Molti anni fa, quando Franco era ancora saldamente al potere, e l’inizio della transizione della Spagna alla democrazia ancora al di là da venire, conoscemmo il rappresentante in Italia dell’opposizione, Alvaro Lopez, incaricato anche di redigere il periodico nella nostra lingua degli antifranchisti, sostenuto dall’associazione degli ex combattenti repubblicani.
Un giorno, gli domandammo da dove prendesse le sue informazioni molto dettagliate e approfondite. Con nostra grande sorpresa, ci rispose che le notizie venivano solo in piccola parte dalla rete clandestina degli oppositori, ed erano per lo più desunte dalla stampa ufficiale (sottoposta, naturalmente, a censura). Certamente, non mancavano i giornalisti ansiosi di lavorare senza vincoli, che cercavano di forzare i limiti loro imposti dalle leggi della dittatura. Di solito, però, gli eventi erano talmente clamorosi che non li si poteva nascondere.
A questo punto, iniziava il conflitto tra le loro diverse interpretazioni.
Questa mattina, abbiamo ricordato il precedente spagnolo ascoltando i notiziari radiofonici: non quelli della R.A.I., bensì quelli delle emittenti private, presuntamente più “indipendenti”. Ieri sera, un amico che naviga su Internet ci aveva informato del fatto che tutta la Sicilia, con in testa i suoi sindaci, era scesa in piazza per protestare contro la gestione da parte del governo della immigrazione. Esiste anche qui un precedente importante.
Il vero motivo per cui Gheddafi fece una brutta fine, non risiede nelle malefatte compiute in patria. Molti dittatori del “Terzo mondo” hanno fatto ben di peggio. Né c’entrano i tentativi del colonnello di espandersi verso l’Africa sud sahariana. Il despota di Tripoli aveva tentato in modo maldestro di realizzare il sogno secolare di tanti arabi e musulmani di riconquistare la Sicilia.
Alcuni ufficiali dell’Aeronautica, originari dell’isola, diplomati all’Accademia di Pozzuoli, si arruolarono (non per denaro) per addestrare i loro colleghi di Tripoli.
Il momento più alto del tentativo di riprendere la Sicilia venne quando si accese la disputa sul condono edilizio: la cui decorrenza era fissata naturalmente dalla data della proposta, ma i sindaci della Sicilia, guidati dal comunista Morello di Augusta, pretesero che venisse spostata all’entrata in vigore della legge. Ciò significava autorizzare “ex ante” gli abusi non ancora commessi. Tutta l’isola venne paralizzata da centinaia di posti di blocco, che impedivano la circolazione stradale e ferroviaria, salvo quella delle ambulanze con malati a bordo, effettuati da uomini tutti vestiti con una sorta di uniforme, costituita dagli “eskimo” verdi (il colore dell’Islam), che innalzavano non già la bandiera giallo rossa della Trinacria, ma dei vessilli verdi anch’essi.
Era dal tempo della rivolta del Vespro (nel 1282) e da quelli del 1860 e del 1867 che non si vedeva nulla di simile.
Il segretario del partito comunista Natta (un cui parente della nostra città era coinvolto nelle speculazioni edilizie) spalleggiò i dimostranti, pretendendo che il governo accettasse le loro pretese. I blocchi vennero tolti, ma Gheddafi aveva dato prova della sua influenza sull’Italia meridionale.
Ora lo scenario si ripete, anche se non c’è più il colonnello.
I notiziari ignorano ciò che succede, ma solo in parte. Non può infatti essere messo a tacere l’ennesimo assalto, condotto con tecnica militare di altissimo livello, ad un furgone portavalori, che ha fruttato ai suoi autori una somma favolosa in contanti (naturalmente, il numero di serie delle banconote non era registrato).
Questi fatti avvengono a scadenza regolare nel Meridione ed in Sardegna. Probabilmente – anche se non ci sono prove al riguardo – si sta preparando, laddove la situazione sociale la facilita – qualche forma di sovversione armata. L’ultimo episodio risulta comunque troppo clamoroso perché lo si possa nascondere. La politica, nel Meridione, corre su due piani paralleli, ed apparentemente non comunicanti: quello legale e quello illegale. Tra l’uno e l’altro c’è una discrasia, che però – per chi sa decifrare la realtà – è soltanto apparente.
