I dirigenti democratici si stanno stracciando le vesti, con un gesto che rivela nello stesso tempo la loro ingenuità e la loro ipocrisia, dopo che i “pentastellati” hanno respinto – con espressioni deliberatamente offensive e sprezzanti – la proposta di alleanza avanzata dal “nazareno” per tutte le regioni e per tutti i comuni in cui si dovrebbe votare (il condizionale è più che mai d’obbligo) il prossimo venti settembre.
Soltanto in Liguria, a Pomigliano d’Arco e a Termini Imerese, la coalizione sottoposta al giudizio dei cittadini risulta uguale a quella che governa a Roma; semplicemente perché in queste tre situazioni locali gli ex comunisti hanno accettato di votare il candidato di Grillo e di Casaleggio, ma senza poter negoziare né il suo programma, né la composizione della giunta.
In Liguria, la trattativa si è protratta per mesi, bruciando tutti i nomi che via via venivano proposti dai democratici. Bene ha fatto il professor Massardo a mantenere la propria candidatura, per salvaguardare quanto ancora rimane dell’identità della sinistra. Tanto più considerando come il partito abbia voluto umiliarlo, mandandolo allo sbaraglio senza difendere la sua postulazione contro il veto del cosiddetto alleato. Che ha colpito anche un altro galantuomo come l’avvocato Ariel Dello Strologo, escluso dai “pentastellati” soltanto perché è un israelita, per giunta presidente della gloriosa comunità ebraica di Genova. Che è sopravvissuta alle sciagurate “leggi razziali” di Mussolini ed alle persecuzioni dei nazisti, e dunque sopravviverà anche all’antisemitismo di Grillo.
Inutile aggiungere che la sconfitta di Sansa è scontata tanto più che Burlando, ansioso di perpetuare l’attuale governo della Regione per garantirsi il completamento dei porti turistici, si sta impegnando strenuamente per far vincere Toti, come aveva già fatto in occasione delle precedenti elezioni regionali. Quando l’ingegnere si propone un obiettivo, lo raggiunge sempre. Purtroppo, però, i suoi scopi coincidono sempre con quelli dei bolscevichi come Beatrice Cozzi Parodi.
Torniamo però al panorama nazionale. Quando i “pentastellati” escludono ogni apparentamento con i democratici, salvo naturalmente che costoro accettino a scatola chiusa il candidato, il programma e soprattutto l’ideologia di Grillo, ciò significa che l’unica prospettiva rimasta ai nipotini di Togliatti consiste nel confluire in un partito la cui cultura politica è dichiaratamente di destra.
A questo riguardo, l’ammonimento espresso dal professor Melloni non viene ascoltato, anzi neanche preso in considerazione. L’abilità dei “pentastellati” consiste in primo luogo nello scegliere le giuste alleanze internazionali. La loro opzione in favore della Cina determina un flusso inesauribile di finanziamenti, ed inoltre l’acquisizione degli strumenti di “intelligence” che permettono al governo un controllo ferreo sulla popolazione, indispensabile per costituire un regime autoritario. In secondo luogo, i “pentastellati” si sono rivelati spregiudicati nell’elaborazione della loro ideologia. Quanto più la vecchia destra si rivelava nostalgica, tanto più si precludeva l’accesso al potere.
È vero che l’antifascismo risulta ormai obsoleto come discriminante politica, ma questo vale, a maggior ragione, per il fascismo. La nuova destra inventata da Grillo e da Casaleggio attrae in quanto non si rifà ad alcun passato, ad alcuna identità o tradizione divisiva.
Mentre i democratici continuano a cantare pateticamente “Bella Ciao”, la Raggi, formata alla scuola di Previti, non esibisce nessun simbolo del fascismo. Anche Mussolini aveva segnato una rottura con la destra “storica”: non a caso, venne prescelto proprio in virtù del suo passato di dirigente socialista.
Grillo, a sua volta, era iscritto al partito comunista, e si esibiva alle feste dell’Unità.
L’uno e l’altro hanno scoperto che per conquistare il potere bisognava rompere con l’ambiente di provenienza, e reclutare i seguaci anche nel campo avverso.
