"La Repubblica" del 28 dicembre riporta l'aneddoto, riferito a Konrad Adenauer, secondo cui il cancelliere, quando attraversava l'Elba, che divide la Germania Occidentale da quella Orientale, diceva di essere entrato nell'Asia.
Questo, naturalmente, non gli faceva piacere. Dalle finestre della sua casa,  affacciata sul Reno, si poteva vedere la Francia.
Secondo l'ambasciatore inglese a Bonn, Adenauer avrebbe preferito mantenere la divisione della Germania pur di non rescindere i legami con l'Occidente. Che certamente, riportando la capitale a Berlino e spostando ad est il centro della nazione, si sarebbero allentati. Come infatti è avvenuto con la riunificazione. "Der alte" (cioè "il vecchio") - come lo chiamavano i suoi compatrioti - condivideva con le potenze dell'Intesa, rivali della Germania, la convinzione che fosse stato il militarismo prussiano, prevaricando la vocazione e gli stessi interessi della Germania Occidentale, a causare le due guerre mondiali.
Per evitare altri conflitti, bisognava dunque che la politica tedesca non venisse più decisa da Berlino. La Germania Orientale è - proprio in quanto tale - irriducibile con l'Occidente. Lo prova il fatto che - prima di diventare comunista - era stata nazista, ed ora - sotto la guida di Angela Merkel - ritorna al mito del nazionalismo grande tedesco.
L'articolo de "La Repubblica" si conclude con una constatazione che suona come ammonimento: "Adenauer era renano, la Merkel è prussiana". Come si dice in francese, "et pour cause". In ciascuna delle nazioni dell'Europa si ripete però la dicotomia - territoriale ed insieme culturale - propria della Germania.
Ricordiamo la storia del tirolese che porta suo figlio in cima ad una montagna e, indicando l'orizzonte, gli dice: "laggiù c'è Vienna, e più in là c'è la Cina". Metternich affermava che "l'oriente incomincia alla Landstrasse, cioè con la circonvallazione est di Vienna".
Pare Cavour non volesse annettere il Regno di Napoli al Piemonte, essendo cosciente di quelle differenze sociali e culturali che in seguito si sarebbero rivelate irriducibili. Nel suo disegno originario, l'Italia unita doveva arrivare soltanto alla Toscana ed alle legazioni. Il resto della penisola - compresa Roma - sarebbe stato in seguito attratto nell'orbita economica del nuovo regno.
Franco, il quale non voleva che il suo Paese venisse integrato, e neanche contaminato, dall'Europa, coltivava l'ideale di una Spagna mozarabica, legata con il Paesi musulmani e con l'America Latina. Il re Juan Carlos, italiano per formazione, ha in seguito rovesciato questa tendenza, ma ora è l'estrema sinistra che intende assecondare il sogno dell'Islam di ripristinare il suo dominio sulla penisola iberica.
Certe tendenze, tramontate le ideologie, si alimentano delle radici storiche proprie delle diverse regioni e delle diverse nazioni. Gli inglesi hanno portato all'estremo i propositi separatisti, dando per scontato che l'Asia, anzichè arrivare fino all'Elba, ai Pirenei, all'asse tracciato da Erdogan tra Vienna e Trieste o a qualche linea trasversale che divida la Penisola italiana, sia arrivata ormai al Canale della Manica. Questo, d'altronde, era già avvenuto nel 1940.
Quale conclusione si può trarre da tutte queste elocubrazioni geostrategiche? Non risulta possibile tracciare sulle mappe il confine fisico dell'Occidente, che è viceversa una idea, in base alla quale ciascuno decide la propria appartenza culturale e spirituale.
L'errore commesso dalla commissione presieduta da Giscard d'Estaing, incaricata di redigere la cosiddetta "costituzione" della Unione Europea, consistette nel non iscrivervi alcun richiamo alle radici giudaico-cristiane del continente. Con questo, non si sarebbe stabilito un ambito territoriale, bensì uno spazio ideale. Rinunziando a questa enunciazione, non abbiamo paradossalmente più nessun confine da presidiare. Neanche quello posto sul Canale della Manica.
La stessa capitale dell'Inghilterra viene chiamata "Londonistan", ed è governata da un sindaco musulmano.

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Mario Castellano  08/01/2021
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