I partiti della opposizione di destra hanno richiesto formalmente al governo italiano di prendere posizione in favore dell’opposizione bielorussa, conformandosi con la posizione assunta dall’Unione Europea, che considera falso il risultato elettorale proclamato in quel paese.
Poiché esistono in pratica due presidenti, ciascuno dei quali si proclama legittimo, le prospettive – tanto dal punto di vista interno come dal punto di vista internazionale – sono due.
O Lukashenko riesce a spegnere le proteste di piazza, facendo coincidere la situazione di con quella di diritto da lui affermata, oppure la Bielorussia precipita in una guerra civile. Nella quale, però, non vi può essere prevedibilmente nessun vincitore strategico. L’opposizione, infatti, verrebbe sostenuta da tutti i paesi confinanti, salvo naturalmente la Russia: la quale viceversa fornirebbe tutto l’appoggio possibile al presidente in carica (“de facto” secondo i suoi nemici).
Un intervento diretto sembra per ora da escludere, ed avverrebbe soltanto qualora il governo di Minsk fosse sul punto di crollare.
La prospettiva più verosimile è dunque quella di un Venezuela, posto sul confine orientale dell’Unione Europea, una sorta di “terra di nessuno” tra la Russia e l’Occidente.
La destra italiana include un partito, cioè la Lega, che non ha esitato a compromettere la propria immagine chiedendo alle autorità della Russia di fornirle un sostegno economico potenzialmente decisivo.
È probabile che i dirigenti di Mosca si stiano congratulando in queste ore con sé stessi, constatando la volubilità dei loro interlocutori italiani, per avere evitato di compiere un investimento disastroso.
I collaboratori di Salvini, erano stati inviati maldestramente al “Metropol” a battere cassa offrendo in cambio un atteggiamento “sovranista” dell’Italia, una sorta di neutralismo che avrebbe indebolito i vincoli atlantici ed europei del nostro paese senza però trarne le logiche ed inevitabili conseguenze, cioè l’uscita dall’Unione, o quanto meno dalla moneta unica.
Poiché l’Italia è profondamente divisa sul tema della propria collocazione internazionale, una scelta simile sarebbe risultata possibile solo instaurando un governo autoritario. Salvini coltivava in effetti proprio questo disegno, ma non si è dimostrato in grado di realizzarlo. Gli mancavano infatti tanto le capacità personali quanto gli appoggi necessari nelle istituzioni.
È vero che Mussolini esibiva – come sono soliti fare molti dittatori – delle divise di fantasia, in una sorta di continuo travestimento di stile carnevalesco. Salvini riteneva che bastasse vestire anch’egli estemporanee uniformi per trasformarsi con ciò stesso nel nuovo “duce”.
Il “capitano” non teneva conto però del fatto che le coreografie del suo predecessore erano state inscenate dopo il consolidamento del regime, di cui costituivano soltanto l’apoteosi e lo “instrumentum regni”. Le fotografie del Presidente del Consiglio che si reca al Quirinale dopo la “Marcia su Roma” mostrano una formale eleganza, del tutto simile a quella dei suoi predecessori. Salvini si atteggiava invece a dittatore prima di avere conquistato il potere, dimostrando così di essere soltanto un buffone.
L’altro elemento che gli mancava per costituire un regime era l’appoggio dei corpi armati e dell’alta amministrazione pubblica. Non serve a nulla pavoneggiarsi indossando le divise delle forze dell’ordine (commettendo il reato di abuso di uniforme) o sostituirsi goffamente ad esse (commettendo il reato di esercizio abusivo di funzione pubblica) quando – come rilevato dal Sindacato di Polizia e dal C.O.P.A.S.I.R. – non si pagano nemmeno gli straordinari arretrati.
Ogni volta che un nuovo ministro prende possesso della sua carica (in particolare se si tratta del Ministro dell’Interno) viene regolarmente esaminato dai direttori generali e dai capi ripartizione, i quali valutano la sua conoscenza del diritto pubblico.
Anche noi – molto più modestamente – venimmo sottoposti a questo scrutinio prima di iniziare una breve prestazione personale.
Se gli alti burocrati, che in genere hanno all’attivo diverse pubblicazioni giuridiche, si rendono conto dell’impreparazione del nuovo titolare nella loro materia, ne traggono le conseguenze.
