Adriano Sofri ha scritto un articolo che sembra uscito dalla penna di un professore positivista dell’Ottocento, in cui si coglie più o meno questo ragionamento: i cattolici, ...
Adriano Sofri ha scritto un articolo che sembra uscito dalla penna di un professore positivista dell’Ottocento, in cui si coglie più o meno questo ragionamento: i cattolici, a cominciare dal papa, sono dediti ad ogni sorta di superstizione ridicola, che può sfociare in due risultati. O il progresso farà giustizia di tutte queste manifestazioni di credulità e di arretratezza culturale, oppure la loro persistenza è destinata a generare forme di fanatismo tali da mettere in pericolo la convivenza civile, ed in particolare l’incolumità dei non credenti.
Per quanto riguarda la prima ipotesi, Sofri trascura il fatto che tanto il laicismo occidentale quanto l’ateismo di stato, praticato dai comunisti, non hanno scalfito quelle forme di culto che egli deride. A quanto pare, anzi, le hanno rafforzate. Soprattutto perché questa particolare religiosità ha contribuito – forse più di ogni altro fattore – ad impedire quella “reductio ad unum” del mondo che costituiva l’obiettivo di tutte le grandi ideologie totalitarie. Compresa quella liberale, cui Sofri si è convertito – sfoggiando il tipico entusiasmo del neofita – dopo avere praticato – guarda caso come se si fosse trattato di una confessione religiosa – il marxismo-leninismo fino al punto di costituire un partito “ad personam”, e poi – non pago della selezione che vi si era praticata in base alla purezza ideologica – un gruppo più ristretto di militanti. I quali – essendosi proclamati “avanguardia” ed esclusiva rappresentanza della classe operaia (una rappresentanza che assolutamente nessuno aveva loro conferito) – sono arrivati al punto descritto nella sentenza, passata in giudicato, con cui Sofri è stato inchiodato alla sua responsabilità, tanto penale quanto politica e morale.
A questo punto, non proponiamo all’illustre opinionista, che guarda ancora tutti dall’alto in basso, preso dal suo snobismo intellettuale, di compiere un esame di coscienza: questo vorrebbe dire pretendere troppo da lui. Gli proponiamo piuttosto di procedere ad una seria autocritica non già di quelle imposte nei processi staliniani, bensì condotta in base ad una semplice considerazione delle vicende della sua – e nostra – generazione.
Ci sono due tipi di fanatismo, certamente eguali nei loro esiti criminali e nei disastri storici cui inducono: quello derivante dalla adesione acritica ad una fede, ad una convinzione collettiva, e quello causato viceversa dall’orgoglio luciferino di chi non si mescola con il volgo superstizioso e ignorante. Finendo così per fare proprio il motto del reazionario de Maistre: “tout pour le peuple, rien par le peuple”.
Il primo esempio di questo atteggiamento intellettuale nella nostra vicenda nazionale fu costituito dai “martiri partenopei” del 1799, considerati i precursori dei patrioti del Risorgimento. L’unico superstite, Vincenzo Cuoco, avrebbe messo a nudo i loro errori di astrattezza, l’incapacità di mettersi in rapporto con il popolo, con cui non erano in grado di dialogare. Precisamente a causa del loro orgoglio intellettuale. Essi, però, pagarono con la vita.
La gente come Sofri ha fatto pagare gli altri, ed ora trascorre una vecchiaia agiata nei salotti e sulle “terrazze”.
Pasolini si era reso conto di quanto fosse radicato e nefasto il loro atteggiamento, e disse di stare dalla parte dei poliziotti. Se il poeta di Casarsa fosse vivo oggi, e vedesse dove sono finiti i figli del “generone” romano protagonisti di Valle Giulia, avrebbe almeno la soddisfazione di constatare che la storia gli ha dato ragione.
L’altro fanatismo, quello dei sanfedisti e dei “lazzari” del cardinale Ruffo di Calabria, naturalmente non ci piace. Non a caso, abbiamo sempre militato tra i cattolici liberali. C’è però una ragione per cui il papa latinoamericano riabilita non già i suoi fautori, ma certamente quel popolo che pratica le devozioni tanto aborrite da Sofri.
La teologia detta per l’appunto “del popolo”, in cui Bergoglio si identifica, afferma addirittura che nella sua memoria collettiva si trova il “depositum fidei”. Sofri è certamente capace di dialogare – dato il suo livello intellettuale – con i professori della Gregoriana. Le processioni, le sagre, le feste patronali, viceversa, non lo attraggono. E lo dice.
Rimane però il problema di mobilitare le masse. Le quali non si sono certamente identificate con chi ha ucciso il povero commissario Calabresi. Come, a suo tempo, non esultarono per la cacciata di Ferdinando IV, e neanche – in realtà – per quella di Francesco II. Al punto che si diedero, in entrambe le circostanze, al “brigantaggio”.
Il papa, che Sofri ha ridicolizzato perché crede nell’assunzione corporea della Madonna in Paradiso (i musulmani, però, ritengono che vi si sia recato anche Maometto, addirittura a cavallo) è tuttavia in grado di mobilitare contro l’ordine economico mondiale le grandi masse dei diseredati: “telles quelles”, non già malgrado le loro credenze, bensì facendone uno strumento di coscienza e di mobilitazione.
Il problema consiste infatti nel rivendicare delle identità a lungo sottomesse, in quanto ritenute portatrici di una cultura considerata arbitrariamente “inferiore”. Chi ha stabilito che cosa fosse “inferiore”? Quanti ritengono di essere i depositari della cultura “superiore”, i portatori del “fardello dell’uomo bianco”.
Il loro fanatismo, ammantato da intenti “pedagogici”, risulterà più irredimibile – e più dannoso – di quello proprio delle plebi da “civilizzare”. Chi lo pratica, infatti, è più portato a rifiutare il confronto con la realtà.
I preti di periferia, come padre Bergoglio, si mescolano con i partecipanti ai riti sincretici, in quanto non vi è altro modo di conoscere le loro necessità e le loro aspirazioni.
Lenin fece la rivoluzione perché sapeva parlare con i “mugichi”.
Sofri è riuscito soltanto a fare un attentato.