Fini disse che non bisognava essere né fascisti, né antifascisti, né neofascisti, bensì postfascisti. Egli non riuscì però a compiere questa trasformazione, in quanto il suo partito era sempre lo stesso. Quello “pentastellato” è nato invece completamente diverso. Non però diverso negli obiettivi, che consistono sempre nel costituire un regime autoritario e centralista. Questo obiettivo si può considerare raggiunto.
Mussolini approfittò dei finanziamenti degli agrari per vincere una guerra civile contro i socialisti nella Pianura Padana. Poi si alleò con i liberali e con i popolari, che entrarono nel suo primo governo. Infine li scaricò, costringendoli ad entrare nel partito unico, o ritirarsi a vita privata, o ad essere emarginati e perseguitati.
Conte ha ripetuto questo schema: prima si è alleato con la destra, poi con la sinistra, ma ha usato entrambi come sgabelli. I democratici fingono di credere che il Presidente del Consiglio abbia premuto sul suo partito per indurlo ad allearsi con loro nelle Regioni. Se lo avesse voluto, gli sarebbe bastato minacciare le dimissioni, ma non lo ha fatto. La sua strategia è già entrata nella seconda fase.
La prima consisteva nel criminalizzare la destra, sia rinfacciando a Salvini la sua corruzione, sia denunziando il razzismo ed il nazifascismo persistente nei suoi esponenti. Si tratta, in entrambi i casi, di verità evidenti.
“La Repubblica” pubblica una apposita rubrica, dedicata alle gesta di chi fa il saluto romano, insulta gli immigrati, indossa la camicia nera e rende omaggio a Hitler e a Mussolini. Tutto vero, ma è in funzione di edificare un’altra dittatura.
Ora si è già nella fase in cui ci si occupa di distruggere l’alleato. Che nel caso di Mussolini era la destra, in quello di Conte è la sinistra.
Certamente, vi sono tra i democratici – come vi furono a suo tempo tra i liberali – delle persone per bene che si sono sbagliate in buona fede, ed ora rifiutano l’esito autoritario del governo che hanno contribuito a portare al potere.
Albertini dovette lasciare la direzione del “Corriere della Sera”, ma all’inizio aveva applaudito alle imprese degli squadristi. Qualche democratico rifiuterà l’attuale mercimonio con un Presidente del Consiglio che sfacciatamente tradisce l’alleato, ma non ha fiatato quando Conte violava la Costituzione, legiferando con i suoi decreti.
Allora si era ancora in tempo per fermarlo, ora non più.
Non è vero che “l’avvocato del popolo” dissenta dalla scelta del suo partito di fare perdere le elezioni alla sinistra. Anche durante il ventennio, c’era chi diceva ingenuamente: “se lo sapesse Mussolini”. Il “duce”, in realtà, sapeva e condivideva tutto.
L’annientamento dei democratici costituisce una tappa necessaria nella costruzione del regime di Conte. La prossima consisterà nel non celebrare più le elezioni.
Un partito che arriva terzo dappertutto, che non vince in nessun luogo e ciò malgrado non si allea con chi conquista il primo o il secondo posto, può controllare il governo centrale in un solo modo: abolendo il criterio elettivo.
Mussolini, quando fu nominato Presidente del Consiglio, aveva il quindici per cento dei voti. I bolscevichi ne avevano ottenuti ben pochi, essendo superati dai costituzionaldemocratici, dai socialisti rivoluzionari e dai menscevichi. 
Lenin prese dunque il potere con un colpo di stato; ben pochi, all’epoca, si resero conto di che cosa stava succedendo. Lo si capì quando era ormai troppo tardi, essendo ormai irreversibile il nuovo potere.
Conte può impedire che si voti, oppure ignorare le autonomie locali, in vista della loro soppressione di fatto. Gli altri continuano intanto a disputare le presidenze delle Regioni e le sindacature.
Se già il Parlamento nazionale, e lo stesso Consiglio dei Ministri, non contano nulla, che cosa può ancora decidere via Fieschi?
Lenin sciolse la “Duma” subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre. La storia neanche dice che cosa fece con il municipio di San Pietroburgo.
Il ventotto ottobre, c’era ancora, nella nostra città, un sindaco socialista. Poi venne addirittura soppresso il Comune.   

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Mario Castellano 24/08/2020
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