Succede a volte che anche i più brillanti analisti, capaci di cogliere ogni aspetto della situazione presente di una zona del mondo, non riescano però ad inquadrarla correttamente nei suoi precedenti storici.
Questo è accaduto a Di Feo, il quale – commentando su “La Repubblica” di giovedì scorso l’assenza dell’Europa dal Mediterraneo, ormai dominato da potenze estranee all’Occidente, afferma che soltanto in occasione della battaglia di Lepanto i suoi stati si fossero dimostrati uniti. L’affermazione è errata. La coalizione che venne composta per l’occasione per iniziativa del papa Pio V Ghisleri era costituita dalla Spagna, da Venezia e da Genova, con l’aggiunta del Regno di Napoli, dello Stato Pontificio, dell’Ordine di Malta e del Piemonte, che inviò tre galere dal porto di Nizza, unico sbocco dei Savoia sul Mediterraneo. Non c’erano né la Francia, né l’Austria, ma sul significato di queste assenze ritorneremo più avanti.
La coalizione risultava molto eterogenea, non soltanto perché gli interessi dei veneziani e dei genovesi erano divergenti, ma anche in quanto nessuno dei suoi componenti credeva nelle finalità concepite dal papa, il quale la immaginava come promotrice di una nuova crociata. Nelle trattative precedenti la battaglia, svolte nel monastero domenicano della Minerva a Roma (Ghisleri apparteneva all’Ordine Predicatori), si litigò tuttavia addirittura sulla spartizione dei territori che sarebbero stati tolti ai musulmani.
Malgrado l’esito dello scontro fosse risultato favorevole ai cristiani, non un solo pollice di territorio venne però da loro riscattato. L’avanzata terrestre dei turchi sarebbe continuata a lungo, fino a culminare nell’assedio di Vienna del 1683 cioè più di un secolo dopo il 1571.
Abbiamo già notato come l’Austria fosse assente dalla flotta cristiana: Trieste sarebbe stata acquisita dagli Asburgo in seguito, nel 1576, e soltanto da quel momento l’impero ebbe una proiezione marittima, rimanendo però sempre una potenza terrestre.
I genovesi, guidati da Gianandrea Doria, entrarono nella battaglia solo quando videro che il suo esito era favorevole ai loro “alleati”. La Spagna cessò da quel momento di occuparsi del Mediterraneo, essendo ormai proiettata oltre Atlantico.
Il papa dovette dimenticare i suoi sogni di una nuova crociata, e Venezia, dopo avere allontanato dall’Adriatico la minaccia della flotta turca, tornò immediatamente a negoziare ed a commerciare con il sultano. La “Serenissima” non aveva d’altronde alternative. Quanto a Genova, cominciava ad intravedersi la sua funzione di porto italiano aperto verso le Americhe, che avrebbe segnato nello stesso tempo le sue fortune economiche e la sua decadenza politica, rendendo necessaria l’appartenenza ad una compagine statuale più ampia dell’antica repubblica. La sua decadenza sarebbe stata però condivisa, per motivi analoghi, da Venezia. Per un motivo di fondo che Di Feo pare non cogliere: i grandi conflitti geostrategici non si decidono sui mari, bensì sulla terraferma. La potenza è infatti detenuta da chi domina i territori su cui si produce: sul mare si svolgono i commerci, ma la mercatura presuppone la disponibilità, per l’appunto, delle merci.
Questo spiega perché a Lepanto non ci furono né l’impero, né la Francia, cioè le due maggiori potenze europee dell’epoca: si trattava, in entrambi i casi, di compagini statuali a carattere terrestre e continentale, destinate dunque ad espandersi sulla terraferma.
I musulmani non attribuiscono alla battaglia del 1571 la stessa importanza che danno alle vicende attraverso le quali fu posto termine alla presenza cristiana nei loro territori seguita alle crociate.