Il nostro attuale sindaco, appena giunto al Viminale, esordì decretando che perfino il direttore generale venisse escluso dall’impiego del suo stesso ascensore. Dalla conseguente inevitabile guerra intestina, Scajola uscì naturalmente distrutto. Eppure, non gli erano mancate le raccomandazioni del suo padrino Taviani, il quale – avendolo preceduto nell’incarico – consumava demagogicamente le sue refezioni alla mensa dei sottufficiali della Pubblica Sicurezza, guadagnando così l’appoggio di questo importante settore dello stato.
Conte, grazie al suo indirizzo autoritario, che accresce contestualmente il potere di Palazzo Chigi e quello dell’amministrazione pubblica centrale, ha guadagnato immediatamente il suo supporto.
“L’avvocato del popolo” ha agito come il “duce” dopo il ventotto ottobre. Lo ha fatto quando ancora condivideva il governo con Salvini: mentre il “capitano” si esibiva ubriaco sulle spiagge e sulle piazze del “Bel Paese”, il Presidente del Consiglio tesseva a Roma la rete delle sue alleanze negli ambienti che contano. Fino al punto di sbarazzarsi di un alleato divenuto scomodo.
È vero che l’appoggio della burocrazia ministeriale mette Conte – nel lungo periodo – nella condizione di chi sega il ramo su cui è seduto. L’uomo si oppone duramente alle spinte separatiste delle Regioni proprio nel momento in cui lo “zeitgeist” le rende più forti. Lo dimostra il contenzioso aperto in queste ore con la Sicilia.
Ogni stato – anche il più scalcinato – si oppone però al secessionismo fino alla morte. La morte dello stato unitario verrà però soltanto quando cadranno tutte le compagini nazionali dell’Europa occidentale.
Nel frattempo, Conte può attentare impunemente alla Costituzione, mentre Salvini finisce sul banco degli imputati. Il “capitano” tenta però – e con questo ritorniamo al tema iniziale – di qualificarsi sul piano internazionale allineandosi con l’Occidente sulla Bielorussia. Gli appoggi dall’estero non si ottengono però con le affermazioni di principio.
La comunità internazionale sostiene sempre chi garantisce la stabilità di uno stato. Conte ci sta riuscendo, anche se disloca l’Italia dalle sue alleanze tradizionali verso l’allineamento con la Cina. Le cancellerie occidentali sono poste davanti ad una scelta: conviene di più una Italia “terzomondista” ma stabilizzata, oppure un paese formalmente allineato, ma reso instabile?
Poiché non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, Conte viene percepito come il male minore. Anche qui, si ripete il precedente di Mussolini. Il “duce” finì per tradire coloro che lo avevano messo al potere, o quanto meno non gli si erano opposti. L’entrata in guerra fu contrastata dalla corte, dal Vaticano, dalla Confindustria e dall’alta finanza, allora come oggi favorevole all’Occidente.
Fino a quando Conte si avvarrà dell’aiuto dei cinesi soltanto per schedare e controllare gli italiani, non entrerà in conflitto con gli europei e con gli americani. Risulta dunque inutile denunziare che sulla Bielorussia la sua posizione non è coerente con l’ortodossia atlantica. Per contrastare Putin nell’Europa orientale, non c’è bisogno dell’Italia. La politica estera, d’altronde, non si decide in base ai criteri ideologici, ma solo in base alla convenienza. 
La sinistra italiana ha riempito a lungo le piazze nel nome della solidarietà con il Vietnam. L’uso che si faceva nel nostro paese di quella situazione avrebbe dovuto risultare evidente, se non si fosse stati ingenui. Il Partito Comunista approfittava dell’errore commesso dagli americani per nascondere il proprio, che consisteva nel rinviare una revisione ideologica sempre più necessaria e urgente, ma troppo costosa per i suoi dirigenti. I quali, quando finalmente si sono convertiti all’Occidente, non hanno tuttavia voluto assimilare la cultura liberaldemocratica europea. Anche questo sarebbe risultato troppo faticoso. Era molto più facile “fa’ l’americano” alla Veltroni, usando i soldi del comune di Roma non già per riempire le buche nelle strade, ma per scimmiottare la cerimonia degli Oscar, accontentandosi degli attori di seconda categoria.
Nello stesso modo, Salvini usa oggi la Bielorussia per fare dimenticare la questua del “Metropol”.
Post scriptum.
A proposito di Veltroni, la collezione del periodico della Federazione Giovanile Comunista di Roma su cui all’epoca faceva l’antiamericano, fatta sparire dalla Fondazione Gramsci, e perfino dalla Biblioteca Nazionale Centrale del Macao, non è andata perduta: una copia viene conservata dagli israeliani.

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Mario Castellano 26/08/2020
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