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Risultati per “Giorgia Meloni”

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Se l’indicazione che risulta implicitamente dall’annuncio del “Vertice” tra Putin e Trump in Alaska verrà confermata – come fa prevedere la convocazione di una riunione preparatoria tra le parti, da celebrare in Inghilterra – ciò vorrà dire che si prospetta per l’Ucraina una soluzione di tipo “coreano”: che è l’unica possibile, salvo la deprecata ipotesi di un allargamento del conflitto. L’Occidente preferisce logicamente evitarlo, per concentrarsi sul Medio Oriente ed, in prospettiva, su Formosa. È vero che Trump ha parlato di “scambi” di territori, ma una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, risulta molto improbabile un ritiro degli opposti eserciti dalle posizioni che hanno raggiunto, o che hanno mantenuto. L’unico caso in cui ciò non avvenne fu la Croazia, dove gli Occidentali imposero ai Serbi di ripiegare sulla linea di confine tra le repubbliche ex jugoslave. In questo caso, però, esisteva un soggetto terzo in grado di imporre il rispetto del proprio arbitrato. Nel caso della Russia, in tanto si può ottenere una cessazione degli scontri in quanto precisamente si accetta il principio che i confini – in questo caso tra le repubbliche ex sovietiche – possono essere ridisegnati, quanto meno de facto, rispettando il criterio dell’appartenenza linguistica. La conseguente “pulizia etnica” si è peraltro già consumata: chi non era russofono ha infatti dovuto abbandonare i territori invasi. Se poi la loro annessione rimarrà de facto, ovvero troverà un riconoscimento de jure, diviene a questo punto una questione irrilevante. Putin ottiene il riconoscimento del suo rinnovato ruolo di grande potenza, quanto meno regionale, e l’Ucraina – in cambio di amputazioni territoriali già consumate e comunque irreversibili – consegue una protezione occidentale sulla sua residua sovranità. Quanto soprattutto trova conferma è il riconoscimento dell’aspetto più rilevante della politica di potenza, che si estrinseca nell’uso della forza militare: ciascuno si appropria di tutto quanto gli appartiene in base al mero rapporto di forze. Vedi il caso di Israele, che assume il controllo militare di tutta la Striscia di Gaza, riservandosi di definire lo “status” giuridico che lo garantisca meglio: probabilmente un’amministrazione affidata ai Paesi Arabi. Che da una parte lasciano mano libera a Netanyahu nei riguardi dei Palestinesi, e dall’altra approfittano della sua protezione contro le ambizioni egemoniche dell’Iran. Quanto risulta morto e sepolto è il cosiddetto “internazionalismo”, cioè una prassi politica che costituiva il corollario della vecchia prevalenza delle ideologie. “Il Secolo XIX”, compiacendosi perché i manifestanti di Genova hanno bloccato nel porto un cannone destinato a Israele, pubblica impietosamente la fotografia dello sparuto gruppo di persone che sono riuscite nell’impresa. Le quali sono così poche che non sarebbero riuscite a bloccare neanche la corsa di un autobus del servizio urbano. Evidentemente, il Governo ha deciso sua sponte una sorta di embargo – che altri Paesi dell’Europa Occidentale hanno da parte loro proclamato formalmente – nei confronti di Israele. L’affinità ideologica tra diversi soggetti internazionali non condiziona però più neanche in minima misura le loro scelte. L’Arabia Saudita è da tempo un alleato oggettivo di Gerusalemme (sempre che non siano già in vigore degli accordi riservati), pur essendo uno Stato confessionale islamico, dove per giunta Israele non figura sulle mappe dei testi scolastici. Trump non si può considerare certamente un sostenitore della funzione messianica attribuita a Mosca in quanto “Terza Roma”, tanto più da quando – per la prima volta nella Storia – un suo concittadino occupa il Soglio di Pietro, e deve di conseguenza difendere le prerogative della “Prima Roma”. Il “Tycoon” non esita però a riconoscere come valide – almeno in parte – le pretese accampate dal nuovo imperatore di Russia. Il fondamento ideologico del potere vale tuttora però in politica interna, costituendo il fondamento dell’autorità esercitata tanto dalle dittature quanto dalle cosiddette “democrature”. Che hanno tutte in comune l’affermazione di una particolare identità. Se non vi sono dubbi sull’esistenza di quella propria della Russia, l’identità italiana costituisce – lo ripetiamo ancora una volta – un’invenzione intellettuale ed un’imposizione ideologica. Che fu tuttavia propria a suo tempo tanto dell’Italia liberale, dopo la sua costituzione in seguito al cosiddetto Risorgimento, quanto – in misura ancor maggiore – dell’Italia fascista. A partire dalla Liberazione prevalse – insieme con l’affermazione delle ideologie di cui erano assertori tanto i democristiani quanto i comunisti e i socialisti – per l’appunto l’internazionalismo. Le forze politiche dominanti la Prima Repubblica vissero tutte di rendita sulle cause proprie di altri Paesi: al sostegno offerto dai democristiani agli insorti ungheresi e ai cattolici polacchi faceva riscontro la mobilitazione della sinistra in favore del Vietnam. In verità, ai dirigenti dell’una e dell’altra parte non importava granché di tutte queste vicende, che venivano strumentalizzate o per sostenere l’adesione ad un sistema di alleanze, o viceversa per avversarlo. Ora la Meloni deve far dimenticare agli alleati europei dell’Italia le proprie radici ideologiche. Le vicende di tutti gli altri Paesi del continente dimostrano infatti che in essi vale pur sempre la conventio ad excludendum nei confronti dell’estrema destra. Così è stato – almeno fino ad ora – in Francia, in Spagna, in Germania e in Austria. In Italia, però, questa parte politica ha segnato una espansione elettorale inarrestabile, e la destra “moderata” ha scelto di accodarsi. Mettendo in pericolo la regola – fondamentale nelle democrazie rappresentative – della reversibilità delle maggioranze. La Meloni non ha infatti perso l’occasione per ripetere quanto già riuscito ai vari Putin, Erdogan, Modi e compagnia. Abbiamo udito questa mattina su Radio Radicale un giurista affermare che si è applicato il metodo detto “della cottura della rana”: se lo si getta nell’acqua bollente, il batrace salta fuori dalla pentola; se invece lo si mette nell’acqua fredda, l’aumento progressivo del calore lo stordisce, finendo per cucinarlo. Non fu però questo il metodo seguito da Mussolini, che instaurò progressivamente il regime in un arco di tempo che va dal 1922 al 1929. La differenza consiste soltanto che Mussolini, alla fine, lo dichiarò, mentre la Meloni nega la sua stessa esistenza. Se è così, però, non si vede per quale motivo la Presidente del Consiglio sottolinei con insistenza la discontinuità del suo Governo rispetto a tutta la vicenda storica precedente, cui attribuisce il carattere di una degenerazione, mentre a partire dal suo avvento si assisterebbe – secondo lei – a una rinascita. Ricordiamo bene quando, recandoci a Nizza, ammonivamo i nostri interlocutori francesi sul rischio costituito dall’avere il Terzo Mondo – inteso soprattutto come affermazione di una cultura politica estranea alla tradizione liberale e democratica europea – a Ponte San Luigi, cioè a trenta chilometri dagli eleganti dehors della Promenade su cui consumano tranquillamente ostriche e champagne. La Meloni è però riuscita a farsi percepire come un fattore di stabilizzazione. Se gli italiani non possono più praticare l’alternanza al governo, e se viene loro imposta una legislazione autoritaria, il Paese è tuttavia apparentemente tranquillo. Ecco dunque che i dirigenti di Parigi, di Bruxelles e della stessa Nizza sussumono tutti questi aspetti inquietanti della nostra situazione, ed anzi offrono alle Autorità di Roma un sostanziale sostegno. La recente visita di una delegazione delle Alpi Marittime a Imperia – a parte i risvolti gastronomici, che hanno messo nel giusto risalto l’opera del nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo – ha segnato l’accettazione da parte francese di tutto quanto reclamato dal “Bassotto”: anche a nome e per conto della Signora della Garbatella.

