Nessuno, più di chi ha vissuto lungamente all'estero, in situazioni di grande pericolo e disagio, sa che cosa significa la dignità e l'onore del proprio Paese, e può dunque capire il dolore causato dal vederlo ridotto al rango di una semicolonia della Cina, prostituito per giunta a personaggi del livello di un Conte, di un Casalino, di un Arcuri o di un Benotti.
Il "deus ex machina" che ha salvato l'Italia quando ormai tutto appariva perduto ci appare come un miracolo. Poichè però i miracoli non si ripetono, cerchiamo di fare in modo che l'occasione per riscattare il nostro Paese non vada perduta.
In tutta modestia, mandiamo in questa notte insonne, che segue il tramonto degli avventurieri e dei faccendieri intenti a speculare sulla disgrazia dei concittadini, alcuni messaggi, diretti a diversi destinatari. In primo luogo, gli italiani. Come quando si dovette resistere sul Piave, e come quando si dovette intraprendere la guerra per liberare l'Italia dall'invasione nazista, oggi bisogna unirsi in difesa della repubblica, seguendo il suo Presidente. Occorre dunque appartare le proprie pur legittime convinzioni per difendere la causa della nazione. Chi si sottrae a questo dovere è un traditore.
Mattarella ha agito quando il tempo era già praticamente scaduto, ma non è il momento delle polemiche e delle recriminazioni. A Mario Draghi dobbiamo offrire il nostro contributo più leale. A quanti - a nostro avviso con buone ragioni - si sono posti nella prospettiva di un processo di autodeterminazione regionale, suggeriamo di mettere temporaneamente da parte le loro pur legittime aspirazioni: altrimenti, essi rischiano di fare la fine dei tibetani, e tutti quanti rischiamo di fare la fine dei birmani.
Ai connazionali residenti oltre confine diciamo che ancora una volta l'Italia attende il loro contributo generoso e cosciente alla causa della libertà e della democrazia, che non è mai mancato nei momenti alti e difficili della vicenda nazionale.
Alla Santa Sede chiediamo, in qualità di cattolici, ma anche di cittadini leali verso lo Stato e coscienti delle sue prerogative, di apprezzare la nostra determinazione a difendere la repubblica. Speriamo che non si ripeta quanto avvenne durante la prima guerra mondiale, quando in Vaticano c'era chi pregava - nel nome del principio di legittimità - per la vittoria dell'Austria; nè si rinnovi la condanna di chi scelse di unirsi con altri italiani, di diversa appartenza politica, nella causa della liberazione.
A Paolo Celi consigliamo di non fare il furbo. Questo signore ha rotto l'unità della comunità italiana di oltre confine quando ha rifiutato - insieme con chi vive da questa parte della frontiera - la politica antifrancese di Salvini. Questa scelta rinnegava la tradizione democratica e repubblicana della nostra comunità insediata oltr'alpe, che risale al Risorgimento, alla Grande Guerra ed alla Resistenza. Oggi questo signore ha perduto il punto di riferimento che aveva nel governo Conte, rappresentato dal faccendiere Benotti: "qui se rassemble s'assemble". Celi ritorna dunque alle sue vecchie frequentazioni nella destra leghista, da parte della quale si annunzia un sabotaggio sistematico dello sforzo volto a salvare la democrazia in Italia. Auspichiamo che la Santa Sede escluda espressamente che Celi eserciti la sua rappresentanza. Non si dimentichi che questo signore ha mancato l'impegno, da lui assunto spontaneamente e solennemente, di diffondere in Francia - promuovendo una apposita pubblicazione - il magistero del Papa che egli, evidentemente, non condivide, come non condivide la causa della democrazia nel nostro Paese. Nè questo signore è mai stato incaricato di svolgere una "mediazione" tra l'Italia e la Francia. La repubblica transalpina può d'altronde soltanto sostenere il nostro impegno affinchè nè Salvini, nè Xi Jinping possano attestarsi su di un confine che vogliamo sia aperto, ed anzi cancellato.  
Il "deus ex machina" che ha salvato l'Italia quando ormai tutto appariva perduto ci appare come un miracolo. Poichè però i miracoli non si ripetono, cerchiamo di fare in modo che l'occasione per riscattare il nostro Paese non vada perduta.
In tutta modestia, mandiamo in questa notte insonne, che segue il tramonto degli avventurieri e dei faccendieri intenti a speculare sulla disgrazia dei concittadini, alcuni messaggi, diretti a diversi destinatari. In primo luogo, gli italiani. Come quando si dovette resistere sul Piave, e come quando si dovette intraprendere la guerra per liberare l'Italia dall'invasione nazista, oggi bisogna unirsi in difesa della repubblica, seguendo il suo Presidente. Occorre dunque appartare le proprie pur legittime convinzioni per difendere la causa della nazione. Chi si sottrae a questo dovere è un traditore.
Mattarella ha agito quando il tempo era già praticamente scaduto, ma non è il momento delle polemiche e delle recriminazioni. A Mario Draghi dobbiamo offrire il nostro contributo più leale. A quanti - a nostro avviso con buone ragioni - si sono posti nella prospettiva di un processo di autodeterminazione regionale, suggeriamo di mettere temporaneamente da parte le loro pur legittime aspirazioni: altrimenti, essi rischiano di fare la fine dei tibetani, e tutti quanti rischiamo di fare la fine dei birmani.
Ai connazionali residenti oltre confine diciamo che ancora una volta l'Italia attende il loro contributo generoso e cosciente alla causa della libertà e della democrazia, che non è mai mancato nei momenti alti e difficili della vicenda nazionale.
Alla Santa Sede chiediamo, in qualità di cattolici, ma anche di cittadini leali verso lo Stato e coscienti delle sue prerogative, di apprezzare la nostra determinazione a difendere la repubblica. Speriamo che non si ripeta quanto avvenne durante la prima guerra mondiale, quando in Vaticano c'era chi pregava - nel nome del principio di legittimità - per la vittoria dell'Austria; nè si rinnovi la condanna di chi scelse di unirsi con altri italiani, di diversa appartenza politica, nella causa della liberazione.
A Paolo Celi consigliamo di non fare il furbo. Questo signore ha rotto l'unità della comunità italiana di oltre confine quando ha rifiutato - insieme con chi vive da questa parte della frontiera - la politica antifrancese di Salvini. Questa scelta rinnegava la tradizione democratica e repubblicana della nostra comunità insediata oltr'alpe, che risale al Risorgimento, alla Grande Guerra ed alla Resistenza. Oggi questo signore ha perduto il punto di riferimento che aveva nel governo Conte, rappresentato dal faccendiere Benotti: "qui se rassemble s'assemble". Celi ritorna dunque alle sue vecchie frequentazioni nella destra leghista, da parte della quale si annunzia un sabotaggio sistematico dello sforzo volto a salvare la democrazia in Italia. Auspichiamo che la Santa Sede escluda espressamente che Celi eserciti la sua rappresentanza. Non si dimentichi che questo signore ha mancato l'impegno, da lui assunto spontaneamente e solennemente, di diffondere in Francia - promuovendo una apposita pubblicazione - il magistero del Papa che egli, evidentemente, non condivide, come non condivide la causa della democrazia nel nostro Paese. Nè questo signore è mai stato incaricato di svolgere una "mediazione" tra l'Italia e la Francia. La repubblica transalpina può d'altronde soltanto sostenere il nostro impegno affinchè nè Salvini, nè Xi Jinping possano attestarsi su di un confine che vogliamo sia aperto, ed anzi cancellato.  

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Mario Castellano  04/02/2021
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