Una delle istituzioni con cui i “vaticanisti” devono loro malgrado familiarizzarsi è il cosiddetto “embargo”, che funziona in questo modo: alcuni documenti possono essere visionati, ma fino ad una certa ora è vietato diffonderne il contenuto.
Se un giornalista è in grado di decifrarli, può usare questo lasso di tempo per svolgere la propria analisi. Qualora invece si tratti di un soggetto impreparato, cercherà di anticipare quanto è ancora riservato, anticipando i colleghi, ma incorrendo nelle ire della direzione della “Sala Stampa della Santa Sede”. I cui responsabili hanno tra i giornalisti accreditati in Vaticano la stessa fama che nell’ambiente calcistico circonda la “disciplinare”, di cui sono proverbiali i cosiddetti “fulmini della Lega” cioè le sanzioni. Vi sono alcuni personaggi, tra i frequentatori dell’edificio piacentiniano di via della Conciliazione, noti per averne fatto collezione. Una volta venne ordita un’operazione spionistica in grande stile. Le copie dell’enciclica “Laudato sì” erano ammucchiate a migliaia nei “pallets” custoditi presso la “Libreria editrice vaticana”. Un noto “vaticanista” riuscì a corrompere un dipendente di questa branca della Santa Sede, mettendo le mani sul testo con anticipo sulle dodici, cioè “l’ora x” fissata per la diffusione del documento. L’operazione risultò tanto costosa quanto inutile. Non occorre essere agenti segreti per sapere che i servizi di “intelligence” hanno due tipi di dipendenti: quelli che cercano le informazioni e quelli che le analizzano. Nel caso specifico, l’errore consistette nel fare coincidere le due funzioni nella stessa persona. La quale, impossessatasi del prezioso volume, si rivelò del tutto incapace di sfruttare il vantaggio acquisito a così caro prezzo. Per giunta, la trama ordita da questo collega venne scoperta, e si abbattè su di lui la massima sanzione, cioè il ritiro dell’accreditazione. Che equivale alla squalifica a vita inflitta ad uno sportivo. Dovette mobilitarsi l’editore del giornale, il quale – replicando in piccolo lo “scandalo delle indulgenze” – si fece ricevere dal papa e – oltre a chiedere scusa – consegnò al Pontefice un assegno con molti “zeri”. Il giornalista infingardo, “cornuto e mazziato” a causa tanto dell’imperizia quale spione quanto dell’inettitudine come analista (non era riuscito a fare lo “scoop”), venne comunque riabilitato. Noi attendemmo lo scoccare del mezzogiorno, acquistammo l’enciclica, la studiammo e precedemmo tutti nella pubblicazione del commento. Mai ci capitò di incorrere nelle folgori scagliate da quella sorta di Olimpo che è la direzione della Sala Stampa. Ci sono anche i giornalisti prezzolati dall’una o dall’altra fazione in perenne conflitto nei sacri palazzi. Uno di costoro, ingenuamente convinto che l’annunzio producesse l’evento, pubblicò la notizia della nomina del nuovo Vicario dell’Urbe. Il prescelto risultò però tutt’altro, ma colui che era stato presentato come tale ebbe tempo di ricevere numerose congratulazioni e di bearsi per la sua presunta “nomina”. Da allora, la testata protagonista di tale “infortunio” è circondata da una fama sinistra. Altri soggetti, incapaci di approfondire gli eventi autenticamente importanti, si dedicano al pettegolezzo. L’episodio di una donna spruzzata con lo spray urticante alla porta di Sant’Anna da una guardia svizzera trasformò la Sala Stampa in un formicaio impazzito, con tanto di ricerca di interviste esclusive. I “vaticanisti” hanno in comune con i “cremlinologi” l’essere costretti a scrutare una realtà enigmatica e indecifrabile. Questo può indurre entrambi a tirare a indovinare, anziché sviluppare la capacità di analisi. Che si applica – nel caso della Santa Sede – alla valutazione delle conseguenze sul proprio paese di quanto vi si decide e vi si elabora. Se tutti i corrispondenti dalle capitali straniere devono sapere di storia, di economia e di pensiero politico, nel caso del Vaticano occorre essere esperti di scienze religiose. I cultori di questa materia sono però in genere dei sacerdoti. Di qui deriva la necessità di farsi spiegare quanto succede da cardinali, vescovi, monsignori, preti e