…, ai dirigenti dell’una e dell’altra parte non importava granché di tutte queste vicende, che venivano strumentalizzate o per sostenere l’adesione ad un sistema di alleanze, o viceversa per avversarlo. Ora la Meloni deve far dimenticare agli alleati europei de…

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Crisi della democrazia italiana e deriva del sistema politico

La Meloni ha dimostrato ulteriormente, conferendo un carattere istituzionale alla sua conferenza stampa di fine anno – portata allo stesso livello del Discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato dal Presidente nel Campidoglio di Washington – di ritenersi Cap…

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LETTERA APERTA AL CARDINALE SCHOENBORN

…essa avevo rilevato. A Rimini, il pubblico di “Comunione e Liberazione” ha applaudito Giorgia Meloni. Paolo VI, che fu un coerente antifascista, si rivolta nella tomba. Di questo tratta l’articolo che Le allego. La ossequio. Suo affezionatissimo in Cristo Mari…

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La “Giornata Mondiale della Gioventù” si è conclusa offrendo un’ulteriore dimostrazione dell’influenza della Chiesa. Che non si manifesta, peraltro, solamente con la capacità di riunire centinaia di migliaia di persone intorno al Papa, potendo contare anche sull’espressione di una propria cultura, nonché sul prestigio di tanti vescovi e sacerdoti. Per non parlare del fatto che la Santa Sede dispone – a differenza di altre confessioni religiose – di una propria diplomazia, essendo munita di personalità giuridica di diritto internazionale. Ciò le consente di disporre di informazioni di prima mano sulla realtà di tanti Paesi. Rimane tuttavia un problema: come impiegare tutta questa forza e tutta questa influenza. Qui le possibilità variano a seconda delle situazioni. L’anteriore Pontefice aveva costituito, in seno al Sacro Collegio dei Cardinali, un’apparente amplissima maggioranza composta da “terzomondisti”. Al momento di scegliere il nuovo Papa, la gran parte di questi porporati ha dovuto però tenere conto della propria situazione economica. Che si può riassumere brutalmente in questi termini: praticamente tutte le Chiese extraeuropee dipendono dall’Occidente. L’aiuto di cui esse hanno necessità per proseguire non soltanto la propria azione di assistenza, ma anche la normale vita religiosa, proviene infatti dall’Europa e dall’America settentrionale. Lo prova il fatto che le spese necessarie per la riuscita del grande raduno di Tor Vergata sono state sostenute dal governo italiano. La Meloni non ha perso l’occasione per far valere tale contributo. Invece di congratularsi con il Papa per il consenso di cui Prevost ha indubbiamente manifestato di godere, la Presidente del Consiglio si è compiaciuta per il perfetto funzionamento di una gigantesca ed efficiente macchina organizzativa predisposta e gestita dalle autorità dello Stato. Gli svenimenti a catena hanno messo in luce i suoi aspetti sanitari, evitando che un collasso facesse schiattare qualche partecipante. Si ripete – sia pure “mutatis mutandis” – la situazione successiva al 1929. Anche allora venne celebrato un Giubileo, quello della “Redenzione” del 1933. In tale circostanza, il Tribunale Speciale erogò l’unica condanna a carico di oppositori cattolici del regime. Piero Malvestiti – futuro dirigente della Democrazia Cristiana – ed alcuni suoi compagni, componenti il cosiddetto “Movimento Neoguelfo”, vennero processati per avere distribuito ai pellegrini dei volantini critici nei confronti di Mussolini. La denominazione di questo sparuto gruppo di animosi, facendo riferimento per l’appunto ai Guelfi, rivelava che la Chiesa – ridottasi a costituire uno dei tanti movimenti di massa creati per promuovere e incanalare il consenso – vedeva affermarsi precisamente l’ideale dei Ghibellini, i quali volevano il potere spirituale subordinato a quello dello Stato. Non è un caso che sia stata pubblicata, in contemporanea con l’evento di Tor Vergata, un’intervista del cardinale Ruini, il quale invita bruscamente i figli di Berlusconi – in realtà solo Pier Silvio manifesta delle velleità politiche, mentre Marina si occupa più sagacemente delle aziende di famiglia – a “non disturbare il manovratore”, cioè la Meloni, di cui il cardinale rileva che non è cattolica. Mussolini, da parte sua, non rinnegò mai il proprio ateismo, mentre la Signora della Garbatella è neopagana. Come Tolkien, cui deve la propria formazione ideologica. Ruini rileva però che la Meloni ha delegato la propria azione politica, nel campo dei rapporti con la Chiesa, a Mantovano, il quale è viceversa un cattolico praticante, che ha avuto in precedenza occasione di collaborare direttamente con la Santa Sede. I giovani venuti a Roma dal “Terzo Mondo” scontano la stessa situazione in cui si trovano i loro pastori, che in alcuni casi – soprattutto in ambito islamico, ma non solo – è di aperta persecuzione. Per cui le comunità cristiane devono non soltanto fare appello