I giornali dedicano pagine e pagine alla crisi di governo. Chi - come noi - è più anziano, ricorda bene situazioni analoghe negli anni del primo centro-sinistra.
Le tensioni, in quel tempo, si producevano tra le due anime della coalizione, una delle quali - composta dai socialisti e dai democristiani di sinistra - propugnava delle riforme più radicali, mentre l'altra si opponeva. La destra agiva dal canto suo come una corrente esterna di questa tendenza presente nella coalizione, e attraverso il terrorismo economico tentava - con successo - di sabotare l'unico tentativo serio di riformare l'Italia seguendo un disegno omogeneo e coerente: quello proprio della sinistra liberaldemocratica e cattolica. La battaglia decisiva fu sulla legge edilizia, ed il fatto di non essere riusciti a svincolare in linea di principio il diritto di edificare da quello di proprietà sul suolo ebbe come conseguenza non soltanto la distruzione del paesaggio italiano, ma soprattutto uno sviluppo urbanistico che prescindeva dalla corrispondente e necessaria espansione dei servizi sociali. L'errore commesso dai dirigenti comunisti fu quello di opporsi "in toto" a quel tentativo riformista. Se i seguaci di Togliatti avessero agito - analogamente alla destra - come corrente esterna della maggioranza, equilibrando la spinta conservatrice che veniva dalla parte opposta, i risultati di quella stagione sarebbero stati meno deludenti.
Su di un punto, però, Nenni ebbe pienamente ragione, quando ammoniva i propri seguaci sulla necessità di cercare ad ogni costo un accordo con la Democrazia Cristiana: i socialisti - anche se non riuscivano a realizzare nessuna riforma di struttura - dovevano rimanere inseriti in un sistema di potere che altrimenti sarebbe degenerato in una aperta restaurazione.
Berlinguer avrebbe ripetuto - in una situazione molto diversa - questa scelta: in cambio del suo appoggio ai governi di unità nazionale, il marchese sardo non chiese nulla. Se però fece bene a non porre condizioni di ordine programmatico, sbagliò clamorosamente quando rinunziò ad inserire il suo partito nei ministeri.
Il controllo sulla società non poteva bastare, in quanto la sua evoluzione lo rendeva parziale e soprattutto reversibile, come le successive vicende hanno ampiamente dimostrato. La gestione del servizio d'ordine nelle manifestazioni, garantita dalla C.G.I.L., poteva contenere le intemperanze degli estremisti, ma non poteva impedire la fine della vecchia classe operaia. Il partito comunista si è così trovato privo della sua base, mentre la rappresentanza dei "nuovi proletari" veniva assunta dai "pentastellati". Con il risultato che i democratici sono diventati un partito affiliato a quello di Conte.
Rispetto alle crisi di governo dell'epoca del primo centro-sinistra, come rispetto a quelle del tempo dell'unità nazionale, l'attuale si qualifica perchè non si negozia nè sul programma, nè sugli equilibri di potere. Si contratta soltanto il prezzo da pagare per ottenere qualche voto in più al Senato. Senza però che quanti sono disposti ad offrirlo esprima l'ombra di una cultura politica, e soprattutto senza che costoro portino con sè una rappresentanza degli interessi propri di qualche soggetto sociale. Che cosa può dunque importare alle categorie falcidiate dalla crisi di quali e quante prebende otterranno i seguaci di Toti, la Binetti e Ciampolillo come premio per avere voltato gabbana? Il comportamento di questi figuri, ammesso che il popolo abbia tempo per leggere le cronache di Roma redatte dai "pastonisti", può soltanto esacerbare la rabbia di una gente sempre più disperata.
I precedenti storici di questa discrasia sono molti, ma vorremmo qui ricordare - per l'identità della locazione - la decadenza dell'Impero Romano. Mentre le congiure di palazzo e le rivolte dei pretoriani deponevano i Cesari, la loro autorità sulle province diveniva soltanto formale, e si andavano formando "de facto" i nuovi regni barbarici. Anche noi, provinciali di oggi, sembriamo - visti dalle stanze ovattate dei palazzi romani - dei nuovi barbari: soprattutto perchè non capiamo i giochi di potere che vi si svolgono. La stessa lingua è divenuta diversa. Barbaro significa "balbuziente", in quanto non sapeva esprimersi in greco. Anche noi non siamo più in grado di leggere le cronache dal Quirinale, da Palazzo Chigi, da Montecitorio e da Palazzo Madama. (In Vaticano, invece, c'è ancora qualcuno in grado di farsi intendere, e questo fa la differenza).
Rispetto ai veti reciproci tra Renzi e Conte, siamo diventati degli analfabeti funzionali, ma queste dispute non hanno assolutamente nulla a che vedere con la nostra esistenza concreta. C'è però una novità: Conte può essere paragonato ad uno di quegli imperatori di origine esotica che venivano acclamati dai pretoriani. "L'avvocato del popolo" risulta, rispetto alla Repubblica, un elemento altrettanto estraneo, che svolge la funzione consistente nello svuotarla dall'interno. La sua adesione al comunismo cinese ricorda la conversione di alcuni imperatori romani della decadenza ai culti orientali, di Mitrao di Helios. Anche Costantino, pur non convertendosi al cristianesimo, decise di usarlo come "instrumentum regni". Con la differenza che la nuova religione umanizzò il potere, mentre la dottrina di Xi Jinping lo disumanizza. I nuovi barbari non sono neanche cristianizzati.