frati. I quali, però, quando vengono intervistati, si esprimono in un linguaggio sfumato e paludato, per cui bisogna interpretare le loro parole, ed il problema è dunque sempre – alla fine – la preparazione del giornalista. Poiché un teologo, un biblista, un canonista non si improvvisano, la capacità professionale di un “vaticanista” si dimostra essenzialmente con la sua conoscenza della storia della chiesa, che però coincide in buona parte con la storia dei suoi rapporti con il potere temporale. Un tempo, quando ancora esisteva lo stato pontificio, tutte le potenze avevano le loro ambasciate presso la Santa Sede. Venezia disponeva del grande palazzo che ancora oggi porta il suo nome, passato poi all’Austria dopo il Congresso di Vienna. Piazza di Spagna si chiama così perché vi sorgeva – e vi sorge tuttora – la sede della rappresentanza di questo paese davanti al papa. All’inizio del Novecento, i rapporti diplomatici con la Santa Sede erano quasi estinti. Poi, gradualmente, si sono di nuovo estesi a tutto il mondo, ed il numero di queste rappresentanze supera quello delle ambasciate presso lo stato italiano. Anche molti uffici di corrispondenza da Roma sono stati mantenuti soltanto perché c’è il papa. Ciò significa che il Vaticano esercita un’influenza crescente nel mondo. Per spiegarla, occorre conoscere – più che le scienze religiose propriamente dette – l’influenza del fattore spirituale sui fenomeni sociali, politici e culturali. Un “vaticanista” deve dunque dimostrarsi più preparato di un corrispondente da una capitale diversa da Roma. L’influenza delle grandi potenze si manifesta sul piano strategico. Quella di una religione opera più in profondità, e si proietta in una prospettiva storica, più che nella contingenza. L’elezione di Giovanni Paolo II nel 1978 è ricordata – “a posteriori” – come la data in cui la tendenza alla diffusione delle grandi ideologie lasciò il posto a quella verso l’affermazione dell’identitarismo, che nel caso della Polonia era nello stesso tempo etnico e religioso. Sul momento, però, non se ne accorse quasi nessuno. Segno che i “vaticanisti” erano troppo superficiali. In base a quanto abbiamo potuto constatare, lo sono ancora. Se un giornalista è in grado di decifrarli, può usare questo lasso di tempo per svolgere la propria analisi. Qualora invece si tratti di un soggetto impreparato, cercherà di anticipare quanto è ancora riservato, anticipando i colleghi, ma incorrendo nelle ire della direzione della “Sala Stampa della Santa Sede”. I cui responsabili hanno tra i giornalisti accreditati in Vaticano la stessa fama che nell’ambiente calcistico circonda la “disciplinare”, di cui sono proverbiali i cosiddetti “fulmini della Lega” cioè le sanzioni. Vi sono alcuni personaggi, tra i frequentatori dell’edificio piacentiniano di via della Conciliazione, noti per averne fatto collezione. Una volta venne ordita un’operazione spionistica in grande stile. Le copie dell’enciclica “Laudato sì” erano ammucchiate a migliaia nei “pallets” custoditi presso la “Libreria editrice vaticana”. Un noto “vaticanista” riuscì a corrompere un dipendente di questa branca della Santa Sede, mettendo le mani sul testo con anticipo sulle dodici, cioè “l’ora x” fissata per la diffusione del documento. L’operazione risultò tanto costosa quanto inutile. Non occorre essere agenti segreti per sapere che i servizi di “intelligence” hanno due tipi di dipendenti: quelli che cercano le informazioni e quelli che le analizzano. Nel caso specifico, l’errore consistette nel fare coincidere le due funzioni nella stessa persona. La quale, impossessatasi del prezioso volume, si rivelò del tutto incapace di sfruttare il vantaggio acquisito a così caro prezzo. Per giunta, la trama ordita da questo collega venne scoperta, e si abbattè su di lui la massima sanzione, cioè il ritiro dell’accreditazione. Che equivale alla squalifica a vita inflitta ad uno sportivo. Dovette mobilitarsi l’editore del giornale, il quale – replicando in piccolo lo “scandalo delle indulgenze” – si fece ricevere dal papa e – oltre a chiedere scusa – consegnò al Pontefice un assegno con molti “zeri”. Il giornalista