alla generosità dell’Occidente per sopperire alle proprie necessità materiali, ma anche per richiedere un minimo di protezione. Che a volte, però, viene inopinatamente lesinata. Mentre i cardinali Pizzaballa e Parolin si indignano per la morte di tre correligionari, bombardati nella chiesa di Gaza da Israele, non fiattano quando quaranta credenti del Congo vengono sterminati – in questo caso deliberatamente – dai musulmani “estremisti”. Non si vede, peraltro, nessuna mobilitazione in favore di chi sconta la colpa ontologica di essere cristiano. L’Occidente laico odia se stesso e ritiene che le colpe del colonialismo debbano essere pagate non già dai discendenti di chi ne trasse beneficio, bensì da chi è stato abbandonato “in partibus infidelium”, che dunque sopravvive solamente quando è in grado di difendersi da sé. Come fa Israele. Anche se ciò dispiace ad alcuni cardinali e anche a molti laici. Non si ripete quel moto di solidarietà che accompagnò l’azione di Giovanni Paolo II volta a liberare l’Europa orientale dal comunismo. Anche se va rilevato come “Comunione e Liberazione” sfruttasse in realtà la situazione della Polonia in funzione del proprio ruolo nella politica interna italiana. Le alte sfere ecclesiastiche sapevano benissimo che la caduta del comunismo avrebbe determinato anche la fine della Democrazia Cristiana. Esse dunque predisponevano nuovi strumenti per esercitare la propria influenza sulla vita pubblica italiana. Il movimento di Formigoni, costituendosi come una sorta di “Chiesa nella Chiesa”, ma anche di “partito nel partito”, si preparava a confluire nei nuovi soggetti politici destinati a rappresentare la destra. Per giunta, persone come Ruini non nascondevano la propria diffidenza nei confronti del partito fondato da De Gasperi, di cui denunciavano continuamente le “contaminazioni moderniste”. La sua soppressione non venne dunque considerata come un fatto positivo in quanto eliminava un focolaio di corruzione, bensì perché toglieva di mezzo uno strumento usato dalle correnti cattoliche liberali per esprimersi, sia pure in posizione minoritaria. Si ripeté dunque quanto era successo per il Partito Popolare, la cui componente di destra confluì nel “Listone” fin dal 1924. La parte antifascista fu messa invece a tacere, in vista della “Conciliazione”. Mussolini avrebbe potuto commentare – parafrasando Enrico IV – che “Roma vale bene una messa”. Se i cattolici del Terzo Mondo sono abbandonati a se stessi, vedendosi offrire tutt’al più qualche buona parola, ovvero un posto di lavoro come “vigilantes” in Vaticano, quale sorte attende quelli dell’Occidente? La difesa della sua identità è affidata ai soggetti politici secolari, i quali incassano – e naturalmente gradiscono – l’appoggio di una parte rilevante della gerarchia. L’essere però priva di un proprio “braccio secolare” pone inevitabilmente la Chiesa in una condizione di dipendenza da chi si erge a difensore dell’identità cristiana, laddove essa può ancora contare – se non su un sostegno diretto delle masse, precluso dalla cosiddetta “secolarizzazione” – quanto meno sull’appoggio dei governi. Non importa dunque se essi sono guidati da “Atei Devoti”, ovvero da neopagani. L’importante è che questo connubio tuteli l’interesse immediato di entrambe le parti. Quando Berlusconi bestemmiò pubblicamente in diretta televisiva, un monsignore disse che la sua espressione doveva essere “contestualizzata”. Quanto alla “sinistra”, ben le si attaglia il motto “Qui gladio perit gladio ferit”. Monsignor Castellano sostenne attivamente l’elezione di sua nipote, ottenendo in cambio la remissione dei propri debiti da parte del Monte dei Paschi. Ora monsignor Ruini rileva che la Meloni non è cristiana, ma la Presidente del Consiglio si accinge a introdurre un emendamento alla Costituzione che – come abbiamo già rilevato – riconosce alla Santa Sede un “droit de regard” su Roma, oltre, naturalmente, a sostenere le spese del Giubileo. Il vecchio Ruini è dunque pronto a scendere nuovamente in campo in suo favore, le campagne elettorali essendo la specialità del quasi centenario prelato di Carpi, di cui ricordiamo la plateale rottura dell’amicizia con Romano Prodi e con la sua compianta consorte, rei entrambi di essersi opposti a Berlusconi. A Sua Santità vorremmo ricordare come la nostra sia un’identità molto complessa, in cui entra tanto De Maistre quanto Gioberti, Rosmini e Manzoni; confluisce tanto il Sillabo come il cattolicesimo sociale. L’Europa carolingia compone anche quell’area della teologia “renana” che si espresse nel Concilio. Bergoglio diceva di considerare “I promessi sposi” come uno dei propri testi preferiti. Non a caso, l’anteriore Pontefice riabilitò pienamente noi cattolici liberali, che ora si accingono a una nuova “traversata del deserto”. Nella prospettiva di una guerra, è logico che la Chiesa si ripieghi a difesa di se stessa, ma essa dovrebbe – a nostro modesto avviso – pensare, come sempre, non soltanto al domani, bensì anche al dopodomani.

