In uno Stato di diritto, il diritto viene tenuto tautologicamente nella massima considerazione.
Proprio per questo, addolora e stupisce constatare come soltanto venga sfacciatamente violata la stessa Costituzione, ma come tale situazione non sia denunziata neanche dalla opposizione: la quale, in ogni democrazia, ha precisamente il compito di vigilare sul rispetto delle regole che dovrebbero essere condivise.
La votazione della fiducia in Senato è stata al centro dell'attenzione per una novità introdotta nella storia dei Parlamenti: il "replay" della seduta usato per valutare se sia stato rispettato o violato il regolamento. Mentre si fa ricorso all'elettronica, si dimentica però la lettera delle norme. Il regolamento del Senato - che fa parte della Costituzione materiale in quanto disciplina il funzionamento di uno degli organi che esercitano il potere di imperio dello Stato - stabilisce che le astensioni - a differenza di quanto avviene alla Camera - siano computate quali voti contrari. Affinchè inoltre una mozione venga approvata, è necessario che sia sostenuta dalla maggioranza dei votanti: per cui, in caso di parità tra i favorevoli e i contrari, essa deve essere considerata respinta. Sommando i voti contrari e le astensioni, nella valutazione sulla fiducia sono stati uguagliati esattamente i voti favorevoli. Il Senato ha dunque sfiduciato il Governo, che di conseguenza avrebbe l'obbligo di dimettersi. Tuttavia, nessuno degli Organi di garanzia - nè la Presidente dell'Assemblea, nè soprattutto il Capo dello Stato - ha rilevato questa situazione. Neanche l'opposizione, però sembra essersene accorta. Per non parlare della stampa, su cui abbonda la divulgazione giuridica, firmata dai più autorevoli cultori del diritto.
Le regole vengono ormai violate con tale frequenza da essere dimenticate. Il Paese affronta uno dei momenti più difficili della sua storia. Se la democrazia fosse connaturata nel suo costume, l'Italia le si aggrapperebbe come alla sua principale - se non unica - salvezza. Invece, più la situazione peggiora, più si afferma un potere sostanzialmente autoritario, che come tale tende a sottrarsi ad ogni controllo. Segno, questo, che la democrazia non è entrata a far parte della nostra identità collettiva, e dunque non può fare da collante ad una unità nazionale comunque priva di basi tanto sociali quanto culturali comuni. Sono dunque destinate ad emergere - con il peggiorare della situazione - altre identità: più ristrette, ma evidentemente più radicate.
L'Italia liberale si fondava sull'ideale unitario, quella fascista - come anche quella postfascista - sulle rispettive ideologie. La nostra generazione avrebbe dovuto mettere alla sua base la democrazia, concepita laicamente come metodo di governo comunemente accettato. Abbiamo però fallito in questo compito, essenzialmente perchè non ci siamo emancipati a tempo dalle ideologie proprie della generazione precedente. Non ci eravamo accorti, infatti, che erano già tutte obsolete.
La democrazia non è stata dunque distrutta da Conte. Il sedicente "avvocato del popolo" è la conseguenza - e non la causa - della situazione disastrosa in cui siamo precipitati.