infingardo, “cornuto e mazziato” a causa tanto dell’imperizia quale spione quanto dell’inettitudine come analista (non era riuscito a fare lo “scoop”), venne comunque riabilitato. Noi attendemmo lo scoccare del mezzogiorno, acquistammo l’enciclica, la studiammo e precedemmo tutti nella pubblicazione del commento. Mai ci capitò di incorrere nelle folgori scagliate da quella sorta di Olimpo che è la direzione della Sala Stampa. Ci sono anche i giornalisti prezzolati dall’una o dall’altra fazione in perenne conflitto nei sacri palazzi. Uno di costoro, ingenuamente convinto che l’annunzio producesse l’evento, pubblicò la notizia della nomina del nuovo Vicario dell’Urbe. Il prescelto risultò però tutt’altro, ma colui che era stato presentato come tale ebbe tempo di ricevere numerose congratulazioni e di bearsi per la sua presunta “nomina”. Da allora, la testata protagonista di tale “infortunio” è circondata da una fama sinistra. Altri soggetti, incapaci di approfondire gli eventi autenticamente importanti, si dedicano al pettegolezzo. L’episodio di una donna spruzzata con lo spray urticante alla porta di Sant’Anna da una guardia svizzera trasformò la Sala Stampa in un formicaio impazzito, con tanto di ricerca di interviste esclusive. I “vaticanisti” hanno in comune con i “cremlinologi” l’essere costretti a scrutare una realtà enigmatica e indecifrabile. Questo può indurre entrambi a tirare a indovinare, anziché sviluppare la capacità di analisi. Che si applica – nel caso della Santa Sede – alla valutazione delle conseguenze sul proprio paese di quanto vi si decide e vi si elabora. Se tutti i corrispondenti dalle capitali straniere devono sapere di storia, di economia e di pensiero politico, nel caso del Vaticano occorre essere esperti di scienze religiose. I cultori di questa materia sono però in genere dei sacerdoti. Di qui deriva la necessità di farsi spiegare quanto succede da cardinali, vescovi, monsignori, preti e frati. I quali, però, quando vengono intervistati, si esprimono in un linguaggio sfumato e paludato, per cui bisogna interpretare le loro parole, ed il problema è dunque sempre – alla fine – la preparazione del giornalista. Poiché un teologo, un biblista, un canonista non si improvvisano, la capacità professionale di un “vaticanista” si dimostra essenzialmente con la sua conoscenza della storia della chiesa, che però coincide in buona parte con la storia dei suoi rapporti con il potere temporale. Un tempo, quando ancora esisteva lo stato pontificio, tutte le potenze avevano le loro ambasciate presso la Santa Sede. Venezia disponeva del grande palazzo che ancora oggi porta il suo nome, passato poi all’Austria dopo il Congresso di Vienna. Piazza di Spagna si chiama così perché vi sorgeva – e vi sorge tuttora – la sede della rappresentanza di questo paese davanti al papa. All’inizio del Novecento, i rapporti diplomatici con la Santa Sede erano quasi estinti. Poi, gradualmente, si sono di nuovo estesi a tutto il mondo, ed il numero di queste rappresentanze supera quello delle ambasciate presso lo stato italiano. Anche molti uffici di corrispondenza da Roma sono stati mantenuti soltanto perché c’è il papa. Ciò significa che il Vaticano esercita un’influenza crescente nel mondo. Per spiegarla, occorre conoscere – più che le scienze religiose propriamente dette – l’influenza del fattore spirituale sui fenomeni sociali, politici e culturali. Un “vaticanista” deve dunque dimostrarsi più preparato di un corrispondente da una capitale diversa da Roma. L’influenza delle grandi potenze si manifesta sul piano strategico. Quella di una religione opera più in profondità, e si proietta in una prospettiva storica, più che nella contingenza. L’elezione di Giovanni Paolo II nel 1978 è ricordata – “a posteriori” – come la data in cui la tendenza alla diffusione delle grandi ideologie lasciò il posto a quella verso l’affermazione dell’identitarismo, che nel caso della Polonia era nello stesso tempo etnico e religioso. Sul momento, però, non se ne accorse quasi nessuno. Segno che i “vaticanisti” erano troppo superficiali. In base a quanto abbiamo potuto constatare, lo sono ancora.