La riconquista di Gerusalemme da parte del Saladino viene narrata come una anticipazione della parabola vissuta molto tempo dopo dal colonialismo europeo, i cui protagonisti vengono per l’appunto definiti “crociati” (in senso, naturalmente, negativo).
Se gli islamici sottovalutano Lepanto, non è soltanto perché tendono logicamente a sottostimare le battaglie perdute: ciò avviene piuttosto in quanto l’influenza dell’esito di quello scontro risultò inversamente proporzionale all’impegno profuso dalle due parti e dalla rilevanza militare dell’evento. I cristiani, naturalmente, si assicurarono una maggiore libertà di navigazione, ma quanto viceversa interessava al Sultano era il controllo della terraferma. Che – come si è visto – non venne minimamente scalfito.
Tenuto conto di questo fatto, possiamo inquadrare Lepanto in una vicenda che risale ad Alessandro Magno: prima di lui, la Grecia aveva costituito delle colonie, tanto sulle coste dell’Asia Minore quanto su quelle dell’Italia, comportandosi come una talassocrazia. Il macedone volle invece rivaleggiare con la Persia nel costituire un impero di terra. Vinse molte battaglie, ma il suo dominio si dissolse rapidamente quando morì: “Asia est”.
Quando poi il tentativo di conquistarla fallisce anche sul piano militare, come successe a Napoleone e ad Hitler, ci ritroviamo invasi.
I cosacchi arrivarono nel 1814 a Parigi, e l’Armata Rossa conquistò Vienna e Berlino. Poi, nel giro di una generazione, la Russia si è ritirata.
Le conquiste coloniali dell’Occidente sono durate più a lungo, più o meno come i regni crociati in Terrasanta.
Poi, siamo tornati a casa nostra. Per un motivo molto semplice: non abbiamo sufficienti risorse umane né per cambiare la composizione delle popolazioni, né per costituire una società ed una cultura basata sul meticciato. Questo è riuscito soltanto nell’America Latina. Che però è “latina” nella sua espressione, non nei suoi contenuti.
Il meticcio Ortega fa bruciare i simboli della religione cristiana. Nostra moglie non lo avrebbe mai fatto, perché è una persona più colta e più tollerante (ha tre lauree, mentre il Presidente della Repubblica non è riuscito a prendere la maturità), ma egualmente rifiuta quanto questi simboli significano.
In Africa e in Asia il cristianesimo non ha neanche ottenuto altrettante conversioni formali. Alessandro il Grande tentò di generare una identità sincretistica, costringendo diecimila dei suoi ufficiali a sposare altrettante donne persiane. I greci vennero però ben presto assimilati, e anche i diadochi divennero dei satrapi.
Le donne occidentali che si sposano oggi con dei musulmani o degli induisti sono obbligate a convertirsi. Per giunta, mantenere delle flotte in grado di garantire il dominio dei mari risulta ben più costoso che provvedere al sostentamento degli eserciti di terra.
L’Inghilterra, nel 1914, controllava i quattro quinti del commercio marittimo mondiale. Oggi pare avverarsi la maledizione di Mussolini su “Albione”, che “tornerà a pescare sul suo misero scoglio”.
Noi, però, siamo conciati ancora peggio. Chi muore di fame non sono gli inglesi, ma gli italiani. Al punto che il nostro governo si vanta (?!) di distruggere quanto rimane delle manifatture. Poi, non avremo neanche più le industrie “autarchiche”, e Di Maio potrà bearsi per avere sostituito l’acciaieria di Taranto con una fabbrica di conserve alimentari. Tale è la sua decrescita “felice” (?).
Intanto, l’Islam conquista nuovi territori, non più tentando la conquista di Vienna, cioè passando sopra le mura, bensì transitando al di sotto di esse.
Qualche tempo fa, un giornalista è andato ad intervistare lo “imam” di Poitiers a proposito della famosa battaglia. Il religioso gli ha detto che quanto avvenuto nel 732 era stato per volontà di Dio, ma il numero dei suoi fedeli praticanti superava quello dei cristiani.

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Mario Castellano 29/08/2020
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