C'è un proverbio anglosassone che certamente il professor Draghi conosce, ...
Dopo avere fatto contemplare il panorama, che pare sia migliore di quello offerto a chi si affaccia sul Pincio o sul Gianicolo, indicava la cupola di San Pietro e diceva al collega che dalla sua sede ufficiale non si poteva certamente scorgere il territorio di uno Stato estero (salvo nel caso del Principato di Monaco), nè tanto meno una capitale straniera. La conclusione consisteva in un implicito riconoscimento della difficoltà del ruolo conferito al nostro Presidente della Repubblica. Qualcuno misura questa difficoltà in base alla cosiddetta "larghezza del Tevere".Dopo avere fatto contemplare il panorama, che pare sia migliore di quello offerto a chi si affaccia sul Pincio o sul Gianicolo, indicava la cupola di San Pietro e diceva al collega che dalla sua sede ufficiale non si poteva certamente scorgere il territorio di uno Stato estero (salvo nel caso del Principato di Monaco), nè tanto meno una capitale straniera. La conclusione consisteva in un implicito riconoscimento della difficoltà del ruolo conferito al nostro Presidente della Repubblica. Qualcuno misura questa difficoltà in base alla cosiddetta "larghezza del Tevere".C'è un proverbio anglosassone che certamente il professor Draghi conosce, avendo assimilato la cultura di quel mondo: "tu non puoi ritornare a casa". In effetti, quando si ritorna, la casa può essere ancora la stessa, ma nel tempo in cui non vi abbiamo abitato, siamo cambiati noi.
Il nuovo Presidente del Consiglio ha compiuto la sua prima formazione nella Roma ancora austera degli Anni Cinquanta e Sessanta, quella città raccolta, ancora un poco chiusa e provinciale dove però la presenza del Papa portava il soffio di quanto avveniva nel mondo. Studiando presso i padri gesuiti, che hanno disseminato nel mondo (non soltanto cattolico) i loro prestigiosi collegi, il giovane Draghi si apprestava a prendere il volo. Negli anni trascorsi nelle grandi università americane, il giovane ricercatore italiano ha probabilmente elaborato una immagine idealizzata del suo Paese di origine. Questo succede a tutti quanti, per i più diversi motivi, trascorrono all'estero una parte della loro vita. Quando poi si ritorna, specialmente se lo si fa - come nel caso di Draghi - per prendere in mano le redini della nazione, ci si accorge di quanto essa è cambiata. Questo accedde anche agli esuli atifascisti, quando rientrarono in Italia per intraprendere la guerra di liberazione. L'incontro con la generazione cresciuta nel fascismo non risultò facile, ma tra gli uni e gli altri si finì per elaborare un linguaggio comune, condividendo l'impegno di costruire una nuova Italia.
Probabilmente, l'Italia che Draghi ha trovato al suo ritorno gli è sembrata più rozza e volgare di quella dei suoi anni giovanili, ma la realtà con cui ci si confronta è sempre l'unica possibile. Nessuno, più di un economista, ne è cosciente, ma sa anche che la realtà può essere modificata. La scienza e l'esperienza servono per capire come dobbiamo agire. Ridurre ad unità il Paese degli italiani diasporici con quello di chi è rimasto si è rivelato in fondo, per Draghi, più facile del previsto. Al professore è bastata una telefonata con Grillo per ricomprendere certe misure assistenziali, come il reddito di cittadinanza, in una visione rigorosa dell'economia che non può tuttavia prescindere da qualche forma di solidarietà verso chi rimane indietro.
Quanto conta è che non si discuta l'autorità conferita a chi deve condurre la nave nel mare in tempesta. Draghi non può che essere un "capitano dopo Dio". Noi gli presteremo obbedienza, portando in dote ciascuno la sua cultura, le sue relazioni e la sua esperienza. La nostra, maturata negli anni trascorsi all'estero (e quale estero!) suggerisce che non si aiutano i Paesi "in sviluppo" scimiottando le loro degenerazioni autoritarie. E' vero che "i popoli attendono la liberazione", ma la liberazione non si consegue instaurando le dittature. La si conquista con la diffusione della cultura, e con la costruzione di istituzioni rappresentative. In prospettiva storica, si deve portare la democrazia in Cina, e non portare in Italia la polizia politica cinese. Questa è una opinione degna del massimo rispetto, ma che è costata a Conte la Presidenza del Consiglio.
A noi tocca operare sul confine con la Francia, oltre il quale è insediata una comunità italiana tradizionalmente partecipe della causa della libertà e della giustizia nel Paese di origine. Non manca, da entrambi i lati del confine, chi si accinge a destabilizzare il nostro nuovo governo. Draghi ha saputo però cogliere quanto c'è ancora di vitale, di pulito e di originale nella società italiana. Questo è il bagaglio con cui ci accingiamo a vivere una fase della nostra vicenda nazionale contrassegnata da contrapposizioni durissime, forse - Dio non voglia - anche violente. Siamo in una situazione simile a quella del 1943, quando tuttavia si misero le basi di una rinascita. Come allora, non si deve domandare a nessuno - come insegnava Papa Roncalli - da dove viene, ma dove vuole andare, per camminare insieme. Sarà escluso soltanto chi vuole escludersi, per un calcolo elettorale, oppure perchè ritiene di non avere nulla in comune con gli altri. Non è tempo per gli atteggiamenti vanesi di chi vive ricercando soltanto una "photo opportunity". Certamente, sarebbe per noi un onore stringere la mano a Draghi, ma conta molto di più portare il nostro granello di sabbia.
Vogliamo concludere con una constatazione suggerita dall'esperienza di tante generazioni: nei momenti difficili e decisivi, l'Italia si ritrova senza appuntamento.