniziato con quella sul divorzio. Anziché persistere nella difesa dello Stato confessionale, la Chiesa di Leone XIV si muove su tutt’altro terreno. Costituito dall’espansione della sua influenza sulla società. La Meloni rimane dunque padrona di uno Stato che, sulla società, tanto meno influisce quanto più diviene autoritario: ancora in grado, come tale, di imporre ai consociati una disciplina formale, ma senza influire sui loro orientamenti più profondi. Alla fine della parabola dello Stato unitario, risulterà vincente chi avrà saputo, da una parte, formare le nuove generazioni, e dall’altra mantenere la coesione del tessuto sociale. Ecco dunque la Meloni portare in omaggio al Papa – che naturalmente lo gradisce, e fonda su questa concessione il nuovo “modus vivendi” con lo Stato – l’applicazione sistematica del cosiddetto “principio di sussidiarietà”. Con cui si trasferiscono a soggetti di diritto privato di orientamento cattolico le scuole e gli ospedali. Ce n’è abbastanza per non lamentarsi se lo Stato risulta negligente nel trasferire alla Chiesa i fondi dell’Otto per Mille. Che possono dunque ritardare, ed anche diminuire, quando in favore della parte ecclesiastica si costituiscono nuove fonti di entrate, cui corrisponde un’influenza sempre maggiore sulla società. In cambio di questa concessione, il Papa può tranquillamente scaricare i cattolici democratici, esattamente come aveva fatto Pio XI con i “Popolari”. L’influenza acquisita direttamente dalla Chiesa grazie alle clausole del Concordato superava ampiamente quella esercitata da un partito di ispirazione cattolica. Oggi si ripete la stessa situazione. Con la differenza che l’accresciuta influenza della Chiesa sulla società si inserisce nell’ambito di quel disegno “carolingio” in base al quale il Papa intende fare della Chiesa il riferimento dell’identità europea occidentale. La Chiesa e lo Stato possono facilmente accordarsi, perché le prospettive in cui si collocano hanno tempi ed ambiti diversi.

…na superati. Oggi l’affermazione elettorale della Meloni e la sua tendenza a instaurare un nuovo regime chiudono un’altra fase storica di crisi e di transizione, iniziata con la caduta della Prima Repubblica. Che ha segnato anche quella della Democrazia Cristi…

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Crisi energetica, politica e consenso: analisi critica

La Lega ha già iniziato una campagna volta a presentare l’imminente ed inevitabile razionamento del combustibile come una iniqua imposizione dell’Unione Europea. Quando Bruxelles elargisce ai nostri enti locali i soldi del “P.N.R.”, puntualmente utilizzati per…

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Meloni, Parlamento, Russia e crisi dell’Occidente

…re lo stretto vicolo che separa Palazzo Chigi dal Palazzo di Montecitorio. È vero che il nostro Parlamento, palestra di una “Classe Dirigente” decaduta ed in crisi, non rispecchia ormai da tempo l’immagine del cosiddetto “Paese Reale”. La saggezza degli anzian…

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Decreto Sicurezza, avvocati e crisi dello Stato: analisi critica

…rò auspicato dall’attuale maggioranza, la quale, quanto meno, non pare affatto preoccupata da una simile eventualità. Abbiamo già valutato i motivi in base ai quali – a nostro modesto avviso – la Meloni, in previsione di una crisi energetica, non dispone alcun…

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Decreto Sicurezza, avvocati e crisi dello Stato: analisi critica

…o offerto, pur avendo comunque perduto la consultazione popolare. La stessa logica si manifesta nella totale inerzia dello Stato dinanzi alla crisi energetica. Se l’Esecutivo avesse concepito un autentico e organico disegno autoritario, imporrebbe il razioname…

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