…pese necessarie per la riuscita del grande raduno di Tor Vergata sono state sostenute dal governo italiano. La Meloni non ha perso l’occasione per far valere tale contributo. Invece di congratularsi con il Papa per il consenso di cui Prevost ha indubbiamente m…

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L’Italia, in base a quanto stipulato dalla Von der Leyen con Trump, dovrà pagare agli Stati Uniti una cifra annuale che, secondo i calcoli più attendibili, viene stimata in sessanta miliardi di euro. Qualcuno dice settanta, mentre i più ottimisti ne calcolano soltanto trenta. Che comunque non abbiamo. Tutto questo denaro costituirà il corrispettivo delle materie prime energetiche e delle forniture di armi che ci siamo impegnati ad acquistare dall’America, naturalmente insieme con tutti gli altri Stati dell’Unione Europea. La Von der Leyen aveva tanta fretta di stipulare questo atto di diritto internazionale da dimenticare che le relative norme ne impongono la redazione per iscritto. Proponiamo alla Presidente della Commissione di Bruxelles un gemellaggio con il nostro Sindaco, il quale ha destituito in forma verbale una funzionaria del Comune, senza curarsi del fatto che, fin dal Codice di Hammurabi, gli atti di diritto pubblico vengono emanati in forma scritta. Soprattutto per evitare discrepanze non solo sull’interpretazione, ma addirittura su quanto effettivamente dispongono. Quanto non è stato chiarito e dettagliato su un campo da golf in Scozia verrà dunque stabilito unilateralmente dalla parte statunitense. La situazione, come si è rivelata domenica scorsa, ripropone gli effetti di un rapporto di forze tra le due sponde dell’Atlantico che gioca disastrosamente a nostro sfavore. Tre le circostanze gravi: La Von der Leyen ha pattuito clausole che esulano dalla competenza dell’Unione, essendo riservate ai singoli Stati. Non le era stato conferito alcun mandato ben definito e condizionato. Non essendosi precisati i limiti del mandato, non può essere rimproverata per averli superati. Al danno economico dell’acquisto obbligatorio da mercato americano si aggiungono: dazi al 15% (o superiori) su prodotti strategici come l’acciaio; crollo dell’industria bellica europea, e in particolare italiana, con licenziamenti e perdita di investimenti. L’acquisto di armi all’estero non genera alcuna ricaduta economica positiva, ma aggrava il deficit pubblico in un contesto di recessione, aggravato dal fallimento della stagione turistica. Von der Leyen, cresciuta a Bruxelles e “funzionaria UE dalla nascita”, succede degnamente a presidenti come Van Rompuy o Juncker. Da lei non ci si poteva attendere resistenza a Trump, né dignità istituzionale. L’opposizione accusa la Meloni di aver favorito la capitolazione europea, sostenendo la “solidarietà atlantica” anziché una minaccia di guerra dei dazi. La firma dell’accordo, forse motivata dall’urgenza di ricevere gas USA a credito per l’inverno, vincola l’Italia a spese certe e pesanti. Occorre convocare la Meloni in Parlamento per due domande: Quanto dovremo pagare? Con quali coperture? Escluso un aumento fiscale, resteranno solo tagli: scuole, ospedali, servizi pubblici. La Presidente del Consiglio, favorita da questa crisi, può instaurare un regime repressivo, giustificandolo come “economia di guerra”. Ma non chiarisce né il nemico, né la causa reale. Se c’è una vera causa nazionale, va affrontata con unità nazionale; se non c’è, il Governo non può esigere sacrifici. La Meloni, però, sembra puntare più a regolare conti con gli avversari che a salvare il Paese. Stessa logica del nostro Sindaco: dividere gli oppositori tra chi comprare con incarichi e chi criminalizzare, accusandoli di minacce e atti vandalici, fino a coinvolgere i servizi segreti.