Conte sta girando per il Meridione. La sua ultima trovata è quella del tunnel sotto lo Stretto di Messina. Questa trovata dimostra quanto è furbo il cosiddetto “avvocato del popolo”. Tutti i governanti, a partire dall’Impero Romano, hanno millantato l’imminente costruzione del ponte tra Reggio e Messina. Berlusconi era riuscito addirittura a spendervi un mucchio di soldi, senza però riuscire a dare nemmeno il primo colpo simbolico di piccone.
A questo punto, bisognava escogitare un diversivo, anche se Conte non spiega se il tunnel risulti meno costoso e più fattibile. L’uomo entra comunque nel Panteon dei megalomani, così da essere omaggiato per alcuni anni quale potenziale realizzatore dell’opera.
Per il resto, i suoi giri si differenziano da quelli di tutti i predecessori per un aspetto che gli osservatori non riescono a cogliere: il Presidente del Consiglio non va in cerca di voti, dato che il suo potere prescinde dal consenso elettorale. Vi è dunque di che preoccuparsi.
L’uomo di San Giovanni Rotondo non si avvale inoltre di un partito già esistente, ma lo sta costruendo come proprio seguito personale. Che il suo governo sia il primo, dopo l’unità, a trazione meridionale, lo conferma la cosiddetta “fiscalità di vantaggio”, che ha ottenuto anche la benedizione dell’Europa: segno che Conte ha già piazzato i suoi uomini nella diplomazia.
Anche l’altra amministrazione pubblica è già acquisita alla sua causa. I seguaci del Presidente del Consiglio occupano i posti chiave senza passare per un concorso pubblico e senza osservare le norme sulle carriere. A Palazzo Chigi non c’è più un solo funzionario che non risponda direttamente al nuovo “uomo forte”. Rimane il potere locale.
Qui i disegni di Conte vengono facilitati dal fatto che tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, sono in disfacimento. Per giunta, il capo del governo non media tra i democratici ed i “pentastellati”, ma anzi lascia che si scontrino in tutte le elezioni amministrative: neanche in Puglia ha mosso un dito per fare ritirare la candidatura di disturbo di tale signora Laricchia.
In Liguria, i democratici hanno dovuto sostenere un “pentastellato”, si sono di nuovo scissi ed hanno già regalato (o venduto?) per la seconda volta la vittoria alla destra.
Conte pratica il “divide et impera”, e passa all’incasso. Il suo metodo risulta evidente: basta convincere i rappresentanti del potere locale che Conte rimarrà al potere vita natural durante perché tutti saltino sul carro del vincitore: il quale è pronto a ricambiare. Anche quando le richieste risultano sovversive, nel metodo e nel merito, come sta avvenendo in Sicilia. Tanto, sembra dire il Presidente del Consiglio, “la legge la faccio io”: nel senso letterale dell’espressione, come dimostrano i suoi decreti, la cui legittimità costituzionale non viene discussa da nessuno.
Si tratta del metodo usato da Stalin per creare il proprio potere: il partito bolscevico non gli serviva e il despota georgiano se ne fece uno tutto suo, essendo applaudito anche da quanti sarebbero stati di lì a poco fucilati: Zingaretti dimostra di non avere letto la storia, mentre Di Maio non può farlo, essendo un semi analfabeta.
La macchina della propaganda (e della censura) lavora intanto a tutto regime (è il caso di dirlo).
“La Repubblica” si distingue nell’incensare Conte, cui è bastato fare in modo che De Benedetti la vendesse ad Agnelli, al quale ultimo ha concesso un finanziamento.
Scalfari esalta il papa, ma ancora di più il Presidente del Consiglio. Se l’uno è il Vicario, l’altro è Gesù Cristo in persona. Con questo, la conversione del “fondatore” è completa.
Manca soltanto la sua canonizzazione in piazza San Pietro.

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Mario Castellano 13/08/2020
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