L’annunzio da parte del sindaco di Roma della sua ricandidatura segna un’altra tappa nel “descensus averni” cui è destinato il partito ex comunista.
Gli scenari possibili sono tre. L’annunzio da parte del sindaco di Roma della sua ricandidatura segna un’altra tappa nel “descensus averni” cui è destinato il partito ex comunista.
Gli scenari possibili sono tre.
Nel primo, vanno al ballottaggio la Raggi ed il candidato della sinistra. In questo caso, si ripete lo scenario delle precedenti elezioni, e la destra garantisce la riconferma dell’attuale amministrazione.
Il secondo scenario è quello di uno scontro tra destra e sinistra, ed i “pentastellati” ricambiano il favore ricevuto cinque anni prima, facendo perdere il candidato democratico.
Se infine il secondo turno è tra la Raggi e la Meloni (che pare aspiri al Campidoglio), la sinistra dovrebbe scegliere tra due destre: il che darebbe la prova definitiva della sua irrilevanza. Chi si è già accorto di tale situazione, oltre che della inconsistenza dei “pentastellati”, è Conte. Il quale – come i dirigenti del partito che lo ha designato – non si riconosce in nessuna cultura politica, ma caratterizza il proprio governo in base a due criteri egualmente precisi, e ben più consoni con lo “zeit geist” dell’Italia, dell’Europa occidentale e del mondo: uno è costituito dall’identitarismo meridionale, l’altro dalla personalizzazione del suo potere sia nel senso che il Presidente del Consiglio ha ormai assunto “de facto” delle competenze non attribuite dalla Costituzione a questo organo dello stato, sia in quanto egli coltiva un culto della personalità degno tanto dei grandi dittatori europei del Novecento quanto di quelli installati al di fuori dell’Occidente.
Uomo congenitamente lontano dalla cultura liberale europea, proveniente – come già Mussolini – da una Italia profonda, dove non è mai arrivato il vento della Rivoluzione Francese, né del pensiero politico della rivoluzione inglese, Conte è portato dalla sua indole e dalla sua formazione ad ispirarsi ai modelli extra europei. I cui protagonisti sono dei personaggi tutti quanti pittorescamente soprannominati.
L’elenco è lunghissimo: c’erano il “rais” Nasser, il “combattente supremo” Burghiba, il “lider maximo” Castro, il “re dei re” Hailé Selassié, il “grande timoniere” Mao Tse Tung, il “presidente eterno” Kim Jong-un”, il “colonnello” Gheddafi (che non era colonnello), il “maresciallo” Tito (che non era maresciallo).
Conte si è nominato “avvocato del popolo”: l’uomo è veramente avvocato, ma l’allusione al gratuito patrocinio risulta completamente fuori luogo. Le sue parcelle sono infatti molto salate, tanto più ora che il patrocinio del Presidente del Consiglio accresce la speranza di vincere la causa.
Quanto alla macchina della propaganda, affidata a Casalino, degno erede dei Goebbels, degli Starace, degli Zdanov, tutti quanti “opinion leaders” dediti ad incensare i loro datori di lavoro, fa impallidire il ricordo dei cortigiani di Craxi. I quali giunsero ad erigere in onore del loro capo il tempio progettato dall’architetto Panseca (che non era architetto).
Al tempo di Mussolini, il destino riservato alla vecchia destra liberale fu l’assorbimento nel partito fascista, quello della sinistra l’emarginazione e la persecuzione. Oggi, sotto Conte, questa prospettiva è rovesciata.
La sinistra, dopo avergli fatto da sgabello, finirà per confluire nel suo partito personale. La destra prenderà delle legnate. Noi non ci arruoliamo tra i seguaci del nuovo aspirante dittatore.
Nostro nonno era liberale, e rimase antifascista. Il motivo di questa scelta è facile da spiegare. La sinistra italiana, in cui abbiamo sempre militato, ha impiegato una vita (la nostra) per liberarsi dalla sua sudditanza ai modelli non europei, come quello di Stalin. Oggi tutto questo sforzo, tutta questa elaborazione, vengono gettati alle ortiche per confluire tra i cortigiani di un signore che non proviene da nessuna tradizione politica democratica, e che vuole importare in Italia il modello illiberale della Cina: non soltanto il modello, ma anche i suoi strumenti operativi.
Spiace constatare che uomini come Eugenio Scalfari, i quali hanno speso la loro vita per stimolare la revisione nella sinistra, si riducano – nella loro demenza senile – ad adulare proprio chi liquida la loro opera intellettuale.
Avevamo preso le mosse da Roma. La Raggi ha rifiutato la ciotola di un sottosegretariato, che le veniva offerta se avesse rinunziato a candidarsi.
Conte non ha neanche bisogno di comprare i sindaci ed i governatori. Il suo disegno – come quello di ogni autocrate – consiste infatti nell’azzeramento delle autonomie locali. Dal suo punto di vista, risulta dunque ben più importante il controllo della amministrazione pubblica statale, che infatti già gli obbedisce incondizionatamente: mentre il potere delle regioni e dei comuni può essere ridotto a sua discrezione, ci sarà sempre bisogno dei direttori generali.
La Raggi non potrebbe opporsi in alcun modo al Presidente del Consiglio, in quanto non ha una propria ideologia di riferimento, una visione dello stato diversa ed alternativa rispetto a quella del capo del governo. C’è però una differenza tra loro: Conte esercita un potere sempre più assoluto, mentre i sindaci ne hanno sempre di meno. Ciò che fa quello di Roma risulta dunque ininfluente, e Conte non si cura di lei.
Qui il discorso ritorna all’Urbe, che Cavour volle come capitale del regno in quanto – come disse in senato – non aveva (e non ha) una propria tradizione municipale. Il che è vero, ed ha infatti determinato la sua irrilevanza nella vicenda nazionale unitaria. L’unico sindaco che aveva elaborato una idea originale di Roma fu Ernesto Nathan, un israelita di formazione inglese, il quale voleva rendere la città simile alle grandi capitali dell’Europa. Il che significava tracciare un progetto vincolante del suo sviluppo urbanistico, che fosse funzionale, e non utopistico e magniloquente come quello in seguito concepito da Mussolini per scimmiottare la Roma imperiale.
Dopo la guerra, nessun sindaco è stato più in grado di concepire una idea di Roma. Tanto meno l’attuale, di gran lunga il peggiore di tutti, che proviene da un ambiente posto al confine tra l’estremismo di destra e la malavita comune quale è quello di Previti. Come formazione ideologica e culturale, non si potrebbe immaginare di peggio.
Non rimane che fare nostra la sconsolata meditazione di Alemanno, l’uomo che segnò con il suo governo del Campidoglio il fallimento finale della destra, come Marino avrebbe in seguito segnato quello della sinistra “all’amatriciana”: la crisi di Roma risale all’ingresso nell’Urbe dei bersaglieri di Cadorna.
Roma è una città religiosa. Avrebbe potuto diventare una capitale se lo stato italiano fosse risultato vitale, ma esso ha vissuto soltanto una successione di fallimenti.
Quello di Conte si prospetta come l’ultimo, peggiore e definitivo, in quanto non fa neppure finta di nutrire un ideale, di avere un’ispirazione.

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Mario Castellano 13/08/2020
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