…Van Rompuy o Juncker. Da lei non ci si poteva attendere resistenza a Trump, né dignità istituzionale. L’opposizione accusa la Meloni di aver favorito la capitolazione europea, sostenendo la “solidarietà atlantica” anziché una minaccia di guerra dei dazi. La fi…

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L’autunno si annuncia gravido non soltanto di pioggia, ma anche di crisi economica e sociale. Per non parlare del pericolo di guerra. Se dovessero riaccendersi le ostilità tra Israele e l’Iran, il blocco di Hormuz – scongiurato in occasione degli ultimi scontri – produrrebbe conseguenze disastrose su tutta l’Europa occidentale. La nave su cui l’Italia affronta questa congiuntura tempestosa è il Governo Meloni. Che – al pari di ogni regime basato su un’ideologia, anche se non espressamente adottata dallo Stato – tende inevitabilmente a discriminare tra chi vi aderisce e chi, viceversa, la rifiuta. Rimane, tra questi due schieramenti, la zona grigia costituita in particolare dagli imprenditori. I quali, pur non aderendovi espressamente, si astengono anche dal criticarla e dall’esprimere nei suoi confronti una aperta dissociazione. Restringendosi gli spazi in cui costoro si muovono – quando viene meno l’autentica libertà politica, quella economica risulta inevitabilmente inefficace – essi sono costretti a barcamenarsi per sopravvivere. Praticando la resilienza, ma nel contempo manifestando verso il Potere un omaggio formale. Che risulta necessario in quanto il Regime può ulteriormente restringere gli spazi disponibili per gli operatori economici. Quanto accade a livello nazionale trova puntuale riscontro nella nostra piccola realtà cittadina. Dove le imprese superstiti sono assoggettate a una grassazione che riduce in modo drammatico i loro margini di profitto. A tale condizione non è però possibile sottrarsi, se non si vuole chiudere definitivamente bottega. Un Governo che discrimina i cittadini in base alle rispettive convinzioni può naturalmente imporre loro una disciplina. Tanto più cogente quanto più la situazione evolve verso un’economia di guerra. Ciò che un simile potere non potrà tuttavia mai ottenere dai consociati è un’adesione che può risultare incondizionata solo in quanto sia spontanea. Basandosi su convinzioni profonde e condivise. Nel periodo tra il 1915 e il 1918 gli Italiani volevano tutti vincere la guerra, considerandola una causa nazionale. Non fu così durante il conflitto successivo, che venne viceversa percepito come la causa propria di una parte politica. Questo fu precisamente il risultato derivante dall’avere discriminato gli Italiani in base a un criterio ideologico. La Meloni e i suoi corifei sono incamminati su questa stessa strada. L’Opposizione ha certamente commesso degli errori, ma il processo di costruzione della democrazia – o meglio il tentativo di portare l’Italia in questa direzione – non è stato intrapreso a suo tempo contro qualcuno. Questo processo escludeva infatti soltanto chi rifiutava di prendervi parte. Oggi la discriminazione viene invece stabilita “a priori”. Il disastro cui Mussolini aveva condotto l’Italia rese indispensabile, a un certo punto, rovesciare le alleanze. Riportando l’Italia nel campo delle democrazie. Il Re d’Inghilterra, parlando dinanzi al nostro Parlamento, ha signorilmente evitato di ricordare come il Fascismo avesse predicato l’ostilità nei confronti del suo Paese, preferendo ricordare che gli Italiani non si erano lasciati convincere dalla propaganda sulla “Perfida Albione”, ed avessero anzi sentito spontaneamente la necessità di ristabilire una collaborazione e un’amicizia che affondavano le loro radici nel Risorgimento. Tutto ciò conduce inevitabilmente a una conclusione: non ci sono alternative alle alleanze nelle quali oggi il nostro Paese è inserito. L’Opposizione dovrebbe dunque compiere una scelta tanto difficile quanto inevitabile. Consistente nel distinguere tra il doveroso dissenso nei confronti dell’indirizzo autoritario dell’attuale Governo e – dall’altra parte – la necessità di mantenere l’Italia nel campo occidentale. Una volta dato alla sua causa il nostro contributo, verrà il momento di esigere il compenso dovuto per questa scelta. Nel frattempo, ricordiamo ai nostri Alleati come il loro rapporto con una forza politica che non nasconde la propria ispirazione e la propria vocazione autoritaria risulti in primo luogo spurio, una sorta di “mésalliance” che prima o poi rivelerà le contraddizioni su cui è fondata. Questo è il messaggio che noi abbiamo modestamente ma fermamente espresso agli amici di Nizza. Ben prima che le necessità della “realpolitik” inducessero il Sindaco–Presidente Estrosi a offrire al suo omologo, installato su questo lato del confine, il proprio riconoscimento “diplomatico”. O meglio politico, oltre che basato sulle ragioni economiche che abbiamo già avuto modo di illustrare. Chi però sta sbagliando è l’attuale dirigenza dell’Opposizione italiana. Ci sono state autorevolmente riferite le voci che circolano in merito ai finanziamenti giunti ai capi del Partito Democratico e a quelli del Movimento 5 Stelle da certi ambienti islamisti. Se queste voci risultassero fondate, ne saremmo molto rattristati, ma non certo stupiti. L’attuale Maggioranza ha ormai acquisito l’egemonia sui diversi soggetti sociali del nostro Paese. Si identificano infatti in essa non soltanto le varie rappresentanze del padronato imprenditoriale, ma anche molte di quelle espresse da altri ceti. Tanto per fare due esempi, il vecchio sindacato “Bianco”, che aveva un proprio radicamento nella classe operaia, nonché la Coldiretti, espressione dei piccoli imprenditori agrari, si annoverano ormai tra le organizzazioni di massa che incanalano il consenso verso il nuovo Regime. Esonerandolo dalla necessità di costituirle, come invece aveva dovuto fare Mussolini. Un discorso a parte riguarda la Chiesa. La Meloni concluderà con una prevedibile apoteosi l’adunanza annuale di Rimini dei Confessionalisti. Ai quali non si presenterà a mani vuote. Come il Duce poté offrire a Pio XI la trasformazione dello Stato laico in uno Stato sostanzialmente confessionale, così la Presidente del Consiglio potrà esibire non tanto l’abrogazione di alcune norme di legge – o l’introduzione di altre – quanto piuttosto i fatti compiuti che si stanno determinando nei campi dove chi si accinge ad ospitarla opera concretamente. Sostituendosi allo Stato e agli altri enti pubblici nella governance di due settori vitali, quali sono la Sanità e l’Istruzione. Che permettono sia di arricchirsi, sia di estendere la propria base, tanto tra gli utenti quanto tra gli operatori. Che infatti vengono assunti per chiamata diretta da parte di soggetti di diritto privato. Quanto il Concordato del 1929 dichiarava espressamente, e quello del 1984 aveva invece abrogato, si riafferma nella sostanza. Il problema che si pone davanti al nuovo Papa consiste dunque nel mantenere l’alterità – che non significa certamente ostilità, ma comporta necessariamente una distinzione – tra la Chiesa e lo Stato. O meglio tra la Chiesa e il Governo. Il che risulta difficile quando il Governo tende a costituirsi in Regime. È logico che una platea fanatizzata, la quale detesta chiunque le venga additato come “modernista”, o addirittura “comunista”, veda nella Meloni il proprio punto di riferimento. Questa gente stava a suo tempo nella Democrazia Cristiana, ma sempre considerando con sospetto la sua radice popolare – cioè sturziana – poiché scorgeva in essa per l’appunto una contaminazione “modernista”. La fine della Democrazia Cristiana non ha dunque indebolito questo settore, ma anzi ha finito per rafforzarlo, essendo stato eliminato il suo principale nemico interno al mondo cattolico. Rimini segna dunque la sua adesione alla Maggioranza, come avvenne nel 1924, quando la destra del Partito Popolare entrò nel “Listone” fascista. L’Opposizione, anziché affrontare questo pericolo, si dedica a sostenere Hamas. Ripetendo l’errore commesso dopo la Prima e poi dopo la Seconda guerra mondiale. Consistente nel riferirsi a modelli stranieri, appartenenti ad altre culture e ad altre realtà sociali, completamente diverse da quelle proprie dell’Italia e dell’Occidente. Il mito della Rivoluzione d’Ottobre, e poi quello dell’Armata Rossa che “marcia alla riscossa”, portarono per due volte allo stesso tragico errore: Perseverare diabolicum. Si può – anzi si deve – simpatizzare con la causa dell’emancipazione dei popoli. A parte il fatto che noi non riteniamo si debba annoverare Hamas tra quanti la perseguono, se non aveva senso proporre per l’Italia il modello sovietico, ancor meno ne ha proporre oggi quello islamista. Credendo di giustificarsi con l’asserzione secondo cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Con un risultato paradossale: il Partito Democratico neanche si accorge che i nostri reparti ospedalieri vengono dati in gestione – naturalmente senza licitazione – alle cooperative appartenenti alla “Società delle Opere”. Svuotando inoltre la Sanità pubblica dei medici comunisti che l’avevano invasa al tempo del dottor Castellano, e riempiendola invece di confessionalisti. Il che dovrebbe allarmare perfino chi – come certi dirigenti democratici nostrani – pensa solo alla carriera. Mentre però la Sanità viene privatizzata, l’unica preoccupazione dei capi della Sinistra consiste nel sostenere lo Stato Palestinese. Il bello è che il segretario della Federazione ci accusava a suo tempo di ignorare che “la Rivoluzione si fa nel proprio Paese”. A parte il fatto che costui preferiva farla a Belgrado, questo signore dovrebbe rivolgere la sua critica precisamente a chi gli è succeduto. Questi soggetti procedono nella direzione esattamente opposta rispetto a quella su cui cammina la Storia. La cosiddetta Sinistra dovrebbe competere con la Destra dimostrando di rappresentare meglio l’identità italiana, anzi le diverse identità regionali che vengono nuovamente soffocate dal centralismo. Se sapesse farlo, la Sinistra dimostrerebbe di avere assimilato la grande lezione di Gramsci, conquistando l’egemonia, anziché lasciarla – come sta avvenendo – alla parte politica opposta. La Schlein e Conte ritornano invece all’antico costume, consistente nel proporre i mai abbastanza vituperati modelli stranieri. Se il paradigma rappresentato da Stalin era semi-asiatico, quello di Hamas risulta ancora più lontano dalla nostra cultura. La sua proposta produce dunque l’effetto di allontanare la cosiddetta Sinistra non soltanto dalla possibilità di assumere la guida dello Stato, ma anche dalla capacità di rappresentare le aspirazioni della nostra gente. Come può la Schlein, che non sfila alla testa degli operai disoccupati, ma partecipa ai cortei degli omosessuali, andare d’accordo con chi li precipita dai grattacieli? È vero che anche l’affermazione dell’identità islamica confluisce nel processo di emancipazione dei popoli, ma proprio la necessità di contribuirvi dovrebbe indurci a valorizzare quanto esprime la cultura italiana. Che è certamente – almeno in parte – di matrice cristiana, ed anzi cattolica, ma ha saputo esprimere Manzoni, Rosmini e Gioberti. Cioè il cattolicesimo liberale. Nell’ambito della cosiddetta Sinistra, questa tradizione dovrebbe essere rappresentata dall’ex democristiano Renzi. Il quale apparteneva alla corrente di Fanfani. Ora, però, il “rottamatore” propone per l’Italia il modello dell’Arabia Saudita, che può attrarre soltanto chi è a libro paga del principe ereditario. La Boschi faccia attenzione: verrà reclusa in un “harem”, insieme con le altre concubine.

…occidentale. La nave su cui l’Italia affronta questa congiuntura tempestosa è il Governo Meloni. Che – al pari di ogni regime basato su un’ideologia, anche se non espressamente adottata dallo Stato – tende inevitabilmente a discriminare tra chi vi aderisce e c…

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Le Pubbliche Relazioni della Presidenza del Consiglio attribuiscono naturalmente un carattere “storico” all’incontro tra il Papa e la Meloni. In realtà, la Signora della Garbatella è la tipica provinciale che si ritiene importante solo perché – uscendo dall’ambito ristretto delle sue originarie frequentazioni – si trova proiettata in un ambito internazionale. Il Doge di Genova Francesco Maria Imperiale Lercari, essendo stato invitato nel 1686 nella Reggia di Versailles (la “Superba” si trovava all’epoca in una condizione di sostanziale vassallaggio dalla Francia), alla domanda su che cosa lo avesse colpito di più di quella splendida dimora, rispose con la famosa frase: “Mi chi”. Che testimonia l’icasticità della nostra lingua regionale e significa: “Il fatto che un poveraccio come me si trovi in questo luogo”. I rapporti formali tra lo Stato italiano e la Santa Sede datano dal 1929. Prima di quella data, il Vaticano si era ostinato a ignorare l’Italia unita, nella speranza – coltivata fino alla Grande Guerra – che questa compagine, sostanzialmente debole, venisse prima o poi travolta nel grande gioco tra le Potenze d’Europa. È vero che dopo la rotta di Caporetto la Chiesa aveva salvato l’Unità Nazionale – come avrebbe fatto in seguito anche l’8 settembre – ma l’esistenza dello Stato italiano aveva finito per essere considerata il male minore. Dovendosi preferire al caos in cui stava precipitando l’intero Continente. Non si dimentichi che Caporetto precede di pochi giorni la Rivoluzione d’Ottobre in Russia, dove la monarchia dei Romanov – precedendo quelle degli Asburgo e degli Hohenzollern – era già stata abbattuta dalla Rivoluzione di Febbraio. L’esito della Grande Guerra propiziò dunque la stipula dei Patti Lateranensi. Considerati dalla parte ecclesiastica come un primo passo in vista di una completa restaurazione delle prerogative temporali del Papato. Che, nel secondo dopoguerra, avrebbe sostanzialmente assunto la guida dello Stato italiano per il tramite della Democrazia Cristiana. La visita della Meloni al Papa avviene in un momento paragonabile, per molti versi, al 1929. Quando Mussolini e il cardinale Gasparri firmarono l’intesa tra Italia e Santa Sede, i traumi determinati dalla Prima Guerra Mondiale e dalla successiva guerra civile, vinta dal Fascismo, erano appena superati. Oggi l’affermazione elettorale della Meloni e la sua tendenza a instaurare un nuovo regime chiudono un’altra fase storica di crisi e di transizione, iniziata con la caduta della Prima Repubblica. Che ha segnato anche quella della Democrazia Cristiana. Questo partito venne abbandonato al suo destino proprio dal Papa polacco, che pure era stato appoggiato dai governi italiani nella rivendicazione dell’indipendenza per il suo Paese d’origine. Era tuttavia maturata, sulla sponda destra del Tevere, la persuasione che fosse necessario cercare altri strumenti per esercitare l’influenza della Chiesa sulla società e sullo Stato italiano. I cattolici liberali confluiti nel Partito Democratico hanno fatto la fine dei “Popolari”. Mentre la Democrazia Cristiana venne liquidata dopo un lungo periodo di gestione del potere, i Democratici – come a suo tempo i seguaci di Don Sturzo – sono stati un’effimera meteora, destinata ad avere vita breve. Coincidente con i pochi anni in cui l’Italia – venuto meno il suo anteriore equilibrio – ne cercava uno nuovo. Il Partito Popolare avrebbe potuto sopravvivere ed esercitare un ruolo di governo soltanto qualora la crisi dello Stato liberale – iniziata nel 1918, anzi con lo scoppio della guerra e il successivo intervento – avesse avuto uno sbocco democratico, e non autoritario. Lo stesso si può affermare in riferimento al processo iniziato con la caduta del Muro di Berlino. Se, a partire dalla vittoria nella Grande Guerra, si erano appropriati della conduzione dello Stato quanti rappresentavano per l’appunto le correnti nazionaliste e interventiste, rafforzate dalla massa d’urto costituita dagli ex combattenti, dopo la fine del comunismo era inevitabile che la tendenza prevalente in Europa avrebbe favorito gli elementi anticomunisti più radicali. In un nostro scritto precedente, abbiamo ricordato come Sassoli si dedicasse a picconare il Muro di Berlino quando era già caduto. Se lo avesse fatto prima, adesso avremmo al governo il suo partito, e non quello della Meloni. La quale, sbaragliati gli oppositori – divisi su tutto salvo che sul rifiuto del nuovo regime, esattamente come era avvenuto nel caso degli “Aventiniani” – può negoziare da posizioni di forza con il Papa. Mantenendo quelle prerogative che lo Stato aveva acquisito fin dall’introduzione del divorzio. Non è casuale che la Destra, dovendo necessariamente legiferare sull’eutanasia, lo faccia nei termini definiti dalla nota sentenza della Consulta. Che esprime il principio in base al quale la legislazione dello Stato non deve coincidere con il precetto di una specifica confessione religiosa. Il Vaticano non pare opporsi alla nuova legge, che giunge peraltro a chiudere il ciclo iniziato con quella sul divorzio. Anziché persistere nella difesa dello Stato confessionale, la Chiesa di Leone XIV si muove su tutt’altro terreno. Costituito dall’espansione della sua influenza sulla società. La Meloni rimane dunque padrona di uno Stato che, sulla società, tanto meno influisce quanto più diviene autoritario: ancora in grado, come tale, di imporre ai consociati una disciplina formale, ma senza influire sui loro orientamenti più profondi. Alla fine della parabola dello Stato unitario, risulterà vincente chi avrà saputo, da una parte, formare le nuove generazioni, e dall’altra mantenere la coesione del tessuto sociale. Ecco dunque la Meloni portare in omaggio al Papa – che naturalmente lo gradisce, e fonda su questa concessione il nuovo “modus vivendi” con lo Stato – l’applicazione sistematica del cosiddetto “principio di sussidiarietà”. Con cui si trasferiscono a soggetti di diritto privato di orientamento cattolico le scuole e gli ospedali. Ce n’è abbastanza per non lamentarsi se lo Stato risulta negligente nel trasferire alla Chiesa i fondi dell’Otto per Mille. Che possono dunque ritardare, ed anche diminuire, quando in favore della parte ecclesiastica si costituiscono nuove fonti di entrate, cui corrisponde un’influenza sempre maggiore sulla società. In cambio di questa concessione, il Papa può tranquillamente scaricare i cattolici democratici, esattamente come aveva fatto Pio XI con i “Popolari”. L’influenza acquisita direttamente dalla Chiesa grazie alle clausole del Concordato superava ampiamente quella esercitata da un partito di ispirazione cattolica. Oggi si ripete la stessa situazione. Con la differenza che l’accresciuta influenza della Chiesa sulla società si inserisce nell’ambito di quel disegno “carolingio” in base al quale il Papa intende fare della Chiesa il riferimento dell’identità europea occidentale. La Chiesa e lo Stato possono facilmente accordarsi, perché le prospettive in cui si collocano hanno tempi ed ambiti diversi.

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Si può cogliere un parallelo tra l’adulazione con cui da una parte tutta la stampa di Destra commenta gli asseriti esiti incontro tra la Meloni e Trump, e dall’altra parte il profluvio di annunzi che bombardano i cittadini imperiesi, riguardanti naturalmente le cosiddette “Opere del Regime”.

Il Governo Meloni ha diramato una Circolare, diretta alle Prefetture, con cui stabilisce che in ciascuna della loro sede venga esposto un registro delle condoglianze per la morte del Papa. Si tratta di una iniziativa che non trova alcun precedente nella storia…

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Si può cogliere un parallelo tra l’adulazione con cui da una parte tutta la stampa di Destra commenta gli asseriti esiti incontro tra la Meloni e Trump, e dall’altra parte il profluvio di annunzi che bombardano i cittadini imperiesi, riguardanti naturalmente le cosiddette “Opere del Regime”.

…una parte tutta la stampa di Destra commenta gli asseriti esiti incontro tra la Meloni e Trump, e dall’altra parte il profluvio di annunzi che bombardano i cittadini imperiesi, riguardanti naturalmente le cosiddette “Opere del Regime”. Che nel maggio parte dei…

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Se la Signora Meloni non avesse intrapreso la carriera politica, si sarebbe dedicata – con altrettanto successo – a quella dello spettacolo.

Se la Signora Meloni non avesse intrapreso la carriera politica, si sarebbe dedicata – con altrettanto successo – a quella dello spettacolo. Che costituisce tuttavia il suo “violon d’Igres”, a giudicare dai siparietti – degni del leggendario “Ambra Jovinelli” …

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Il Governo Meloni ha riconfermato puntualmente il proprio orientamento centralista, adottando una misura di dubbia legittimità costituzionale.Il Governo Meloni ha riconfermato puntualmente il proprio orientamento centralista, adottando una misura di dubbia legittimità costituzionale.

Il Governo Meloni ha riconfermato puntualmente il proprio orientamento centralista, adottando una misura di dubbia legittimità costituzionale. I trasferimenti dallo Stato ai Comuni verranno ridotti in una quantità che corrisponde esattamente con quanto è stato…

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Sarebbe troppo facile paragonare la conferenza stampa in cui la Meloni e la Alberti Casellati hanno presentato la loro riforma costituzionale con il discorso di Mussolini del 3 gennaio del 1925: in entrambi i casi, si tratta della proclamazione di un nuovo regime.

Sarebbe troppo facile paragonare la conferenza stampa in cui la Meloni e la Alberti Casellati hanno presentato la loro riforma costituzionale con il discorso di Mussolini del 3 gennaio del 1925: in entrambi i casi, si tratta della proclamazione di un nuovo reg…

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In un articolo anteriore, paragonando la “democratura” della Meloni – ancora in costruzione – con quella turca del Sultano, avevamo previsto – forse in modo avventato – come la Presidente del Consiglio si accingesse a seguire le orme del suo collega di Ankara, denunziando un tentativo di colpo di Stato, più o meno farlocco, ed usandolo come pretesto per regolare i conti con gli oppositori.

In un articolo anteriore, paragonando la “democratura” della Meloni – ancora in costruzione – con quella turca del Sultano, avevamo previsto – forse in modo avventato – come la Presidente del Consiglio si accingesse a seguire le orme del suo collega di Ankara,…

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